Intervista a Leonor Noivo e Patricia Guerreiro

Intervista a Leonor Noivo e Patricia Guerreiro

Leonor Noivo lavora dal 1999 come script supervisor e aiuto regista in film e documentari, collaborando tra gli altri con João Pedro Rodrigues, João Nicolau, Pedro Pinho, Tiago Hespanha, João Botelho. È autrice di diversi documentari e cortometraggi, fra cui Excursão che nel 2007 vince il Prémio Tobis per Miglior cortometraggio portoghese a IndieLisboa. Patricia Guerreiro è un’attrice; ha lavorato più volte con João Botelho (A Mulher que Acreditava Ser Presidente Dos EUA, Quem És Tu?, O Fatalista). Le due donne si sono unite per raccontare la malattia che le accomuna, l’anoressia, nel film Raposa. Le abbiamo incontrate al 30° Fid Marseille dove il film è stato presentato in concorso.

Potete raccontarmi qualcosa sull’origine del progetto di Raposa. Cosa vi ha spinto a unirvi per realizzare questo film?

Leonor Noivo: In realtà si tratta di un’idea che avevo in testa ormai da diversi anni. Qualcosa che sentivo di dover fare anche se ancora non sapevo quando ci sarei riuscita; poi è iniziato a essermi chiaro che dovevo fare un film su questa tematica. Ho fatto ricerche su dove poterlo fare; non ricordo tutti i passaggi, ma a un certo punto ho compreso che forse avrei dovuto visitare gli ospedali e parlare con le persone al loro interno. Probabilmente perché questo tipo di malattia si comprende meglio in ambienti simili. Però per me il film non era qualcosa di “clinico”, volevo parlare di questo tema che mi è molto vicino senza pregiudizi.

Patricia Guerreiro: Dal nostro punto di vista, le idee che spesso le persone hanno su questa malattia non sono troppo corrette. Ci sono tantissimi lavori che ne parlano e la nostra idea era di mostrare qualcosa di questa malattia che di solito non viene trattato.

Leonor Noivo: Considerando che per me e Patricia è qualcosa di molto personale, abbiamo iniziato a pensare a come muoverci. In realtà è stata una coincidenza, penso sia accaduto nel 2013. Patricia è un’attrice e ovviamente prende parte ad altri film mentre io lavoro da assistente alla regia; al tempo stavo facendo i casting per un film e ho chiamato Patricia dicendole «Vuoi prendere parte al casting per questa ragazza in questo film?». Era un film di Marilia Rocha, una regista brasiliana. Stava cercando un’attrice portoghese. Per cui ho chiamato lei, ci siamo incontrate e ho subito avuto l’idea di girare questo film, ho subito pensato «Voglio fare questo film con lei». All’inizio non ne avevamo parlato chiaramente, ma dopo quel casting ci fermammo a parlare anche perché erano anni che non ci vedevamo e l’idea più o meno era: «Wow, abbiamo questo in comune, facciamone qualcosa». Ho iniziato a visitare un ospedale per fare delle interviste; è stato l’inizio di tutto un processo. Non mi sentivo molto a mio agio, andare lì, osservare i pazienti, era tutto troppo clinico; lo facevo ma non era quello che volevo anche se allo stesso tempo ho trascritto quello che dicevano le persone visto che si trattava di interviste. A un certo punto anche Patricia era lì e non io lo sapevo. A volte capita di avere un crollo ed è necessario andare all’ospedale, tipo una volta all’anno circa. Quando ci siamo incontrate in ospedale ci era chiaro che dovevamo portare questa cosa al di fuori, da lì abbiamo iniziato con il film. Avevamo questo patto: «Cerchiamo di costruire qualcosa insieme, al di fuori della città, in campagna e cominciamo qualcosa che abbia valore per entrambe».

Patricia Guerreiro: Abbiamo scelto di girare in campagna anche perché ogni tipo di ambiente aveva un suo senso. Ci sono stati grossi incendi in Portogallo, le montagne erano bruciate e gli alberi erano spogli. Alla fine, tutte le cose hanno iniziato a quadrare tra loro proprio grazie a coincidenze come esserci ritrovate dopo tanti anni e anche grazie alla nostra volontà di fare qualcosa con questa tematica che partisse dall’interno ma avesse un altro punto di vista.

Quello che vediamo nel film, la tua vita in campagna è la tua vera vita quotidiana o si tratta di fiction?

Patricia Guerreiro: Io vivo lì in campagna, ma ovviamente nel film è tutta finzione. Abbiamo girato le scene a casa mia e in Vale de Prazeres che è vicino a dove abito.

Leonor Noivo: Io e Vasco Saltão, mio marito e il direttore della fotografia, raggiungevamo Patricia per girare con lei, a volte nella sua casa mentre altre invece in quella dove stavamo noi. Per cui nel film ci sono due case anche non si capisce e sembra che ce ne sia soltanto una. Abbiamo costruito il set in casa nostra mentre per altre scene, ad esempio quelle con la famiglia, le abbiamo girate in casa di Patricia. Anche se la famiglia non è troppo focalizzata, è comunque un elemento che è sempre presente.

