Danses macabres, squelettes et autres fantaisies

Danses macabres, squelettes et autres fantaisies

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Presentato tra gli Écrans parallèles del 30° Fid Marseille e poi a Doclisboa, Danses macabres, squelettes et autres fantaisies è il diario di un incontro, e di un viaggio in Portogallo, tra due cineasti, la portoghese Rita Azevedo Gomez e il francese Pierre Léon, e lo studioso d’arte e filosofo Jean-Louis Schefer. Trascinati dall’eloquio torrenziale delle discettazioni di quest’ultimo i due sembrano al suo servizio con la macchina da presa, ma il film si rivela quale un dialogo tra le arti figurative.

Viaggio in Portogallo

Due registi e uno scrittore sono in Portogallo per una spedizione per immagini, alla ricerca di momenti della storia della rappresentazione allegorica occidentale. Lo scrittore è Jean-Louis Schefer e questa storia racchiude la missione della sua vita. Qual è la connessione tra le danze macabre medioevali, il Trittico delle Tentazioni di sant’Antonio di Hieronymus Bosch, un paesaggio di Fragonard e le incisioni rupestri preistoriche di Foz-Côa? Non c’è connessione, Schefer ammette fin dall’inizio, salvo per l’arbitrarietà del gusto. Schefer parla molto; la sua lingua è fluente, chiara e focalizzata. I suoi due amici dicono poco, ascoltando con attenzione. [sinossi]

La danza macabra è un tema iconografico dell’ultimo Medioevo, nel XV secolo, che consiste nella rappresentazione di scheletri danzanti tra uomini vivi, di ogni ceto sociale. Un memento mori per ricordare la fine che aspetta e accomuna tutti, ricchi o poveri, buoni o cattivi, belli o brutti. Un tema medioevale che ha avuto eco anche nel cinema, si pensi solo a La danza degli scheletri delle Silly Symphonies di Disney, a Gli Argonauti con gli scheletri animati dalla stop motion di Ray Harryhausen, o L’armata delle tenebre. Ne discetta con grande erudizione e brillantezza intellettuale, Jean-Louis Schefer, il grande critico d’arte e filosofo francese, noto anche per i suoi scritti teorici sul cinema, nel film Danses macabres, squelettes et autres fantaisies, presentato tra gli Écrans parallèles del 30° Fid Marseille. Il film racconta di un soggiorno e viaggio in Portogallo di una settimana dell’intellettuale francese con i registi Rita Azevedo Gomez e Pierre Léon. La prima ha realizzato questo film mentre era al montaggio di A Portuguesa dove il secondo aveva preso parte come attore.

I due cineasti assecondano il torrenziale flusso verbale di Schefer, le sue argute discettazioni e provocazioni intellettuali sull’arte e sui legami possibili tra danze macabre, il Trittico delle Tentazioni di sant’Antonio di Hieronymus Bosch, che i protagonisti vedono al Museu Nacional de Arte Antiga di Lisbona, L’isola dell’amore di Jean-Honoré Fragonard, al Museu Calouste Gulbenkian, opere di altri artisti come il miniaturista Simon Marmion, e le incisioni paleolitiche nella Valle del Côa. Le riprese del loro viaggio in Portogallo consistono in chiacchierate tra tavolini in giardino, tra gatti che passeggiano, in un salotto davanti a un pianoforte, in musei, pinacoteche. Quella che potrebbe sembrare una sterile esibizione dotta, diventa per i cineasti un dialogo tra il cinema e le altre arti figurative. Non un caso per una regista incline al pittoricismo come Rita Azevedo Gomez. Inquadrature fisse, composizioni dell’immagine studiatissime a tableau vivant, o a conversation piece, all’aperto, a volte con un ruolo del paesaggio come nello sfondo scenografico imponente che si crea quando i tre protagonisti arrivano alla confluenza del fiume Côa nel Douro.

Tutto il film è pervaso da una tensione tra immagini fisse e in movimento, tra pittura e cinema, tra morte al lavoro e scheletrini danzanti, tra cornice fissa e tensioni di movimento interne al quadro. Magistrale in questo senso il modo in cui, per due volte nel film, i registi rendono al cinema la fruizione di un’opera di grande complessità come il Trittico delle Tentazioni di sant’Antonio. Con un montaggio alternato tra due inquadrature, una ampia che comprende l’opera di Hieronymus Bosch, vista nel suo complesso inquadrando anche, ai suoi bordi, lo sfondo del museo, compresi i visitatori che contemplano l’opera. La seconda inquadratura invece riprende una delle rappresentazioni a monocromo degli sportelli esterni, nel trittico chiuso, in questo caso senza comprendere la cornice, il bordo, e facendo scivolare la mdp sul dipinto, dall’alto al basso. Nel primo caso quindi il massimo dell’effetto straniante delle cornici di Straub/Huillet, nel secondo il senso da critofilm che individua una linea di forza interna all’opera pittorica, la dimensione temporale della pittura, il movimento di sguardo dell’osservatore del quadro.

Due sistemi antitetici con cui il cinema può dialogare con la pittura, che rendono la complessità estrema di quest’opera, fatta di tante immagini, tra cui anche quelle in bianco e nero. Si arriva poi alle incisioni rupestri all’aperto, gli incredibili mosaici e composizioni di animali, cavalli, bovini, ovini, che riempiono la Valle del Côa, testimonianza di una tensione dell’uomo verso l’arte già 20 000 anni fa, e verso un’idea di sequenza dinamica, di cinema, analogamente all’arte parietale delle grotte di Lascaux, di Trois-Frères e di Chauvet (queste ultime oggetto del documentario Cave of Forgotten Dreams di Werner Herzog, citato scherzosamente nel film). E ad aumentare questa stratificazione di immagini, fisse e in movimento, i registi aggiungono anche inserti di film, da La regola del gioco a Il fascino discreto della borghesia, fino a Cinque donne attorno a Utamaro, il film di Mizoguchi dove massima è la sensualità dell’arte. Le parole di Schefer diventano così un pretesto per un atlante figurativo, dove la settima arte comprende le altre arti figurative.

Info La scheda di Danses macabres, squelettes et autres fantaisies sul sito del FID Marseille.

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