Intervista a Gaia Formenti e Marco Piccarreda

Intervista a Gaia Formenti e Marco Piccarreda

Marco Piccarreda ha esordito come assistente alla regia per Tu devi essere il lupo di Vittorio Moroni, con cui ha fondato la società di produzione e distribuzione 50Notturno srl, realizzando Le ferie di Licu, Eva e Adamo e Se chiudo gli occhi non sono più qui. Gaia Formenti è docente alla Scuola Civica di Cinema di Milano Luchino Visconti, all’ICMA di Busto Arsizio e tutor del laboratorio di sviluppo In Progress – Milano Film Network. Ha pubblicato due romanzi, racconti e sezioni poetiche in rivista. Con la raccolta Poesie Criminali ha vinto il Premio Fogazzaro 2017. Insieme hanno esordito con CittàGiardino, passato a numerosi festival, tra cui, Visions du Réel, Mar del Plata, Kino Otok, IsReal. La loro seconda opera è Creatura dove vai? Abbiamo incontrato Gaia Formenti e Marco Piccarreda al 30° Fid Marseille, dove il film è stato presentato in anteprima.

Avete cominciato con CittàGiardino, un film con un forte rilievo sociale, d’attualità, su un centro di prima accoglienza, per poi passare a un film come Creatura dove vai? sospeso in una dimensione atemporale, poetica. Come mai?

Marco Piccarreda: In realtà ci sono molte cose che accomunano i due film, a partire dal processo con cui sono stati realizzati. CittàGiardino nasceva dalla voglia di scrutare da vicino i centri di accoglienza per minori stranieri non accompagnati. È stata quella la scintilla che ci ha fatto muovere da Milano e visitare più volte la Sicilia, girando in lungo e in largo. Fino a quando ci siamo imbattuti in un microcosmo umano e geografico davvero speciale alle porte di Siracusa. Allora ci siamo fermati, il nostro orizzonte si è ristretto e abbiamo deciso di concentrare l’attenzione su quel luogo e la sua atmosfera ai nostri occhi unica. La stessa cosa è avvenuta, anche se in tempi molto più ristretti, con Creatura dove vai? Eravamo in Calabria per dei sopralluoghi relativi a un altro progetto. Spendevamo settimane semplicemente camminando a piedi nell’entroterra collinoso all’altezza di Capo Spartivento. E man mano che prendevamo confidenza con quel paesaggio, la sua morfologia, la luce, la storia che lo attraversavano, abbiamo cominciato a fantasticare su un’idea che da lì a due settimane si sarebbe concretizzata nelle riprese di Creatura dove vai? Anche in quel caso tutto è partito dalla fascinazione del luogo, dalla voglia di abitarlo, di indagarlo, prima con gli occhi e poi con la videocamera. Il resto del processo deve molto alla nostra capacità di essere mobili e leggeri, di saper assecondare i tanti imprevisti, di accogliere suggestioni improvvise ed intuizioni fugaci. Un modo di lavorare anche questo ereditato da CittàGiardino.

Gaia Formenti: Ad un livello più profondo i protagonisti di entrambi i film sono in attesa di un segno. In una allucinata condizione di stasi, i ragazzi di CittàGiardino attendono un documento di soggiorno che sembra debba dover arrivare da un’entità quasi extraterrestre. Così come la Creatura cerca segni divini che guidino il suo cammino. E poi c’è la condizione del linguaggio. I ragazzi di CittàGiardino, in quanto stranieri appena arrivati in Italia, sono privati della possibilità di comunicare con l’esterno, di esprimersi, di raccontarsi. La loro vicenda è piena di fraintendimenti, distorsioni di senso, frustrazione. La stessa che la Creatura prova nei confronti degli indecifrabili messaggi del Santo.

In Città Giardino c’era quel grande albero, nel giardino del centro, che era un po’ un richiamo al villaggio africano dove si usa radunarsi attorno a un grande albero. E questo c’è anche qui, l’albero isolato sotto cui la Creatura va a dormire.