Perché la scelta desueta di girare in pellicola 16mm?

Leonor Noivo: È stata una sorta di reazione, perché tutto quello che ho girato all’interno dell’ospedale l’avevo fatto in digitale, ero da sola con la fotocamera 5D digitale e registravo anche il suono; alla fine avevo tantissimo materiale. Ma pensavo «Non è questo il modo giusto». Perciò, quando abbiamo deciso di uscire dall’ambiente dell’ospedale, abbiamo voluto girare le riprese con una piccola troupe e ho chiesto l’aiuto di mio marito Vasco Saltão. Lui è un tecnico, lavora in varie produzioni per cui sa come muoversi. Questa è stata la sua prima volta come direttore della fotografia, di solito è solo il primo assistente. Abbiamo capito che il nostro gruppo era perfetto perché era veramente intimo. Potevo anche chiamare qualcuno da fuori se necessario e solo a volte c’era un tecnico per il suono, ma in generale non ci sono praticamente suoni durante le riprese e tutto l’audio è stato fatto in post-produzione. Alla fine, la troupe è sempre stata questa, solo noi tre. Inoltre, girare in 16mm ha qualcosa di “fisico” che nel complesso aveva senso. Per Patricia poi, con cui ci siamo incontrate proprio in campagna circa vent’anni fa, non era importante che si girasse in 16mm, ma c’era semplicemente l’idea e la domanda: «Come lo facciamo funzionare?».

Credo che la pellicola sia importante sia come rispondenza alle proiezioni che si vedono in Raposa, di spezzoni di scene dei film di João Botelho in cui recitava Patricia, e poi per creare quei disturbi tipici della pellicola come quelle sovraesposizioni dove va via l’immagine.

Leonor Noivo: Quelle parti indicano la fine dei ruoli che si assumono nella vita, perché noi abbiamo supposto che a volte semplicemente finiscono. Questa malattia va e viene dalla sua esistenza, dall’esistenza di Patricia, è qualcosa che si ha il desiderio di controllare, anche se in realtà non puoi controllare ogni cosa.

E poi ci sono anche dei momenti fuori fuoco.

Leonor Noivo: [Ride, n.d.r.] Vuoi la verità? È stato un errore, ma siamo riusciti a sfruttarlo con intenzione. Ci sono due o tre immagini che erano sfocate e solo quando tornavamo a casa e controllavamo il materiale ce ne rendevamo conto. Continuavamo a lavorare alle scene e quando tornavamo a girare realizzavamo qualche piano-sequenza sfocato da mettere nelle scene. Ogni volta giravamo e poi sviluppavamo il tutto, avanti e indietro, sempre così. Non abbiamo ripreso tutto in una volta sola, è stato praticamente un anno intero così. Per noi poi era importante anche tutto il processo nel tempo; entrambe ad esempio cambiavamo idea, sullo script e sulla voce over. In tutto quello che è stato condiviso, Patricia pensava sempre a come esprimersi al meglio, a come dire certe cose e tutto il processo è stato utile anche per questo. Cosa ne pensi? [Rivolta a Patricia, nd.r.]

Patricia Guerreiro: Si, nel periodo delle riprese sono stata ricoverata due volte in ospedale, è stato pieno di alti e bassi e tutto è accaduto nei due anni delle riprese e in cui il film si stava sviluppando. Queste possibilità si sono realizzate anche perché avevamo tempo anche per introdurre tutte le emozioni che provavamo noi stesse durante quel periodo. Ad esempio, Leonor ha avuto un figlio e non è qualcosa di facile da gestire perché si tratta del tuo corpo, di quello che pensi e delle diverse relazioni tra questi due aspetti. Per cui abbiamo girato per molto tempo e mentre realizzavamo il film stavamo anche creando altro. In più c’erano anche tutti gli spostamenti tra le varie parti della campagna. Alla fine, non stavamo solo costruendo un film.

Ci sono quei due momenti di proiezione in cui il corpo di Patricia entra nel fascio e l’immagine è proiettata anche su di lei mentre guarda se stessa nel passato. Come l’avete concepito?

Patricia Guerreiro: Tutto il processo recitativo è legato all’immergersi nel personaggio da interpretare. Per me è una metafora in cui convivo con questo disagio fisico e a volte mi sembra quasi di cercare di realizzare un’interpretazione di me stessa. Il processo è il medesimo, sia mentre lavoro sia mentre cerco di gestire nella mia mente questa malattia.

Le prime fotografie che mostri, del vostro incontro, sono poi delle istantanee polaroid, quindi ancora pellicola, l’equivalente per l’epoca dei nostri scatti istantanei con il cellulare.

