Lords of Chaos

Lords of Chaos

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Si parlava da anni di Lords of Chaos, il racconto per immagini della nascita e della dannazione del black metal norvegese. La rivalità tra Euronymous e Burzum, il suicidio di Dead, il rogo di decine di chiese. Jonas Åkerlund, che musicista metal lo è stato (con gli svedesi Bathory), sembra però indeciso sulla strada da intraprendere: meglio il calligrafismo apprezzabile dai fan del genere o il biopic hollywoodiano? Meglio l’empatia o il dileggio? Meglio la commedia o il dramma? Nella linea di mezzeria che divide una scelta dal suo opposto si disperdono anche alcune interessanti intuizioni.

Cursed in Eternity

Oslo, 1987. Øystein Aaresth, conosciuto da amici e fan come Euronymous, è il chitarrista e leader di Mayhem, band di punta della nascente scena black metal norvegese. Con lui suonano il bassista Necrobutcher e il batterista Hellhammer, ai quali si aggiunge come cantante Dead, un ragazzo svedese che soffre di depressione e la sfoga attraverso l’autolesionismo. Quando Dead mette fine ai suoi giorni sparandosi una fucilata in pieno volto, Euronymous approfitta dell’occasione per fare pubblicità alla band e arriva anche ad aprire un proprio locale, l’Helvete, un luogo per tutti i metallari satanisti della zona. Qui approda anche Kristian Vikernes, che si fa chiamare Varg e firma i suoi lavori con il moniker Burzum. Mentre Euronymous filosofeggia sulla necessità di abbattere la dittatura cristiana in Norvegia Varg passa all’azione, bruciando la stavkirke di Fantoft, chiesa vecchia di ottocento anni… [sinossi]

La prima volta che si parlò della trasposizione cinematografica degli avvenimenti – per lo più atroci – che ruotarono attorno al sedicente Black Metal Inner Cirlce, una decina di anni fa, alla voce regia per Lords of Chaos si leggeva il nome di Sion Sono. Sarebbe stato molto interessante vedere alle prese con una materia così particolare (e intrinsecamente europea) l’autore di titoli quali Suicide Club, Noriko’s Dinner Table, Strange Circus e Love Exposure, perché sarebbe stato in grado di coglierne non solo la tragicità ma anche la sottile perversione, il disorientamento dalle tracce prestabilite del reale. Com’è come non è il progetto non si sviluppò ulteriormente, nonostante fossero state già decise le settimane di set. Anni dopo, e soprattutto dopo una dose insensata di chiacchiere da bar e voci alimentate dagli stessi musicisti sopravvissuti agli eventi, ecco che Lords of Chaos diviene effettivamente un film, per la regia di Jonas Åkerlund. La fonte di ispirazione principale è sempre la stessa, vale a dire il libro scritto sul finire degli anni Novanta da Michael Moynihan e Didrik Søderlind. La scelta di Åkerlund dopotutto appare facile da comprendere: non solo il regista si è distinto nel corso del tempo per il suo lavoro nell’ambito del videoclip, ma contribuì a fondare nel 1983 gli svedesi Bathory, band considerata imprescindibile per lo sviluppo del cosiddetto Viking Metal e dunque, per filiazione diretta, del Black Metal stesso. Inoltre una delle precedenti incursioni cinematografiche di Åkerlund, The Horsemen, già si muoveva in territori “sacrificali” con protagonisti adolescenti. Perché il punto della questione, che Lords of Chaos sottolinea con una certa nettezza, è che a mettere a ferro e fuoco – è proprio il caso di dirlo – la Norvegia sul finire del millennio fu un gruppo di ragazzini, un po’ mitomani un po’ schizofrenici un po’ (anche) ingenui.

Non è certo facile trattare la storia che vide tra i personaggi principali ragazzi che si facevano chiamare Euronymous, Dead, Count Grishnackh, che adoravano Satana, consideravano la chiesa cristiana il nemico pubblico numero uno e portavano teste di maiale sui palchi sui quali si esibivano. Non è facile perché si tratta di una storia violenta, malsana, ai limiti del tollerabile. Anche solo rimanendo ai fatti incontrovertibili, e svicolando dunque a mo’ di slalom gigante tra le mitizzazioni e le leggende metropolitane, ci si ritrova di fronte a Dead, che si spara un colpo di fucile in pieno volto dopo essersi tagliato le vene delle braccia e della giugulare; Faust degli Emperor, che uccide a coltellate un omosessuale in un parco pubblico, torna a casa, si fa la doccia e va a dormire beato; Varg Vikernes che appicca incendi a svariate chiese e poi massacra a colpi di coltello l’amico-nemico Euronymous. Il tutto tra animali sacrificati, croci rovesciate, occultismo di vario tipo e un immaginario metà norreno metà tolkeniano virato esclusivamente verso le timbriche più oscure. No, non è certo facile trattare una storia simile, e la situazione si complica in maniera forse impossibile da redimere se alla voce produzione si possono leggere i nomi di Vice Media e 20th Century Fox; come si può pretendere che un’apocalisse di violenza, follia e perversione possa essere trattata in un film hollywoodiano?
Åkerlund si è mosso da subito tra due fuochi. Da un lato l’esigenza di non deludere i fan cresciuti a pane e sangue di maiale, dall’altro il desiderio – anche produttivo, ovviamente – di allargare la cerchia degli eletti, cercando di conquistare un pubblico generalista che sarebbe però poco attratto dal versante più “lurido” della vicenda. In questo spazio liminare in cui si è trovato rinchiuso il film inizia fin da subito ad annaspare, respirando con grande difficoltà. Il suo limite, non c’è dubbio, ma anche un aspetto che sarebbe sciocco non trovare interessante. Perché la domanda in fin dei conti è lecita: può avere diritto d’esistere un biopic che non si interessi dei “belli e dannati” del rock – partendo dal Jim Morrison dello stoniano Doors per arrivare ai recenti Freddie Mercury ed Elton John che si sono dati battaglia a distanza in Bohemian Rhapsody e Rocketman – ma volti lo sguardo verso i “brutti”, “bruttissimi”, e come se non bastasse sempre e comunque dannati?

