Il signor diavolo

Il signor diavolo

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Il signor diavolo segna il ritorno di Pupi Avati al gotico padano a oltre venti anni di distanza da L’arcano incantatore; un viaggio alle radici del Male, della sua relazione con l’umano, in un Veneto democristiano alle prese con un fatto di sangue minorile dietro il quale qualcuno vede l’occhio ferale del demonio. Un’opera rarefatta, d’antan, che vive un tempo fuori dal tempo e ha il coraggio di scandagliare, come già avvenuto in passato nell’opera di Avati, il rapporto tra fede e superstizione.

In principio era il verro

1952. A ridosso delle elezioni politiche un giovane funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia, Furio Momentè, viene inviato per un’ispezione a Venezia, dove si sta per istituire un processo che ha per attore protagonista un bambino che ha ucciso un suo coetaneo trafiggendogli il capo con un sasso lanciato da una fionda. Il ragazzo afferma di aver ucciso volontariamente Emilio (questo il nome della vittima) perché in realtà non era altro che il demonio. Il ragazzo sarebbe stato spinto a una simile deduzione da una cugina suora e da un prete, e per questo il Ministero – che ha paura che la Democrazia Cristiana perda il Veneto a favore del Partito Comunista – vuole che il tutto venga insabbiato. A Momenté l’arduo compito. Ma chi è il signor diavolo? [sinossi]

Il signor diavolo uscirà nelle sale italiane il prossimo 22 agosto, nel pieno della stagione balneare. Riuscirà un’opera non solo lugubre ma anche così profondamente legata alla nebbia, all’acqua lagunare, alla piana apparentemente senza fine a convincere gli spettatori italiani ad abbandonare le sdraio e gli ombrelloni per recarsi al cinema? Lo si scoprirà facilmente, e non è in fin dei conti materia così interessante. Semmai è curioso notare come sempre sul finire di agosto (rispettivamente il 20 e il 26) trovarono distribuzione anche La casa dalle finestre che ridono e Zeder, i due titoli fondamentali nell’incontro tra Pupi Avati e l’horror. Due titoli centrali per la cementificazione di quello spleen poetico che viene solitamente chiamato “gotico padano”, e che ha nel regista bolognese il suo principale cantore. Il gotico padano – che troverà riverberi tanto e soprattutto nella legione indipendente del cinema di genere, da Lorenzo Bianchini a Giuliano Giacomelli, fino a quell’Ivan Zuccon che qui è accreditato come montatore – è, insieme al giallo, la timbrica più riconoscibile e stratificata nello spettro cromatico della produzione horror e thriller italiana, e in una certa misura rappresenta lo specchio deformato dell’altra fonte zampillante della poetica avatiana, vale a dire il ritratto borghese. Se da un lato Avati congela un fermo immagine dell’Italia attraverso il racconto della sua classe media, di epoca in epoca – sfruttando come genere di riferimento tanto la commedia quanto il dramma –, nel suo riflesso si notano le ombre lunghe di un Paese perso nella sfida soprannaturale tra fede e superstizione. Come nel vetro della teca si può intravvedere il viso di Paolino, una delle vittime del demonio.
Il signor diavolo, che Avati ha tratto da un suo romanzo pubblicato da Guanda un anno fa, è un “racconto del gotico maggiore”. Al centro c’è sì infatti la costruzione di un’atmosfera, elemento essenziale per il genere – e l’entroterra veneto non era mai apparso così mortuario, già cadavere in decomposizione – ma vi trova spazio l’elemento sacro, e il ghigno sacrilego. Non è un caso che i titoli strettamente ricollegabili all’orrore all’interno della filmografia di Avati ruotino sempre attorno alla fede cattolica, alla Chiesa come elemento di perturbante dannazione, e alle figure ecclesiastiche. Se la mente cinefila corre subito al parroco de La casa dalle finestre che ridono, non si dovrebbero dimenticare il don Luigi Costa di Zeder, il monsignore de L’arcano incantatore e le due converse de Il nascondiglio (unico film a non poter essere un gotico padano per via della sua ambientazione oltreoceano).

