Voci notturne

Voci notturne

di

Chi ha ancora memoria di Voci notturne? Trasmessa frettolosamente da Rai 1 nel 1995 questa miniserie diretta da Fabrizio Laurenti è presto finita nel dimenticatoio. Peccato, perché la sceneggiatura di Pupi Avati dimostrava coraggio e intelligenza nel cercare traiettorie inusuali al paranormale, smarcando la televisione pubblica dalla “sudditanza” nei confronti della commedia o del dramma sociale.

Spalmando il garum

Nel Tevere viene ritrovato il cadavere di un uomo. Per quanto si pensi a un suicidio nel corpo di Giacomo Fiorenza – questo il nome del defunto – vengono rinvenuto sostanze che fanno propendere verso un rito sacrificale. Un rito che avrebbe a che fare con la tradizione della Roma arcaica, e di ciò che avveniva sul suo più antico ponte… [sinossi]

Per quanto non si perda occasione, nell’ambiente critico come in quello produttivo, di parlare di un rinnovato interesse nei confronti dell’horror e del thriller italiani, la verità è che quelle dei vari Lorenzo Bianchini – nessuno dei suoi film ha ottenuto finora distribuzione in sala! – e dei suoi colleghi sono ancora solo sussurri, “voci notturne”. Si può anche fare finta del contrario, ma il cinema italiano mal digerisce chi dirazza dalla prassi, scontorna le forme preordinati, apre gli occhi sugli anfratti più oscuri della psiche e della fabula. Un film horror, che dialoga col fantastico, può essere una rogna produttiva (chi si occupa degli effetti visivi? E quanto costano?), distributiva e addirittura “istituzionale”; come reagirà la commissione per la revisione cinematografica del MiBAC, che può assegnare a un film il divieto di visione ai minori di 14 o di 18 anni? Nulla di nuovo, ovviamente. Lo dimostra anche un prodotto televisivo “vecchio” di quasi venticinque anni, che la RAI non seppe maneggiare ed è rimasto pressoché sconosciuto, eccezion fatta per la solita ristretta cerchia di avvertiti che l’ha eletto a personale culto. Il titolo? Voci notturne, cos’altro?
Una miniserie di cui online si trovano poche tracce, e addirittura pochissime immagini – come si potrà evincere anche dalla pessima qualità di quelle scelte per adornare, in qualche misura, questo stesso articolo. Per quanto la materia trattata sia nera come la pece, occorre fare un po’ di luce nel tentativo di sbrogliare la matassa e rendere il contesto il più chiaro possibile.

Nel 1995 la RAI era già terreno di conquista di Lux Vide, che partendo da ispirazioni bibliche (Abramo, Giacobbe, persino Genesi di Ermanno Olmi) monopolizzerà nel corso degli anni il palinsesto televisivo – suoi prodotti, qualora sfuggisse dalla memoria, sono anche Don Matteo, Un passo dal cielo, Che Dio ci aiuti. Dopotutto, oltre agli ottimi rapporti in territorio vaticano, Lux Vide ha come fondatore Ettore Bernabei, protetto di Amintore Fanfani e già direttore de Il Popolo (organo di stampa ufficiale della Democrazia Cristiana) nonché, dal 1961 al 1974, direttore generale proprio della Televisione di Stato. Dove non arrivava la Chiesa potevano osare o le forze dell’ordine (La Piovra promuoveva stanca i suoi ultimi singulti, stava per esordire Il maresciallo Rocca) o la sociologia spicciola, da I ragazzi del muretto in giù. Ma allora per quale motivo qualcuno decise di programmare per più di una serata e oltretutto sulla rete ammiraglia un oggetto poco maneggevole quale Voci notturne? Se il nome del regista probabilmente non farà sobbalzare i cuori cinefili (Fabrizio Laurenti firmò con lo pseudonimo Martin Newlin gli horror di piccolo calibro La casa 4 – Withcraft e Contamination .7, e in tempi recenti ha diretto il documentario dell’Istituto Luce Il corpo del Duce, presentato al Torino Film Festival e dallo sgradevole retrogusto revisionista), ben altro peso ha quello di Pupi Avati alle voci ideazione e sceneggiatura.
Per quanto sia a pochi mesi dall’uscita in sala de L’arcano incantatore, il rapporto di Avati col fantastico è fermo a Zeder, e al 1983. Oltre un decennio in cui il cineasta bolognese ha da un lato approfondito il discorso sulla borghesia italiana (Impiegati, Festa di laurea, Storia di ragazzi e di ragazze), e dall’altro ha attraversato l’oceano, come testimoniano Fratelli e sorelle, il biografico Bix – Un’ipotesi leggendaria e il thriller L’amico d’infanzia. Avati conta su buoni rapporti con la televisione pubblica – d’altro canto 01 è ancora oggi la casa di distribuzione che cura i suoi lavori – e anche per questo non deve stupire l’approdo di Voci notturne in prima serata su Rai 1; se si aggiunge a questo il desiderio di conquistare nuove fasce di spettatori (la Fininvest ha sbancato un anno prima con la messa in onda di X-Files, e nel pubblico è ancora fresca la memoria di Twin Peaks, trasmesso nel 1991) si può arrivare a comprendere cosa spinse il servizio pubblico a uscire per una volta dal seminato.

