Creatura dove vai?

Creatura dove vai?

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Opera seconda in coppia di Gaia Formenti e Marco Piccarreda, dopo Città Giardino, Creatura dove vai? è un racconto dal sapore ancestrale nella terra aspra e metafisica della Calabria. Presentato nel concorso internazionale del Fid Marseille.

Per tutte le creature

Una vecchia contadina, la Creatura, riceve la misteriosa visita di un Santo che le prescrive un pellegrinaggio dalla meta sconosciuta. La Creatura, seguendo la sua voce, si mette in viaggio trasportando un pesante piccone di ferro, fino a giungere ai piedi di una montagna incantata dove una incarnazione del Santo le promette un futuro di beatitudine. Finalmente la donna ha accesso al Paradiso tanto sognato. Ma la Grazia del Santo segue vie imperscrutabili. [sinossi]

Opera seconda, in coppia, dei filmmaker Gaia Formenti e Marco Piccarreda, dopo Città Giardino che è stato presentato a vari festival. Rispetto a questo primo film, Creatura dove vai? Sembra rappresentare un salto da un cinema legato a situazioni sociali contingenti verso un cinema meramente contemplativo e speculativo. Laddove Città Giardino inoltre si fonda su una stasi, temporale, spaziale, questo nuovo film prevede invece un continuo movimento. Il centro di prima accoglienza, in Sicilia, del primo film, riproduce nel suo giardino – un ritaglio in un paesaggio di stabilimenti industriali – il paesaggio di un villaggio africano, con un grande albero attorno cui organizzare la vita e la convivialità. Ora la città giardino, il paesaggio mediterraneo che guarda a quello africano, è ritrovato da Marco Piccarreda e Gaia Formenti e in una remota zona della Calabria. Un paesaggio ancestrale, brullo, metafisico, senza nessun riferimento geografico (l’unico richiamo territoriale è una specie di musica di taranta alla fine del film), un paesaggio arso, deserto, torrido e solare, dominato da fulmini primordiali – e dalle leggi della natura dove il ragno mangia la preda incappata nella sua tela – che potrebbe benissimo essere un paesaggio africano. Dove ancora spuntano, come nell’Iran di un film di Kiarostami (come Il sapore della ciliegia), alberi isolati, usati dalla Creatura come protezione, per ripararsi di notte, sotto quelle fronde. Come l’Albero della Bodhi sotto il quale si siede Buddha, così è uno di quegli ulivi secolari dalla morfologia contorta. Un paesaggio che i registi decidono di filmare in 4/3, come una trasgressione a quel linguaggio cinematografico classico che vorrebbe i paesaggi, qui spesso in campo lunghissimo, in anamorfico.

In questo territorio i registi costruiscono la via crucis della Creatura, un racconto dal sapore sacro, biblico, misticheggiante e medioevale, che comincia da un’apparizione, quella del Santo alla Creatura. Partendo, e poi andando a finire, da lunghe inquadrature contemplative delle nuvole, cangianti, imprevedibili, un caos primordiale. Ma il racconto sembra sovvertire le credenze consolidate. Tra un prodotto del Creato e un esponente della santità, i rapporti non vedono immediatamente il primo subordinato al secondo, come poi confermato in un passaggio successivo, in cui si dice che il Santo visita la SUA Creatura. Tra i due c’è un’iniziale incomprensione, e la Creatura si fa beffe del Santo, prima scambiandolo per un asino e bollendolo per la zuppa, e poi ritenendolo un animale selvatico e scuoiandolo per farne una bisaccia. Solo al terzo tentativo, il Santo riesce a prendere la parola, nonostante lei lo avesse ritenuto un corvo ma senza riuscire ad afferrarlo. Il Santo potrebbe anche essere il Demonio per la sua capacità di assumere diverse sembianze. I registi presentano così la Creatura, in un’inquadratura iconica, una donna, una contadina dai lineamenti saggi, dalla carnagione scura e dal foulard, vestita di bianco, che ancora la avvicina a una figura africana. Nel viaggio la Creatura porta un fardello, come la croce di Cristo, rappresentato da un piccone. Il percorso passa attraverso paesaggi variegati, a partire da una terra arsa e brulla, attraversando una sorta di oasi, con cespugli colorati, per approdare a un ambiente fatto di rocce di straordinario candore, di pareti montuose bianche, con delle nicchie che richiamano ai Buddha di Bamiyan. Un approdo che si manifesta in una straordinaria, herzoghiana, inquadratura, dove il monte di color bianco compare dalla foschia, al risveglio della Creatura, con una composizione dell’immagine fatta di tre spicchi di colore diverso, il giallo dell’erba secca, il verde dell’albero, e il bianco del monte. Qui la Creatura si ricongiunge col Santo, nella beatitudine promessa del paradiso. Viene inumata da un putto, coperta di fiori d’ibisco. Alla fine si torna a quel caos primordiale delle nuvole, e il viaggio della Creatura potrebbe essere stato in realtà un ritorno, un nostos.

Il territorio, le geografie, le morfologie del paesaggio – come in modo diverso lo erano per Città Giardino –, sembrano essere i protagonisti del cinema di Gaia Formenti e Marco Piccarreda, da cui scaturiscono le loro narrazioni. In questo caso un paesaggio estremo, dove l’equilibrio uomo-natura si raggiunge con difficoltà, con l’operosità contadina, una terra dimenticata dal tempo, ancora pervasa dai miti greci, biblici, medievali.

Info
La scheda di Creatura dove vai? sul sito del FID Marseille.

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