Crawl – Intrappolati

Crawl – Intrappolati

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Crawl – Intrappolati è il nuovo film di Alexandre Aja. Prodotto dalla Ghost House di Sam Raimi il regista francese firma un divertente e tesissimo horror “animalesco”, con protagonisti – oltre a Kaya Scodelario e Barry Pepper – alcuni mastodontici alligatori.

Alligator

Haley Keller è una promessa del nuoto della Florida, anche se i recenti tempi non sembrano prospettare un futuro roseo. Dopo un allenamento riceve una telefonata da sua sorella, che vive a Boston e chiede notizie di loro padre, che non le risponde al telefono. Haley, che ha dei problemi irrisolti col genitore – che è stato anche il suo primo allenatore e motivatore -, decide di recarsi di persona a verificare cosa sia successo, nonostante sia in corso un uragano di categoria 5. In quella che era stata la casa di famiglia non solo trova il padre svenuto in cantina, ma mentre il livello dell’acqua sale si scopre intrappolata sottoterra, minacciata da due enormi alligatori… [sinossi]

Oltre a segnalarsi come uno degli horror più godibili dell’anno Crawl – che nel sottotitolo italiano aggiunge il termine Intrappolati, lasciando dunque non tradotto un termine inglese di uso certamente non comune – segna anche il ritorno in sala in Italia per un film diretto da Alexandre Aja. Ex enfant prodige del cinema di genere d’Oltralpe Aja non era stato infatti preso in considerazione dalle distribuzioni né con lo strambo fantasy desunto dal romanzo del figlio di Stephen King Joe Hill, vale a dire Horns, né col successivo The 9th Life of Louis Drax. Entrambi i film dopotutto avevano convinto poco tanto il pubblico quanto la critica. Sarà che Aja si trova a suo agio soprattutto quando può mettere le mani su creature più direttamente orrorifiche, ma Crawl segna anche un ritorno di fiamma tra il suo cinema e chi ne deve fruire, si tratti di spettatori paganti o degli addetti ai lavori. Nei primi due giorni di sfruttamento commerciale il film ha già infatti raggranellato oltre 15 milioni di dollari, anche se la sua uscita per ora è ristretta ai territori di Stati Uniti e Canada, oltre che a qualche altra nazione non certo decisiva per quel che concerne gli incassi (tra le altre Libano, Islanda, Portogallo, Olanda e Australia). Se si considera che la produzione ha investito nel progetto poco più di 13 milioni di dollari si può già parlare di un titolo di successo, categoria che mancava nel curriculum del quarantunenne cineasta da quasi dieci anni, quando raggiunse le sale lo spassoso Piranha 3D, aggiornamento/disfacimento dell’originale di Joe Dante. È certo un caso (?) che anche in questa occasione, così come all’epoca dell’invasione dei famelici pescetti sudamericani, i protagonisti se la debbano vedere con degli animali coriacei. E desiderosi di nutrirsi di carne umana.