Anche ne Il signor diavolo la Chiesa ricopre un ruolo di primaria importanza. È un chierichetto Carlo Mongiorgi, il bambino che ha assassinato un suo coetaneo perché lo considera il demonio. Il paesino sperduto nel quale vive (Lio Piccolo, borgo lagunare a una ventina di chilometri da Venezia) trova un suo centro solo ed esclusivamente nella parrocchia. E poi il ragazzo ucciso, il deforme Emilio – che si vocifera abbia sgozzato con le sue strane fauci la sorellina mentre dormiva nella culla – era figlio della Signora, donna che ha sempre garantito un grande bacino elettorale alla Democrazia Cristiana. Cosa succederà, si chiedono a Roma, al Ministero di Grazia e Giustizia, ora che la Signora considera il parroco e il sagrestano corresponsabili nella morte del figlio, per aver indottrinato a tal punto un ragazzino da spingerlo a scagliare una pietra nell’occhio sinistro di Emilio, fracassandogli il cranio? Sposterà i voti verso il Partito Comunista? E uno scandalo in cui un uomo di chiesa viene chiamato al banco dei testimoni di un processo non potrebbe perfino rovesciare i punti di forza politici di una regione tradizionalmente “bianca”?
Da questo timore strettamente materiale, e che ben poco ha a che vedere con la fede, parte la detection che sarà però solo uno dei motivi narrativi della prima regia per il cinema di Avati dai tempi di Un ragazzo d’oro, cinque anni addietro. Per quanto ci si possa fermare, trovando il necessario appagamento, alla sola cornice orrorifica della vicenda, con le superstizioni che sembrano trovare conferma in un giovane del tutto fuori dalla norma che parrebbe saper resuscitare i morti (tema trattato anche in Zeder, dove però assume un’iridescenza scientifica), Il signor diavolo è un’opera ben più stratificata di quanto traspaia da una lettura superficiale. Nel racconto, volutamente tratteggiato ricorrendo a flash e a dettagli – il ricordo di un bambino rinchiuso per punizione al buio, o la forfora da spolverare sulla giacca del grigio seppur giovane funzionario ministeriale –, di un’indagine forse da insabbiare perché potenzialmente dannosa per i successi elettorali del principale partito di governo, si cela da un lato l’ennesimo racconto dell’Italia partorito da Avati (che scrive il film con il fratello Antonio e il figlio Tommaso), e dall’altro una riflessione sulla natura profonda e insondabile del Male.

Tutti i personaggi del film agiscono spingendosi – più o meno volontariamente – in direzione del Male: dal piccolo Carlo, che pure afferma di aver agito per una necessità superiore, allo stesso funzionario Furio Momentè, che brama far carriera e ha un rapporto conflittuale con il padre, rimasto a Roma incosciente nel letto di un ospedale. Avati elimina con coraggio qualsiasi possibilità di reale identificazione, rendendo i suoi personaggi attori di una vita che non può evitare le ombre lunghe della notte e i demoni (interiori, mentali, reali, anche qui poco conta la differenza) che la abitano. Quel che ne viene fuori è un affresco malsano, insalubre, dove l’acqua ha il nauseabondo puzzo di cadavere e anche il gesto contadino più quotidiano, quello di nutrire le bestie, può assumere connotati inquietanti. Scegliendo una regia livida e desaturata nelle scelte cromatiche Avati immerge il suo film in un tempo fuori del tempo, eradicando qualsiasi componente strettamente transitoria dal racconto e rendendolo di fatto universale. Poca importanza ha che l’azione si svolga nel 1952, perché ciò di cui si parla è ancestrale, è nato con l’uomo e lo accompagna. È la paura del buio, l’irrequietezza che crea l’immagine di una stanza che si apre su un abisso di scale, il gelo nel sangue provocato dal rumore di un neonato che piange nella notte. L’ipotesi sacrilega, che turba anche chi non ha fede. Per giungere a questo risultato Avati tratteggia un racconto ricostruito attraverso i faldoni nei quali sono contenuti i verbali degli interrogatori durante l’istruttoria. Un tempo già esistito, che prende corpo in immagini partendo dalla parola pronunciata e trascritta. Una ricostruzione che da orale si trasforma in visuale, e che spiazza lo spettatore, che potrà vivere il tempo presente con i personaggi in scena solo nella seconda metà del film, quando Momentè è oramai a Venezia e cerca di far venire alla luce una verità che è oscura fin dal proprio concepimento. Di ritorno all’orrore a dodici anni di distanza da Il nascondiglio Pupi Avati si dimostra ancora una volta in grado di cogliere le sottili incrinature dell’umano, incapace di essere più forte di ciò che crede, o che è universalmente creduto. Perso, tra fede e superstizione che a volte, chissà, possono essere la stessa cosa.

Info
Il trailer de Il signor diavolo.

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