Un tentativo lodevole, ma in ogni caso abortito in fretta e furia. Com’è infatti notorio a chiunque serbi memoria di quel periodo, la miniserie venne “accelerata”, con gli ultimi due episodi su cinque accorpati e trasmessi nel corso della stessa serata. Anche il pubblico, va detto, reagì con una malcelata diffidenza, e abbandonò ben presto questa strana e oscura storia, che sprofondava sempre di più nel misterico, nell’ancestrale, nel soprannaturale. In un certo senso un destino non dissimile a quello riservato pochi anni prima alla splendida creatura partorita dalle fervide immaginazioni di David Lynch e Mark Frost. Anche nel caso di Twin Peaks, infatti, il pubblico cominciò ad allontanarsi dalla serie quando l’aspetto strettamente legato alla detection perse interesse rispetto al preponderante potere dell’oscurità, abitata da gufi, nani e… BOB. Esattamente come il suo predecessore, anche Voci notturne si apre sul ritrovamento di un cadavere. Invece delle cascate, il corpo viene rinvenuto nel Tevere, il che spinge in direzione di un’ambientazione inevitabilmente assai più metropolitana. Ma il procedimento è per molti versi simile: si parte dalla più canonica delle detection per sprofondare puntata dopo puntata in un territorio onirico e ottundente. Il risultato finale è imparagonabile, eppure appare bizzarro come in pochi si siano accorti del tentativo di smarcare Voci notturne anche dai prodotti più vicini al genere pensati per la televisione italiana (si pensi a i quattro film-tv de Le case maledette, mai programmati da Fininvest, o a Brivido giallo, o a Turno di notte); un oggetto che non avesse paura di sfondare i confini artefatti della logica e giocasse col paradosso, con l’inganno del vedere, con la struttura stessa del giallo canonico.