La risposta è sì, ma c’è un prezzo da pagare. E può essere amaro. Per quanto Åkerlund, anche sceneggiatore insieme a Dennis Magnusson, si premuri ben prima dell’inizio del film di affermare che la storia che prenderà corpo sullo schermo è vera e falsa allo stesso tempo, firmando una preventiva giustificazione per tutte le libertà che riterrà necessario prendersi, Lords of Chaos fatica a reggere il peso della credibilità. Se ci si affanna a replicare con estrema fedeltà alcune delle immagini più iconiche delle band e del movimento, compreso Varg immortalato mentre brandisce una mazza chiodata, non si può evitare che della Norvegia arrivino agli spettatori solo ed esclusivamente gli esterni: sarà pure Oslo, quella che viene ripresa, ma il film trasuda un immaginario, un modo di pensare, di muoversi e di parlare in tutto e per tutto statunitense. Dopotutto la lingua scelta per veicolare il racconto è l’inglese, e gli attori vengono tutti d’oltreoceano se si eccettua Faust, interpretato dal figlio di Stellan Skarsgård, Valter. Questo paradosso si avverte con forza durante la visione, e seppur non arriva a disturbare sposta il film su binari completamente diversi da quelli sui quali dovrebbe muoversi. Lo stesso effetto lo produce la voce narrante affidata a Euronymous, che quindi narra al pubblico della propria morte: un vago riferimento a Viale del tramonto o la tenue speranza che chi si avvicina al film non ne conosca gli avvenimenti principali? Ai posteri l’ardua sentenza.
Quel che è certo è che la totale dicotomia che domina Lords of Chaos colpisce duramente lo spettatore: si deve provare forse empatia per Euronymous? E se sì, per quale motivo? Certo, si cerca di problematizzare la sua psicologia costruendo ex novo un personaggio femminile, ma non si può evitare di sentirsi distaccati da quel che avviene in scena. Se si esclude la disturbante sequenza che ha come epicentro il suicidio di Dead, il resto delle bravate e degli atti criminali di cui è costellata la narrazione trovano corpo in scena con un’asettica freddezza, senza che il regista riesca in alcun modo a destinar loro una collocazione precisa, logica, certa. Non c’è morale né amoralità nello sguardo di Åkerlund, non vi si trovano né adesione né prese di distanza. C’è il racconto di un’immaturità beota che va al di là del lecito senza neanche rendersene conto, e questo è interessante, ma allo stesso tempo la messa in scena non ha il rigore che sarebbe stato necessario per portare alla luce l’allucinante caduta nell’abisso di un’intera comunità, o almeno dei suoi membri più carismatici. Dopotutto il tono non sa decidersi se scegliere la dissacrazione della commedia o la realtà del dramma, e questo pesa come un macigno sull’intero film. Che di pregi ne ha, ed è godibile (anche se forse soprattutto per gli spettatori edotti) nella sua vena dichiaratamente spettacolare. Ma dal quale sarebbe stato possibile pretendere di più, se solo il controllo fosse stato nelle mani di artisti più ispirati, e consapevoli di ciò che davvero volevano.

Anche perché a rimanere completamente esclusa da Lords of Chaos è la musica, che dovrebbe invece rappresentare il centro (nero, se si vuole) del discorso. Le canzoni si ascoltano, en passant, ma non ci si focalizza in alcun modo sulla fase di creazione; viene dato per scontato che Euronymous, Dead e Varg siano dei “geni”, ma non viene ritenuto necessario spiegare perché fosse così. Anzi, di alcuni (Burzum in primis) non è dato neanche di poter ascoltare ciò che producessero all’epoca. Perché narrare dunque la vita di musicisti se non si prnede in considerazione che ciò che hanno messo in musica fosse l’espressione delle sensazioni che vivevano, di ciò che provavano? Se si comprende, vista la produzione, l’intenzione di lasciar fuori dalla sceneggiatura la bizzarra presa di posizione politica di Euronymous – che si definiva maoista, marxista e stalinista oltre che satanista: un pensiero in netta contrapposizione alla prassi del genere, solitamente prossima al neonazismo –, non si può trovare una vera giustificazione all’elisione dalla fabula dell’elemento musicale. È forse questo il difetto principale di un film imperfetto ma non privo di qualità, e affascinante quasi suo malgrado.

Info
Il trailer di Lords of Chaos.

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