Leonor Noivo: Quello era il solo materiale che avevo con lei. Vent’anni fa facevo la supervisione di un copione e le feci una foto con una polaroid, che mi parve discreta, l’ho tenuta per tutto questo tempo a casa e ora siamo qui. Potremmo dire che è stato un pretesto per l’inizio. Potevamo scegliere diverse altre cose ma questa era piccola, concreta, veritiera, e allo stesso tempo era perfetta per la voce over delle scene iniziali.

Per quanto riguarda la scena di Patricia che si ricopre di gesso, per poi toglierselo lasciando quell’involucro vuoto, mi sembra una sorta di metamorfosi, come di una farfalla che esce dal bozzolo? Rappresenta la speranza di una nuova vita?

Leonor Noivo: È un modo per diventare liberi. Anche se sappiamo che è difficile esserlo davvero, per tutti, non certo solo nel caso della malattia. Per me è molto chiaro: allo stesso tempo vedi fisicamente, in tre dimensioni, il tuo corpo e anche al di fuori dello stesso. Si tratta di entrambe le cose, una metafora dell’essere liberi e lasciarsi il proprio corpo fisico alle spalle. È un pensiero del tipo: «Non è così importante, andiamo avanti». Ma è comunque qualcosa di mentale. Ci sono molte interpretazioni possibili per quella scena.

E perché quel rogo finale, delle fotografie?

Leonor Noivo: Si tratta di un’idea presente sin dall’inizio, quella di bruciare tutto quanto. Inoltre, è stato anche qualcosa che io stessa ho fatto quando alcuni anni fa ho messo da parte alcune mie cose e semplicemente le ho bruciate. Ovviamente in questo caso si tratta di cinema e quindi abbiamo fatto le cose in grande. Utilizziamo la fantasia e altri espedienti. E qui c’è il personaggio di Marta che si libera di ciò che lei stessa ha scritto.

Chi è Marta? Una combinazione di voi due?

Leonor Noivo: È vero, entrambe siamo Marta. Ma ci sono stati momenti per cui abbiamo detto: «Ok questa è Marta e basta, non siamo noi due». È una scelta in ambito cinematografico anche quella di utilizzare questo tipo di rappresentazione.

Patricia Guerreiro: Siamo sempre alla ricerca di qualche sorta di purificazione del nostro corpo, che è come un santuario. Si dice che anche se un libro scompare, l’idea resta nell’aria. Per cui il fuoco, il fumo, è tutto un modo per lasciare andare e trasformare quell’energia in qualcosa di buono. Inoltre, avevamo tutto questo paesaggio bruciato a disposizione. Penso che quindi alla fine l’idea sia venuta anche da ciò che ci circondava, in realtà è proprio il modo migliore per scomparire. Se butti un corpo nella spazzatura, in qualche modo è comunque ancora lì.

Info
La scheda di Raposa sul sito del FID Marseille.

Articoli correlati

  • FID 2019

    raposa recensioneRaposa

    di Presentato in concorso al 30° Fid Marseille, dove ha ricevuto una menzione speciale nell'ambito del Prix Georges De Beauregard National, Raposa è un mediometraggio della regista portoghese Leonor Noivo, che parla di anoressia, un disagio che la accomuna all'attrice Patricia Guerreiro.
  • Interviste

    Intervista a Tiago HespanhaIntervista a Tiago Hespanha

    Tra i fondatori della compagnia di produzione indipendente Terratreme Films, Tiago Hespanha ha diretto Campo, presentato al 41° Cinéma du Réel festival di Parigi. La nostra intervista.
  • Perugia 2018

    Raiva RecensioneRaiva

    di Western con fuorilegge, tragedia familiare, noir. Raiva di Sérgio Tréfaut è una potente metafora della lotta di classe. In anteprima al PerSo 2018.
  • Cannes 2017

    A fábrica de nada

    di A fábrica de nada è il sorprendente esordio di Pedro Pinho, sguardo sul Portogallo in crisi economica e ideologica, e sulla realtà di una fabbrica occupata e autogestita dagli operai. Tra riflesso del reale, agit prop e voli pindarici un'analisi accorata - e non priva di interrogativi - sul mondo capitalista, e la sua inesauribile usura.
  • Locarno 2016

    Intervista a João Botelho

    Abbiamo conversato con João Botelho in occasione del Festival di Locarno, dove è stato presentato il suo ultimo film, "O Cinema, Manoel de Oliveira e Eu", un omaggio al maestro del cinema portoghese.
  • Roma 2014

    Os Maias – (Alguns) episódios da vida romântica

    di Nell’adattare il più importante romanzo dello scrittore ottocentesco José Maria Eça de Queirós, Os Maias, pubblicato nel 1888, João Botelho confeziona un film arazzo, una galleria di figure, un film dalla ricchissima tessitura di immagini. Al Festival di Roma, nella sezione Cinema d'Oggi.
  • Guimarães Transversal

    di , ,
  • O fantasma do Novais

    di

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento