Il diavolo a sette facce

Il diavolo a sette facce

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Mischione di generi giustapposti senza troppe preoccupazioni di logica e coerenza narrativa, Il diavolo a sette facce di Osvaldo Civirani è un prodotto senza infamia e senza lode, che punta molto sul fascino di George Hilton e Carroll Baker al centro di un sostanziale giallo-rosa con tenui venature di sadismo. In dvd per Cinekult e CG.

Donna in carriera di stanza ad Amsterdam, Julie Harrison è perseguitata da sconosciuti e da strane telefonate di Mary, sua gemella perfetta. Avvicinata dall’affascinante Tony, Julie è assistita anche dall’avvocato Dave Burton. A poco a poco gli strani accadimenti che ricorrono nella vita di Julie sembrano legarsi al furto di un prezioso diamante, intorno al quale si scatena una serrata guerra tra gangster… [sinossi]

Qualche giorno fa George Hilton ci ha lasciati. Forse non gli si rende un buon omaggio e servigio ricordando la sua recente scomparsa con un intervento su Il diavolo a sette facce (1971) di Osvaldo Civirani, di sicuro non una delle migliori occasioni nella lunga carriera dell’attore. Eppure il film in questione è a suo modo emblematico di una delle tipologie umane più ricorrenti che Hilton ha incarnato nel cinema italiano. A fianco di molti ruoli sostenuti in spaghetti-western, è noto infatti che Hilton ha impersonato anche uomini dal fascino ambiguo in contesti di giallo italiano, come nelle famose opere girate in coppia con Edwige Fenech per la regia di Sergio Martino e altri. In tal senso in Il diavolo a sette facce il ruolo di Hilton è praticamente paradigmatico: seduttore scaltro e votato all’azione concitata, all’intervento fisico, a un approccio protettivo nei confronti della protagonista femminile che sul finale rivela inevitabilmente il suo rovescio, da custode a persecutore della donna in un’ottica di macchinazione.

Il diavolo a sette facce non è nemmeno la migliore occasione di Carroll Baker in Italia. Dopo (e nel mezzo a) i film con Umberto Lenzi, qui la Baker è di nuovo collocata in un contesto vagamente sexy che demanda molto al fascino della sua figura, tributata di una predominante centralità narrativa. Il film di Civirani sembra tutto assemblato con materiali di riporto, ivi compreso il ricorso a un titolo del tutto fuorviante e vagamente agganciato alla neonata titolistica argentiana, quando di fatto il regista si tiene a sensibile distanza da un vero giallo psicotico e truculento. La vicenda narrata infatti è una sommatoria di luoghi comuni commerciali, in cui nella prima metà si mette insieme la donna perseguitata, il senso di minaccia senza nome e senza volto, il tema immortale del doppio gemellare di carattere opposto, qualche timida parentesi sanguinolenta (la scoperta del cadavere in soffitta; lo schiacciamento di Hilton in prefinale per mezzo di una ruspa), per poi sfociare nella seconda metà in una molto più corriva e tediosa guerra tra gangster per accaparrarsi un diamante. Proprio qui il titolo del film devia dall’effettiva consistenza del racconto: ingannando il pubblico, il “diavolo a sette facce” non è altro che il nome suggestivo di una pietra preziosa al centro di una caccia incrociata, ed è sufficiente un’unica e posticcia battuta di dialogo per giustificare il titolo.