Gli alligatori, come tutti i membri della famiglia crocodylia – il discorso vale dunque anche per coccodrilli e caimani –, sono tra i superpredatori più utilizzati sul grande schermo: l’aspetto prossimo ai dinosauri, le potenti fauci, la fama sinistra che li accompagna li hanno resi protagonisti di molte pellicole, probabilmente secondi solo (in questa curiosa categoria) agli squali. Fin dai tempi dello spauracchio di Capitan Uncino nel Peter Pan della Disney i coccodrilli si sono distinti come antagonisti non solo credibili, ma anche profondamente spaventosi: si pensi, solo per fare qualche esempio, ai rettili voraci avvistati in Quel motel vicino alla palude di Tobe Hooper, Alligator di Lewis Teague, Lake Placid di Steve Miner, e perfino il cinese Million Dollar Crocodile di Lin Lisheng (ma anche l’italiano Killer Crocodile di Larry Ludman alias Fabrizio De Angelis, che “meritò” addirittura un sequel).
In Crawl, e qui si nota già il primo segnale di uno sfruttamento non consono dell’orrore bestiario, gli alligatori – in particolar modo due bestioni che attraverso il canale di scolo sono arrivati a deporre le uova nella cantina di una casa in Florida – sono solo uno dei problemi cui devono andare incontro i protagonisti, vale a dire la giovane Haley Keller, promessa del nuoto che sta un po’ tradendo le aspettative, e suo padre ed ex mentore. Sì, perché è vero che i rettili sono violenti e affamati, ma è anche vero che il genitore ha un menisco rotto, ed è immobilizzato in cantina, al sicuro dalle fauci predatorie solo grazie al gran numero di tubi che impediscono agli alligatori di muoversi in libertà. Anche Haley, attaccata da uno dei due animali, viene ferita a una gamba. Come se non bastasse sulla casa – che è la vecchia magione di famiglia, messa in vendita quando i genitori di Haley e di sua sorella, che ora vive a Boston, hanno deciso di divorziare – sta per abbattersi un violento tifone, che allagherà definitivamente la cantina. Proprio l’allerta per il cataclisma ha fatto evacuare l’area, e quindi non c’è nessun vicino su cui poter fare affidamento. Soli, in trappola e braccati dagli alligatori, padre e figlia – che hanno un rapporto a dir poco conflittuale – dovranno riflettere sul senso della famiglia, e sull’istinto alla sopravvivenza.

Di carne al fuoco Crawl ne pone in abbondanza, ma il film ha il pregio di non perdere mai di mira il suo principale obiettivo: intrattenere lo spettatore. Così la lotta contro il (mal)tempo, gli animali feroci e se stessi si trasforma fin dalle primissime battute, nelle quali Haley deve assaporare il gusto amarognolo della sconfitta in vasca, seppur solo durante una seduta d’allenamento, in un action adrenalinico, colmo d’ansia e in grado di maneggiare il genere senza doversi per forza mostrare prono di fronte alle esigenze dello stesso. Aja dirige con mano sicura, senza perdersi dietro svolazzi estetici ma mantenendo al contrario un approccio rigoroso, secco, privo di fronzoli ma sempre efficace. Il resto, vale a dire la minaccia incombente sulla famiglia, la messa a nudo delle debolezze quando a essere attaccata è l’intimità del nucleo fondativo, della proprietà privata, si muove sottotraccia, in modo quasi impalpabile, irrobustendo in ogni caso la sceneggiatura lavorata da Michael e Shawn Rasmussen (scrissero anche lo script di The Ward, a oggi l’ultima regia portata a termine da John Carpenter) con una certa intelligenza. Il conflitto eterno, quello tra padre e figlia, è solo l’incubatrice di una serie di altre battaglie da dover affrontare, tutte estremamente più ferali: la lotta contro l’animale, contro la natura, contro la società – nella competizione sportiva. Aja, che si era già divertito un mondo con i piranha, si diletta anche con gli alligatori, che si avvicinano quasi invisibili e sono in grado di muoversi nonostante la mole con estrema leggiadria nell’acqua. Nelle riprese subacquee il regista transalpino può giocare con la memoria dello squalo spielberghiano, ma spingendo la camere in acque ben più tumultuose, sporche, suburbane. Lontane mille miglia, non solo geograficamente, dal nitore dell’oceano che circondava Amity Island. Crawl, come tutti i film che contrappongono all’american way of life lo strabordante potere della natura, possiede suo malgrado uno sguardo politico sull’oggi: in questo senso la lotta di padre e figlia, che prosegue imperterrita nonostante gli infortuni, le ferite, le lacerazioni, le mutilazioni, acquista il valore di una resistenza perpetua contro l’oggi e i suoi turbinii. E nel fiume d’acqua in piena che travolge tutto sopravvive un horror d’azione divertente e divertito, a tratti angosciante, sempre in grado di cogliere di sorpresa lo spettatore, con due interpreti perfetti per il ruolo come Kaya Scodelario e Barry Pepper. Oltre agli alligatori, ovviamente.

Info
Il trailer di Crawl – Intrappolati.

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