Raposa

Raposa

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Presentato in concorso al 30° Fid Marseille, dove ha ricevuto una menzione speciale nell’ambito del Prix Georges De Beauregard National, Raposa è un mediometraggio della regista portoghese Leonor Noivo, che parla di anoressia, un disagio che la accomuna all’attrice Patricia Guerreiro, senza mai nominare direttamente la malattia, avvalendosi piuttosto della forza delle immagini cinematografiche.

Il sogno della farfalla

Leonor Noivo è una regista e Patricia Guerreiro un’attrice. Per fare un film sul segreto che condividono – la base della loro amicizia che dura da vent’anni quando si sono conosciute su un set cinematografico – insieme decidono di creare il personaggio di Marta. Il loro segreto è una sfida esistenziale a ciò che la medicina chiama “anoressia”. [sinossi]

Una patologia complessa, l’anoressia, che insieme alla bulimia rappresenta la prima emergenza di salute mentale, nonché la principale causa di morte per malattia mentale, nei paesi occidentali. Ne soffrono tanto la regista Leonor Noivo che l’attrice Patricia Guerreiro, due amiche che si sono conosciute su un set ben vent’anni fa. Le due cineaste decidono di fare un film per raccontare, ed esorcizzare, la loro comune esperienza, creando il personaggio di Marta, interpretato da Patricia, costruito come una summa delle loro due personalità, in cui far confluire tutte le problematiche che hanno affrontato in questo senso. Marta è il fulcro del mediometraggio Raposa, presentato in concorso al 30° Fid Marseille, dove ha ricevuto una menzione speciale nell’ambito del Prix Georges De Beauregard National. La parolaccia, il nome della malattia, “anoressia” non viene mai detta nei quaranta minuti del film. La si deduce dal comportamento di Marta, che attorno a questo suo disagio alimentare fa gravitare compulsivamente la propria vita quotidiana. Marta vive in campagna, in mezzo ai contadini e alle pecore. La vediamo da subito sotto la doccia, esibendo così il suo corpicino esile, e subito dopo salire sulla pesa, azione che si ripeterà come altre del film. Marta passa il suo tempo ad annotare tutto sul suo taccuino: ci sono pagine fittissime di appunti sulle calorie dei cibi. Riporta, registra tutto e conta ad alte voce tante cose tipo i passi fatti nella giornata. Il suo cibo è frugale, fatto di verdure, spinaci, zucca, latte d’avena, mentre i contadini che vivono accanto a lei organizzano tavolate all’aperto della loro cucina grassa tradizionale, tra salsicce e formaggi. L’anziana contadina, mentre raccolgono le patate, spiega che difficilmente possa essere stata una volpe a mangiare la pecora, quanto piuttosto un lupo o un cane selvatico. La volpe del titolo (raposa significa appunto volpe) diventa un anelito, di un animale che compie razzie, supposto di nutrirsi anche di qualcosa di più grande di sé.

Raposa mette in scena il senso di consapevolezza, ma anche di sentirsi colpevoli, del corpo, da parte di una persona, come Marta, che soffre di anoressia. Il suo conflitto interiore, la sua ossessione. Leonor Noivo costruisce il personaggio di Marta filmandola con una pellicola a 16mm, l’equivalente in struttura filmica della fragilità di Marta. Spesso il film esibisce dei decadimenti, dei viraggi, delle sovraesposizioni, con lo schermo che diventa bianco, dei fuori fuoco, l’elogio dell’imperfezione della pellicola che diventa elogio per la vita di Marta. Già l’enunciazione del film prevede il ricorso all’emulsione fotografica. Sopra quel baule che rappresenta lo scrigno della vita e dei ricordi di Leonor, la regista mostra a Patricia le foto del loro primo incontro, di vent’anni fa, su un set cinematografico. Sono le tipiche istantanee Polaroid in voga una volta, antesignane in pellicola delle moderne fotocamere dei cellulari. Marta poi guarda sé stessa al cinema, entrando nella proiezione e venendo coperta dal fascio del proiettore, diventando lei stessa parte dello schermo recettore di immagini. Vede se stessa, l’attrice Patricia, di prima come in una sorta mancato ritratto di Dorian Gray del decadimento corporeo, nei film Quem És Tu? e O Fatalista di João Botelho. Ma in entrambi i casi Marta non trova quella sublimazione che cercava, trovando altrettanti immagini cinematografiche del degrado: lei che tossisce sangue, lei che cade a terra priva di sensi mentre sta ballando.

Leonor Noivo e Patricia Guerreiro parlano dell’anoressia senza nominarla, attraverso il mezzo esclusivo delle immagini, e delle loro sovrapposizioni. Siano esse quelle della radiografia che mostra la struttura scheletrica, ripresa poi nel modellino degli arti dello dello studio del medico; siano quelle dei disegni alla Egon Schiele che fa Marta delle proprie mani; sia la sua silhouette che traccia con il gesso alla lavagna. Il corpo come forma, contenitore, come barriera da infrangere che si esprime nella bellissima scena in cui Marta si ingessa integralmente per poi uscire, rompendolo, da quell’involucro. Come la metamorfosi di un insetto, di una farfalla che esce dal bozzolo potendosi librare in volo. Un anelito di speranza, che passerà anche attraverso il rogo catartico, per potere autorizzare nuovamente il proprio corpo al piacere.

Info
Raposa sul sito del FID Marseille.

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