Raccogliendo le più diverse istanze di successo presso il pubblico, Civirani compie un vero e proprio patchwork narrativo che procede per trovate estemporanee ed eterogenee, con enormi difficoltà a conservare una coerente linea diegetica. Spesso nel cinema di genere italiano la logica va a farsi benedire, ma qui lo sfruttamento massiccio di momenti forti per intrattenere il pubblico appare più occasionale che mai. Dopo aver timidamente intrigato chi vede con un’introduzione al racconto nella cifra della persecuzione paranoica, Civirani sposa in modo sempre più stringente le modalità espressive di un generico e movimentato giallo-rosa dall’impianto turisticamente internazionale, con qualche tenue apertura di sadismo e anche parentesi dedicate a gare automobilistiche – Civirani doveva esservi affezionato, visto che nella sua filmografia figurano anche Le Mans – Scorciatoia per l’inferno (1970) e la parodia con Franco e Ciccio I due della F1 alla corsa più pazza, pazza del mondo (1971).
Più in generale, Il diavolo a sette facce sconta un soggetto sostanzialmente poco interessante, che non riesce mai a catturare davvero nel suo racconto.
Tutto da buttare, dunque? Assolutamente no. Certo non siamo di fronte a un’opera epocale del cinema di genere di casa nostra, ma Il diavolo a sette facce conserva comunque una globale confezione di prodotto dignitoso, medio e forse qua e là mediocre, senza particolare personalità, ma non da rifiutare in toto. Specie nella prima parte Civirani mostra sequenze girate con buona perizia, che talvolta raggiungono più o meno lo scopo della suspense. Dopo un ottimo avvio (la persecuzione realizzata tramite uno scatto di foto), il film presenta sequenze ben confezionate, che si avvalgono di un ottimo lavoro sulle luci – specie negli interni, è ricorrente una luminosità fortemente chiaroscurata sui volti. La lunga sequenza silenziosa del ritrovamento del cadavere in soffitta è a sua volta cadenzata su una buona suspense tutta di attese e sospensioni, e pazienza se si tratta di un brano assolutamente inutile nella globale economia narrativa del film. Tutta la sezione in prefinale, che vede una resa dei conti in un mulino a vento e nei campi circostanti, sfrutta saggiamente le risorse del paesaggio e si appoggia a un découpage molto frammentato, composto da angolazioni diverse all’interno del mulino, che testimonia una salda padronanza della tensione cercata nel puro e semplice giustapporsi di luoghi. Quel brano riporta alla mente una sequenza di un film vecchio e dimenticato di Alfred Hitchcock, Il prigioniero di Amsterdam (1940).

Se infatti il film di Civirani vive di divoramento di materiali altrui, è forse da ricercare nella spy-story hitchcockiana l’ascendente più diretto, qui riaggiornato alle pratiche più sanguigne del cinema di genere italiano. Non è dato sapere se si tratti di una filiazione voluta e consapevole, ma di certo la scelta di Amsterdam da parte di Civirani come cornice della vicenda può indicare una strada interpretativa di questo tipo.
Ancora, il successivo inseguimento tra i campi raggiunge spesso l’empatia angosciosa. Lo schiacciamento finale di George Hilton, in controcampo allo sguardo allucinato di Carroll Baker da dietro il vetro della cabina di una ruspa, mette insieme discordanti percezioni spettatoriali: da un lato è inevitabile farsi un paio di risate (del resto, capita più volte durante la visione del film), dall’altro si rivela per una chiusura brutale e inaspettata, frutto di un’inopinata e provvidenziale ruspa abbandonata in mezzo ai campi. Le sadiche immersioni del volto della Baker nella vasca da bagno sono restituite tramite una serie di efficaci primissimi piani acquatici con relativa sospensione della colonna audio.

Come sempre, il commento musicale di Stelvio Cipriani è pregevole, anzi stavolta fin troppo raffinato, davvero meritevole di occasioni migliori. Infine, è assai gradevole il gusto coloristico dell’incontro in spiaggia tra la Baker e Stephen Boyd, un lungomare punteggiato di sdraio e abbigliamenti dai colori acidi e primari, iterati nello spazio filmico in svariati elementi visivi secondo una composizione tra Pop e Op Art.

Certo, poi c’è un commissario deus ex machina che ogni tanto fa il punto della situazione per tenere le fila del racconto tramite ripetuti spiegoni. Il più contorto e verboso, quello del finale, arriva dopo la sorpresa (si fa per dire) della rivelazione conclusiva. È uno spiegone rapido, involuto e del tutto incredibile, e neppure soddisfacente per i tanti punti oscuri del racconto. Ma allo spettatore non importa ormai più niente. Lo spettacolo è finito, i 90 minuti d’intrattenimento sono passati, si può andare a casa senza farsi troppe domande.

In sostanza, come molto cinema di genere italiano Il diavolo a sette facce è interessante a intermittenza, mostra buone cose a fianco di cadute rovinose. È cinema che mostra tutta la sua fretta, realizzativa e fruitiva, e che non richiedeva necessariamente una visione concentrata e continuativa. Nel fiume del cinema di consumo italiano d’epoca non lascia tracce indelebili, ma non è nemmeno tra gli esempi peggiori. Fa volume, come molte altre opere che rimpolpavano un’abbondante e florida produzione industriale. Ancora, per sempre, da rimpiangere.

Extra
“Le sette facce di George” (23′ 37”), intervista a George Hilton a cura di Nocturno. Trailer originale.
Info
La scheda de Il diavolo a sette facce sul sito di CG Entertainment.

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