Marco Piccarreda: Il grande carrubo posto al centro del cortile di CittàGiardino, sullo sfondo inquietante dello stabilimento petrolchimico, è una presenza enigmatica, capace di evocare un altrove antico e lontano. Una sorta di totem del mistero e dell’immobilità alla cui ombra si riparano i ragazzi e che sembra catalizzare i loro pensieri e le loro speranze (e attorno al quale è costruita l’intera sequenza del sogno). In Creatura dove vai? Il totem è trasportato in una dimensione celeste: diventa nuvola. È la nuvola il luogo generatore di immagini e visioni. Lo sfondo su cui proiettare desideri e paure.

La parte di testo di Creatura dove vai? è vostra elaborazione? Non proviene da testi preesistenti?

Gaia Formenti: Ci siamo rifatti a varie fonti. Sicuramente l’Antico Testamento ma anche l’ironia sottile di stampo di nietzschiano, soprattutto nella parte iniziale in cui si ripetono brani formulari quasi musicali. Il gioco era quello di inventare un “finto testo sacro”. E poi c’è la fiaba e un piccolo grande mondo di gesti e oggetti attinti ai racconti popolari. In particolare da Corrado Alvaro, lo scrittore calabrese della prima metà del Novecento.

Marco Piccarreda: Il testo, o meglio, la stessa idea che vi fosse un testo, è venuta molto tardi nel montaggio. E alla fine la voce è diventata un secondo livello di lettura del film che dialoga in modo non pacificato con le immagini. Che si intromette come elemento perturbatore e lascia aperta la porta dell’ambiguità sul senso di ciò che accade nel film.

Anche Città Giardino funziona in modo non verbale. Ci sono poi quei cibi precotti, che riprendete spesso, quasi come a sottolineare l’ibernazione di questi ragazzi il cui destino è sospeso. Perché siete tornati spesso a inquadrare quelle vaschette?

Gaia Formenti: Nel centro di accoglienza i pasti erano forniti da una ditta di catering. Il cibo arrivava due volte al giorno in piatti di plastica sottovuoto. Quando abbiamo fatto i primi sopralluoghi c’era il ramadan e negli angoli delle camerate si erano accumulate pile di decine di piatti pronti che potevano essere consumati solo dopo il tramonto. Un’immagine impressionante.

Marco Piccarreda: Nei centri di accoglienza il cibo non è più solo cibo, non è solo il nutrimento. Il suo consumo assume la dimensione di un momento rituale che mette i ragazzi in contatto con loro stessi, con i propri corpi. Uno dei pochi momenti in cui si sentono vivi e attivi. In un orizzonte in cui non c’è niente da fare ed è difficilissimo relazionarsi e capirsi reciprocamente, l’atto del nutrirsi è un gesto familiare. Allora il cibo diventa un paesaggio, un’apertura su un altrove nostalgico (da qui la scelta del macro), un po’ come lo schermo del cellulare o le visioni dal binocolo.

Il paesaggio di Creatura dove vai? è davvero potente: ci sono pietre striate, alberi decorticati. Quale è stato il lavoro sui luoghi?

Gaia Formenti: Il luogo dove è stato girato Creatura dove vai? è quello d’origine della mia famiglia materna, lo conosco bene (e da qualche anno anche Marco). Al centro di questo paesaggio ci sono i grandi calanchi d’argilla bianca, una formazione caratteristica di quella parte dello Ionio. È una materia stranissima, quando piove o tira vento questa argilla si scioglie, i calanchi si trasformano e il paesaggio cambia. Ogni volta che ci tornavamo ci chiedevamo quali strane forme avremmo trovato. Quali profili, quali bizzarre creature sarebbero emerse dall’argilla. Pian piano queste domande si sono inanellate in una piccola storia. Questo lavoro tra personaggio e paesaggio è presente in tutte le fasi del film.

Difficile capire in che epoca il film si svolga. Ci sono una serie di elementi, come gli orci, che appartengono alla vita contadina da sempre. Come avete elaborato i costumi e le suppellettili?