Dopotutto prima ancora della scoperta del corpo senza vita di Giacomo Fiorenza è una scritta – con musica aulica d’accompagno – a destare l’attenzione del pubblico: «Nella Roma Imperiale sussistevano i resti di uno strano ponte di legno. Era composto da travi sublique ed oblique, senza chiodi e affidato a persone sacre, una sorta di fratellanza o setta, che rispondeva, con la vita dei suoi membri, della sua conservazione. A costoro derivò il titolo celeberrimo di pontefici o facitori del ponte. Su questo ponte si compivano in epoca arcaica misteriosi e segreti sacrifici.». La sigla non è poi meno inquietante: mentre la camera si muove sul Tevere a fior d’acqua – rimandando alla mente la memoria dei liberissimi movimenti di macchina de La casa di Sam Raimi –, con una dominante blu nella cromia, in dissolvenza incrociata appaiono vestigia della Roma del tempo che fu. È nel passato, sembra suggerire la sigla, che si possono trovare i motivi degli orrori del presente, e poco cambia se la tecnologia – nello specifico una videocamera hi-8 – si fa largo fin dalla primissima inquadratura. L’orrore è arcano, come sempre in Avati, travalica il senso del Tempo.
A spingersi al di là del senso è fin da subito anche la sceneggiatura di Avati, cui Laurenti dà un apporto relativo (la regia appare come l’elemento più invecchiato e debole dell’intero impianto scenico): una sceneggiatura che pretende la fiducia dello spettatore, la volontà di non fermarsi alla ferrea logica ma di credere nel soprannaturale. È un lungo viaggio nella fiducia, in un certo senso, Voci notturne. Un viaggio costellato di violenza, di morti misteriose, di appartamenti inquietanti, di studi sul passato più antico che celano la memoria dismessa di un passato assai più recente come il rastrellamento del ghetto ebraico e la deportazione durante la Seconda Guerra Mondiale. Parla di Mostri, Avati, e poco importa se siano fantasmi o esseri in carne e ossa.
Anche per questo la miniserie è stracarica di sottotrame – alcune destinate fin dalla loro genesi a svanire nel nulla senza troppe spiegazioni –, di personaggi, di vie che si aprono su altre vie. Come se non esistesse una linea diretta per spiegare l’orrore, nel senso più intimo, profondo ed etimologico del termine. Orrore da horsère, essere ruvidi: spaventarsi con i peli ritti, come nell’angoscia di notti oscure nelle quali anche il più innocuo dei cigolii può apparire come una minaccia.

È davvero sorprendente come Voci notturne riesca a tenere a occhi sbarrati lo spettatore ricorrendo a trucchi che potrebbero apparire desueti, e che invece rivendicano la loro millenaria capacità di agire sulla mente umana suggestionandola. Tra vecchie rantolanti in appartamenti ancor più vecchi, misteri archeologici su riti ancestrali, telefonate che sembrano giungere dall’aldilà, viaggi tra Roma e St. Louis, musicofili e studiosi di sacralità pagana, corruttori di ieri e d’oggi (c’è anche lo spettro tutt’altro che ectoplasmatico di Tangentopoli), la trama si muove a strattoni, costringendo a continui zigzag mentali lo spettatore, pretendendo quella già citata fiducia che è la base indispensabile per lanciarsi in congetture così arzigogolate. Forse osa persino “troppo”, Avati, ma proprio per questo motivo il suo lavoro riesce a dimostrarsi più forte delle carenze di una produzione inadatta a un tale gigantismo intellettuale, a partire dalla già non particolarmente ispirata messa in scena per arrivare a una recitazione in alcuni casi pesantemente approssimativa. Elementi che non riescono a scalfire la magia di un mistero malsano, che ingenera angoscia senza fare alcuno sforzo e arriva là dove molti altri non sarebbero mai in grado di arrivare. Giocando apertamente con alcuni dei suoi punti fermi – il Fulcanelli già evocato in Zeder, tanto per fare un esempio – Avati svia il pubblico partendo dal concetto basilare di detection per andare altrove, perdendosi nella dimensione in cui lo Spazio e il Tempo sono solo congetture, e l’uomo è forse in grado persino di dominare la morte. In un epilogo che tracima ben oltre gli argini un po’ sterili del reale Voci notturne anticipa già il finale de L’arcano incantatore, aggiungendovi però una flebile e mortuaria voce fuori campo femminile che recita: «Dove finisce la ragione, comincia un territorio che non ci appartiene, nel quale siamo intrusi. Una terra che ha regole che non conosciamo, dove si parla una lingua misteriosa e dove le nostre logiche non sono utilizzabili in alcun modo. Noi in questo territorio possiamo solo subire un mistero, che anziché disvelarsi si fa sempre più impenetrabile. Io non so dire se questo è una pena o un premio, io non so dire nulla: ma so che questo luogo dove sono non può essere in alcun modo cercato né in alcun modo trovato.». Una vera e propria dichiarazione di intenti, ancor più struggente e sublime perché arriva quando il cerchio è oramai chiuso e i buoi/spettatori sono già in gran parte scappati dal recinto. Non un atto riparatorio, dunque, ma un ribadire con veemenza la volontà di non cedere alle lusinghe facili dell’ovvio e del naturale, preferendo vagare nella notte senza fine, anche senza luce semmai, ma con gli occhi spalancati sul baratro dell’umano, e delle sue infinite degradazioni.

