I ragazzi del massacro

I ragazzi del massacro

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Liberamente ispirato al romanzo omonimo di Giorgio Scerbanenco, I ragazzi del massacro di Fernando Di Leo cerca a tratti il sensazionalismo ma all’interno di un progetto di giallo che non perde mai di vista una sincera e polemica riflessione sociale. In dvd per Rarovideo e CG.

In una scuola serale della periferia sottoproletaria di Milano una maestra viene barbaramente stuprata e uccisa da una classe di suoi allievi più o meno adolescenti, tutti con esperienze di microcriminalità. Il commissario Duca Lamberti indaga sul caso, prendendo le mosse da una serie di serrati interrogatori a tutti i ragazzi coinvolti. Lo aiuta l’assistente sociale Livia, di cui in breve tempo il commissario s’innamora. Uno dei ragazzi, l’omosessuale Fiorello, forse spaventato da ciò che sa sull’omicidio della maestra, si suicida in carcere… [sinossi]

Forse ad alcuni il paragone sembrerà sacrilego, ma I ragazzi del massacro (1969) rimanda la mente ai “ragazzi di vita” pasoliniani. Su un piano di pura materia narrata, il film di Fernando Di Leo evoca infatti uno scenario sociale affine, e pure davanti al ferreo e comprensivo commissario Duca Lamberti sfila una serie di giovani attori non professionisti, alcuni (come testimoniava Pier Paolo Capponi negli extra) presi dalla strada e con qualche vera pendenza con la giustizia. Sono i volti di questi ragazzi a richiamare Pasolini, sfregiati, palesemente antiestetici, prodotti di una malriuscita omologazione che ha generato formazioni di aberrante compromesso. Sono ragazzi di vita dei quartieri più disagiati di Milano, alle prese con prostituzione per donne attempate, contrabbando e malefatte di vario genere. L’approccio di Di Leo è ovviamente distante dalle modalità pasoliniane. Qui Di Leo è interessato a uno sguardo sociale fortemente popolaresco, facilmente didascalico ma anche sinceramente polemico. I ragazzi del massacro si pone infatti a un particolare crocevia, ispirandosi a un romanzo di Giorgio Scerbanenco ma, per ammissione dello stesso Di Leo, cogliendone perlopiù l’interesse per una parte di società rimossa e poco narrata, quella dei sobborghi di un’opulenta città che non è mai inquadrata nella sua conclamata ricchezza. Il materiale di partenza è dunque un giallo urbano, ma impastato con precise istanze di denuncia e rimesso in scena con gusto sensazionalistico-espressionista.

È innanzitutto molto sapiente la globale struttura narrativa, che si dispiega in tre sezioni più o meno distinte: una prima mezz’ora tutta asserragliata nelle stanze claustrofobiche del commissariato durante i crudeli interrogatori, una successiva uscita all’esterno per cercare tracce delle ragioni psico-sociali della deriva dei giovani protagonisti con annessa indagine poliziesca, e un’ultima parte che mescola dramma e giallo con accensioni visionarie. A incorniciare questo corposo racconto, intervengono un incipit e un prefinale letteralmente agghiaccianti. È infatti da un terribile episodio da cronaca nera che I ragazzi del massacro prende le mosse: uno stupro di gruppo e successiva uccisione di una maestra di scuola serale a opera di una classe di giovani suoi allievi, tutti alle prese con variegate forme di microcriminalità. Di Leo conserva la struttura superficiale del romanzo di Scerbanenco ricorrendo al personaggio centrale del commissario Lamberti, ma I ragazzi del massacro si profila per un film decisamente più complesso, che mette insieme istanze diverse in un originale amalgama: kammerspiel, polemica sociale, giallo, cinema della crudeltà, accensioni espressionistiche, e pure una venatura di docudrama nel momento in cui il racconto esce dalle stanze del commissariato per avventurarsi nelle vite private dei ragazzi, soprattutto nelle testimonianze di parenti e conoscenti dei giovani che talvolta sembrano assumere i tratti di una simulata inchiesta giornalistica dal vero. Di fatto, il film sembra non uscire mai dall’afosa claustrofobia della prima mezz’ora, poiché Di Leo ricorre a un’insistita estetica di primi e primissimi piani ravvicinati, tagliando fuori spazi circostanti e dirette rappresentazioni della città protagonista. In tal modo la Milano sottoproletaria è qui ricondotta a stato d’animo, a città fisicamente rimossa per indagarne i sedimenti lasciati nella psiche dei personaggi. Milano, e per estensione del concetto l’Italia intera, passa attraverso quei volti, attraverso dinamiche di disformazione individuale che plasma menti e, un po’ lombrosianamente, pure i corpi. Vediamo la città solo tramite brevi scorci, ma ne sentiamo tutta la capacità plasmante, trascorre in quei giovani e nelle loro famiglie o ambienti, caduti ai margini di un benessere che scorre decisamente in altre vie della metropoli. Ai giovani di Di Leo non restano che le briciole, raccolte rapacemente e orgogliosamente per sentirsi comunque parte dello stesso gioco.

Così, pure una struttura tradizionale di giallo e poliziesco non dimentica mai di ricercare il senso di se stessa in precise motivazioni ambientali. È uno dei pregi più evidenti del film: del giallo esso conserva infatti un vago meccanismo whodunit e un’indagine vettoriale che si dispiega a mosaico, ma le motivazioni dell’assassino affondano radicalmente nel contesto in cui la sua personalità criminale si è formata. Se siamo già dalle parti di un profilo di omicida psicopatologico, come già fu per Bava e poi sarà per Argento, d’altra parte l’assassino ha visto formarsi la propria follia alla luce di precise dinamiche di repressione ed emarginazione sociale, e mai come stavolta lo spiegone finale è sensato, motivato, per nulla posticcio e anzi ben strutturato nell’amarezza dei dialoghi conclusivi. Chi è mostro, lo è diventato come portato di un contesto, non per una psicopatologia tutta vissuta nel chiuso dell’individuo. In qualche modo, si potrebbe parlare di “whodunit depotenziato”, dal momento che l’assassino è sì tra i personaggi già noti allo spettatore, ma lo si è visto solo di sfuggita, è una figura decisamente secondaria e il racconto non si affida dunque al consueto shock della finale rivelazione sorprendente. Più che stupire lo spettatore con un colpo di scena, a Di Leo interessa raccontare, tramite le motivazioni di un assassino, un quadro sociale patogeno e criminogeno.
A fianco di questo serio approccio alla materia narrata I ragazzi del massacro sconta certo molte semplificazioni in aria di facile sensazionalismo populistico, senza evitare qualche ambiguità. Il conclamato didascalismo dell’analisi sociale è perlopiù demandato alla figura dell’assistente sociale, che pare convocata nel racconto soltanto per elencare rapide radiografie sociali individuate alla fonte del crimine. Così come a loro volta le figure secondarie snocciolano spesso luoghi comuni e sfiorano il colorato bozzetto.
Tuttavia il sentimento principale che emana dal film è una profonda e sincera amarezza, che si accentua sensibilmente in tutta la bella sezione dedicata al tentativo di reinserimento di Carolino (uno dei ragazzi) direttamente a casa del commissario Lamberti. Nel suo vagabondare per la città, rivestito a festa con un abbigliamento del tutto incongruo per il suo volto precocemente sfigurato dalla vita, Di Leo tocca corde sincere e riesce a trasmettere un vero senso di spaesamento e di inappartenenza a un ambiente. Carolino, e in senso esteso tutti quei ragazzi, sembrano vivere una città che passa loro accanto, se ne sentono i precoci padroni ma gli unici mezzi che conoscono per conquistarsela sono la violenza, la sopraffazione e la criminalità. Ne sono parte integrante, ma come ospiti indesiderati e consapevolmente inadeguati.

Cercando una via popolare e senza filtri all’indignazione morale, Di Leo non disdegna di affidarsi spesso a una conclamata ferocia di messinscena, che discute profondamente le categorie ricettive e interpretative di chi vede. Sicuramente la sequenza d’apertura sui titoli di testa e il flashback di Carolino in prefinale, che ricostruisce l’accaduto nell’aula di scuola, potrebbero aprire (e avranno già aperto) lunghi dibattiti di moralità cinematografica – dove finisce la sincera indignazione, e dove inizia la compiaciuta e sensazionale spettacolarizzazione della violenza? È innegabile che Di Leo si collochi su un crinale estetico fortemente interrogativo, ma in particolare il lungo flashback mostra un pregio che se non vogliamo chiamare coraggio (sarebbe banale e generico), possiamo quantomeno definire capacità di fare ricerca sul mezzo. A suo modo quella sequenza è un mezzo capolavoro, macchina a mano per un concertato di montaggio subliminale di dettagli feroci, su volti mostruosi, bocche che si abbeverano istericamente all’alcool, parti del corpo violentemente denudate, il tutto enfatizzato da uno spericolato commento sonoro che fa di un insistito digrigno la sua principale cifra espressiva. Da quella sequenza, come da tutto il film e come in altre opere di Di Leo, spira un’intensa ripugnanza per la fisicità dell’essere umano. Di Leo è un grande narratore del brutto e del brutale, mai ricondotti ad accenti romantici. Basti pensare ai personaggi maschili dei suoi successivi noir anni Settanta, pressoché costantemente affidati a un viscerale inestetismo. Il flashback in prefinale sullo stupro di gruppo tocca vertici di disagio spettatoriale davvero inusitati per il cinema del tempo (e pure per l’attuale), e se di denuncia si tratta, probabilmente essa si espande dal semplice dato bruto sociale per allargarsi a un rifiuto quasi ontologico del corpo, visto come fonte di incessante bestialità.

Un discorso a parte merita l’evocazione dell’orizzonte omosessuale. Non è forse da acclamare di per sé come atto di coraggio l’aver trattato omosessualità e travestitismo in anticipo sui tempi. Non basta evocare un orizzonte narrativo per tributargli il merito del coraggio: semmai è necessario concentrarsi sulle modalità tramite le quali tale orizzonte è evocato. Non è sufficiente accontentarsi del trattamento umano e comprensivo riservato dal commissario Lamberti nei confronti del giovane omosessuale Fiorello – in quell’atteggiamento paternalistico, del resto, ci pare che ricopra un ruolo decisivo più la convenzione letteraria che una sincera ispirazione autoriale. D’altra parte, sarebbe altrettanto superficiale tacciare un film di omofobia solo perché abbina omosessualità e psicopatologia. E, ancora, non è sufficiente nemmeno giustificare tale soluzione (diversa, e non è un caso, rispetto alla lettera del romanzo di Scerbanenco) con l’aria del tempo, con una maggiore ingenuità d’epoca nei confronti di tali tematiche. Certo pure qui le semplificazioni popolari giocano un loro peso (vedasi la confusione fino all’assimilazione tra omosessualità e travestitismo), così come il movente privato dell’assassino resta abbastanza risibile. Di Leo ci sembra più intelligente di tutto questo, anche in un contesto di fine anni Sessanta dove eravamo ancora lontani da riflessioni sul gender alla portata di tutti fin dentro ai talk-show televisivi. Di sicuro, in questa modifica condotta sulla fonte letteraria ha ricoperto un ruolo decisivo lo spirito sensazionalistico che, come si è detto, fa parte integrante dell’approccio del film. Colpire duro sugli interdetti del pubblico del tempo tramite l’evocazione di identità sessuali altre concorre pienamente allo scopo dello scandalo e della sensazione. Ma Di Leo mostra in realtà di dirigersi anche su un’altra traiettoria. Da un lato, lega strettamente la follia dell’assassino a profonde radici sociali, inquadrando il disagio omosessuale in un contesto più ampio di emarginazione e rifiuto di se stessi, senza mai perdere di vista la sostanziale e significativa cornice sottoproletaria. Dall’altro, l’assassino appare visivamente narrato con le stesse modalità di rifiuto per la fisicità che abbiamo già visto essere una cifra determinante per l’intero racconto. Sulle prime il colpevole è infatti narrato solo di spalle (anche per celarne l’identità, ovviamente) con piena concentrazione della macchina da presa sui dettagli mostruosi dei suoi anelli, delle sue ampie vesti, anche della sua evidente parrucca posticcia. Nel flashback in cui è ricostruito lo stupro, egli poi appare e si muove quasi come un essere sovrannaturale, un mostro che irrompe nell’aula come un inaspettato deus ex machina, ai limiti del disincarnato e del satanico. In tal senso la figura dell’assassino sembra profilarsi come l’interrogazione più estrema sulla mostruosità del corpo, qui condotta al punto di massima crisi nella sua indefinitezza non di genere, ma semplicemente umana.

A suo modo, insomma, in I ragazzi del massacro tutto si tiene, in una gamma espressiva che ricomprende nello stesso racconto accenti di realistica denuncia sociale e sconfinamenti verso un’estetica visionaria che prende le mosse a sua volta da un apparente iperrealismo. D’altronde, sempre più inefficace ci appare la separazione tra cinema di serie A e cinema bis. I ragazzi del massacro conserva certo i tratti di un cinema che non dispone di budget sontuosi, e che accanto a un eccellente attore come Pier Paolo Capponi e uno stuolo di giovani non professionisti sfodera una bella del tempo come Susan Scott. Ma qui più che in altre occasioni si respira l’aria di un cinema concepito e girato con serietà e riflessione, solo parzialmente in cerca di scandali immediati. Se Di Leo cerca anche il pugno nello stomaco, si esce in realtà dalla visione con la sensazione in bocca della cenere. Cenere di città, per chi la vive, ma non la tocca.

Extra
Documentario “Quei bravi ragazzi” (18′ 49”) a cura di Nocturno. Documentario “Fernando Di Leo alla cinemathèque française” (15′ 14”) a cura di Nocturno. Galleria fotografica. Biografia del regista. Filmografia del regista.
Info
La scheda de I ragazzi del massacro sul sito di CG Entertainment.

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