Gaia Formenti: Abbiamo fatto ricerche d’archivio, fotografiche soprattutto. Su quella base, e con l’indispensabile aiuto di mia nonna, abbiamo creato gli abiti e inventato gli oggetti. L’argilla era la materia fondamentale, quella con cui si faceva tutto, perché era sempre a disposizione e semplice da utilizzare.

Come si è sviluppata la produzione del film?

Marco Piccarreda: Molto di ciò che è accaduto durante la produzione è avvenuto malgrado noi. Originariamente avevamo immaginato la storiella di una bambina morente che vegliava il cadavere del padre. Con questa semplice idea abbiamo cominciato a cercare la piccola protagonista pubblicizzando un piccolo casting sul posto. All’audizione si presenta una sola bambina. Solo che invece di avere l’aspetto emaciato di chi vive di stenti sperduta tra i montagne, è sana e florida, vivace e con la pelle candida. E ha una voglia incredibile di fare il film. A quel punto decidiamo di arruolarla lo stesso ribaltando radicalmente la storia: invece di essere una bambina morente sarà una bambina che nasce. Tutto il film si è sviluppato con la stessa immediatezza e libertà. Avevamo messo a punto un brevissimo soggetto ma in realtà ogni giorno delle riprese cercavamo di capire dove andare. Poi, in montaggio, il film è stato riscritto da capo e rivitalizzato.

Gaia Formenti: Tutto in due chilometri quadrati.

Marco Piccarreda: Le inquadrature dovevano sezionare bene un territorio molto piccolo in realtà. Non avendo mezzi ci muovevamo con i borsoni e la povera Rosanna, la protagonista, col piccone. Iniziavamo a girare mentre dalla casa andavamo verso il luogo predisposto come set, perché lei era già vestita dall’inizio, e già stanca. La truccavamo a casa. La gente che ci vedeva ci prendeva per pazzi.

Lei, la Creatura, come l’avete trovata?

Gaia Formenti: Fa parte del mio ambito familiare. Ha un volto scolpito nella pietra, potente: gli occhi chiarissimi e la pelle molto scura. E poi ha questa fisicità molto particolare, specifica di questa zona della Calabria, che è stata una zona normanna. Si è rivelata molto resistente e paziente. Se non avesse avuto quei geni calabresi probabilmente non avrebbe retto una settimana. Una contadina con una bella fibra.

Marco Piccarreda: Noi in realtà pensavamo ad una figura più esile ed incerta, prossima alla morte. Invece lei era un panzer: possente, propositiva, con una resistenza alla fatica inimmaginabile. Molto più di noi. E poi ha donato al personaggio una imprevista dimensione “caricaturale”, frutto della sua tendenza all’esasperazione dei gesti e delle espressioni, che, ridimensionata in montaggio, ha aggiunto una curiosa allure tra il mistico e l’ironico alla Creatura.

Perché avete usato il formato 4/3?

Gaia Formenti: Facendo i sopralluoghi abbiamo cominciato a fare delle foto e ci siamo accorti che non volevamo che il paesaggio fosse troppo bello, panoramico. Volevamo evocare una chiusura fisica (e anche di senso) che rendesse la geografia oscura e frammentata. Da una parte volevamo trattare il paesaggio come un personaggio, in stretto dialogo con le figure che lo attraversavano, dall’altra c’era l’esigenza di sfruttare questi due chilometri quadrati facendoli sembrare lo sfondo di un lunghissimo viaggio…

Marco Piccarreda: C’è una forte influenza pittorica, quella medioevale o delle icone ortodosse, in cui sia amplifica il senso anche verticale del paesaggio, che non è solo orizzonte, ma un ventaglio di piani sovrapposti. Allora le montagne, gli arbusti, il cielo acquistano una rilevanza diversa: non più solo sfondo o fuga prospettica. Una verticalizzazione dell’attenzione che ci sembrava molto interessante.

Info
La scheda di Creatura dove vai? sul sito del FID Marseille.

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