Info
La sigla di Voci notturne.

Articoli correlati

  • Fantafestival 2019

    L'arcano incantatore recensioneL’arcano incantatore

    di L'arcano incantatore segna il ritorno di Pupi Avati nei territori del fantastico a tredici anni di distanza da Zeder. Un'opera che mette in scena l'esoterismo ragionando una volta di più sul concetto di colpa, e di esplorazione del misterico.
  • Cult

    dove comincia la notte recensioneDove comincia la notte

    di Su soggetto e sceneggiatura di Pupi Avati, Dove comincia la notte di Maurizio Zaccaro si colloca nel solco del mystery all'italiana, qui ambientato in terra d'America, scartando a poco a poco dalle cornici del genere verso un esercizio elegante e intelligente. Un cinema di cui in Italia si sente sempre più la mancanza.
  • Buone feste!

    la casa recensioneLa casa

    di Evil Dead, conosciuto in Italia come La casa, non è solo uno degli horror più significativi della sua epoca, ma rappresenta anche il sogno di ogni cineasta indipendente alle prime armi, quello di creare con nulla il proprio immaginario.
  • FFF 2017

    Custodes Bestiae

    di Il secondo lungometraggio dell'udinese Lorenzo Bianchini, Custodes Bestiae, continua nell'esplorazione dell'archetipo della paura e nella fusione tra retaggio (e linguaggio) popolare e cinema di genere. In Apocalissi a basso costo al Future Film Festival 2017.
  • Buone feste!

    Zeder

    di Il meglio della sua filmografia Pupi Avati l'ha dato nella messa in scena del deforme e dell'horror. Prova ne è Zeder, che immerge Lovecraft nella bassa padana...
  • Trieste S+F 2016

    La casa dalle finestre che ridono

    di La casa dalle finestre che ridono, la più celebre incursione nel thriller e nell'horror di Pupi Avati, viene ospitato sullo schermo del Trieste Science+Fiction, nell'omaggio a Fant'Italia.
  • Interviste

    Intervista a Lorenzo Bianchini

    A ridosso della proiezione di Oltre il guado all'interno del Fantafestival, prevista per il 18 luglio, abbiamo incontrato Lorenzo Bianchini per parlare dei suoi film, del cinema horror, di Friuli e di molto altro...
  • Trento 2014

    Oltre il guado

    di L’etologo naturalista Marco Contrada raggiunge le zone boschive del Friuli orientale, ai confini con la Slovenia, per svolgere il consueto lavoro di censimento degli animali selvatici...
  • AltreVisioni

    La progenie del diavolo

    di , I giovani registi Giuliano Giacomelli e Lorenzo Giovenga firmano un horror a basso costo che guarda con insistenza dalle parti di Pupi Avati e Lorenzo Bianchini.
  • Saggi

    Lorenzo Bianchini e l’horror friulano

    Il cinema di Lorenzo Bianchini, fautore di un horror friulano che sfrutta la propria peculiarità geografica per trovare un nuovo linguaggio all'angoscia e al terrore.
  • Prossimamente

    il signor diavolo recensioneIl signor diavolo

    di Il signor diavolo segna il ritorno di Pupi Avati al gotico padano a oltre venti anni di distanza da L'arcano incantatore; un viaggio alle radici del Male. Un'opera rarefatta, d'antan, che vive un tempo fuori dal tempo e ha il coraggio di scandagliare il rapporto tra fede e superstizione.
  • Prossimamente

    The Nest RecensioneThe Nest

    di Prodotto per certi versi interessante, testimonianza dell'attenzione dell'esordiente Roberto De Feo a un target potenzialmente internazionale, The Nest (Il nido) si regge tuttavia su basi fragili, costruendo un “gioco” filmico di cui si intuiscono facilmente gli sviluppi.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento