Baby Gang
di Stefano Calvagna
Con Baby Gang, episodico e improvvisato nella concezione, ma dall’apparenza abbastanza strutturata, Stefano Calvagna prosegue nell’esplorazione della realtà sottoproletaria romana, in un noir crudo e volutamente privo di epica.
Nero minorile
Giorgio, Marco, Giulio, Alessandro e Luca sono un gruppo di adolescenti dell’estrema periferia romana, che sopravvivono tra piccoli furti, spaccio e microcriminalità. A un certo punto, i cinque adocchiano la possibilità di arricchirsi attraverso attività di calibro più grande, tra cui la prostituzione minorile e le carte di credito clonate… [sinossi]
Nel cartellone cinematografico estivo, tra ripescaggi di horror e prodotti di genere, e la proposta strategica di qualche blockbuster, da qualche anno sembra aver trovato una collocazione fissa anche il cinema di Stefano Calvagna. Il regista romano, con la sua proposta indipendente, sembra ormai essersi attestato sulla media di un film all’anno, con una distribuzione “mirata” e seguita in presenza, quasi passo-passo, da lui stesso nelle varie tappe scelte. Questo Baby Gang, film di nuovo pienamente calato nella realtà delle borgate romane – quella che dall’inizio della sua carriera il regista ha dimostrato di conoscere meglio – mostra tuttavia qualche novità, almeno nelle modalità produttive. Stando alle dichiarazioni dello stesso Calvagna, infatti, il film è di fatto privo di un copione vero e proprio, con una costruzione che resta frutto di un’improvvisazione giornaliera e di una certa libertà lasciata dal regista ai giovani protagonisti (in gran parte non professionisti). Il tema è appunto quello di una baby gang romana, con la sua ascesa e caduta, parallele al tentativo di espandere il giro d’affari con carte di credito clonate e prostituzione minorile.
I modelli dichiarati – decisamente impegnativi – del nuovo film di Calvagna (il neorealismo e la sua rilettura pasoliniana) non vanno ovviamente presi alla lettera, né letti in modo diverso dalla voglia di evidenziare un punto di riferimento ideale, e dalla dichiarazione di una comunanza – iniziale – di ottica. Lo sguardo del regista romano è personale e calato nel suo tempo, e qui forse la cosa risulta ancor più evidente che nei precedenti film. Nel suo carattere collettivo, nella sua voglia di rappresentare l’aspetto quotidiano, minuto e quasi spiccio, della vita criminale dei suoi giovani protagonisti, Baby Gang si svincola dai legacci della struttura di genere, configurandosi come un dramma volutamente privo di epica. Malgrado gli intenti descrittivi e illustrativi – ma non pedagogici – del film, non c’è nella sua struttura una vera parabola “morale”, nessun tentativo di descrivere i suoi protagonisti come figure tragiche e a tinte forti: dell’approccio del noir classico resta solo la celebrazione dell’amicizia, in particolare di quella tra i due protagonisti principali, impersonati dagli efficaci Daniele Lelli e Raffaele Sola. Il resto è il ritratto di una quotidianità criminale che in modo naturale, come evoluzione quasi obbligata, digrada nella tragedia.
L’aspetto più interessante di Baby Gang sta probabilmente nella sua apparenza così strutturata e “pensata”, malgrado la concezione episodica e frutto di improvvisazione rivelata dal regista. Gli ottanta minuti del film, probabilmente grazie anche a un efficace lavoro di montaggio, appaiono ben dosati e distribuiti tra le storie personali dei vari personaggi, con in primo piano quelle dei due membri principali della gang, Giorgio e Marco. Le loro scorribande, in una città in cui stavolta i quartieri centrali non vengono visti che come lontano miraggio – e il contatto con un’ipotetica vita borghese si limita all’incontro con un personaggio televisivo, una concorrente del Grande Fratello – sono in realtà organizzate in un climax, inevitabilmente prevedibile nel suo esito, ma non per questo meno duro in ciò che mette sullo schermo. Calvagna vuole colpire (duro, come sempre) ma non punta certo a stupire o a coinvolgere lo spettatore con raffinati meccanismi narrativi: che il giovane Giorgio sia in carcere lo apprendiamo fin dalla prima scena, dai colloqui con lo psichiatra carcerario qui interpretato dallo stesso regista. Apprendere il motivo della sua carcerazione non ci stupisce più di tanto. L’evoluzione del percorso criminale dei protagonisti, pur ben delineata, ha il crisma dell’ineluttabilità.
In questo senso in Baby Gang c’è inevitabilmente meno spazio per le parentesi umoristiche e sdrammatizzanti che avevano caratterizzato alcuni degli episodi precedenti della filmografia del regista. Certo, a volte si sorride – e si ride anche – in questo nuovo film di Calvagna: ma ci si rende presto conto che si tratta di risate amare. Tra una battuta e un pestaggio (o una pistolettata) c’è meno spazio di quanto non si potrebbe pensare: la rappresentazione del contesto microsociale, piccola e intima quanto si vuole, resta a tinte cupe e poco incline alla voglia di rassicurare. Resta, nel film di Calvagna, la celebrazione dell’amicizia, smaccata quanto si vuole nella sua rappresentazione diretta (specie in un’esplicita scena) ma certamente onesta: un piccolo spiraglio di luce, un’ancora ideale a cui aggrapparsi nelle notti trascorse in solitudine, in un carcere. Magari solo un ricordo, una serie di immagini mentali che scorrono accompagnate dalle note dell’onnipresente Franco Califano: ma di quei ricordi che tengono vivi. Non un risultato da poco, tutto sommato.
Info
Il trailer di Baby Gang.
- Genere: drammatico, noir
- Titolo originale: Baby Gang
- Paese/Anno: Italia | 2019
- Regia: Stefano Calvagna
- Sceneggiatura: Stefano Calvagna
- Fotografia: Matteo De Angelis
- Montaggio: Roberto Siciliano
- Interpreti: Andrea Autullo, Chiara De Angelis, Claudio Vanni, Daniele Lelli, David Capoccetti, Domiziana Mocci, Francesco Lisandrelli, Gianluca Barone, Gianmarco Malizia, Giulia Sauro, Raffaele Sola, Sabrina Sotiryiadi, Stefano Calvagna, Veronica Graf
- Colonna sonora: Mauro Paoluzzi
- Produzione: Calvagna Ltd
- Distribuzione: Lake Film
- Durata: 85'
- Data di uscita: 17/07/2019




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