Sweet Sweetback’s Baadasssss Song

Sweet Sweetback’s Baadasssss Song

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Pochi titoli possono essere considerati rivoluzionari come Sweet Sweetback’s Baadasssss Song, terzo lungometraggio da regista per Melvin Van Peebles. Una messa alla berlina di tutto l’apparato di potere – anche d’immaginario – bianco, che parte dalle teorie del Black Panther Party senza mai dimenticare la necessità della fabula, e della mitologia. A Locarno nella retrospettiva Black Light.

Watch Out!

Sweetback è un orfano che viene cresciuto in un bordello. Ma cosa può aspettarlo fuori di lì se non una vita a fuggire dalla “legge”, quella stessa legge scritta dai bianchi per difendere gli interessi dei bianchi? [sinossi]

Ha quasi cinquant’anni, Sweet Sweetback’s Baadasssss Song. Uscì nelle sale statunitensi nell’aprile del 1971, ma (ed è lo stesso regista a ricordarlo) solo in due cinema, uno a Detroit e uno ad Atlanta. A Detroit batté tutti i record della sala, e nel primo giorno: “That was only on the strength of the title alone, since nobody had seen it yet”. Come resistere dopotutto di fronte a un titolo che recita Sweet Sweetback’s Baadasssss Song, con tutte quelle a e quelle s? Non è badass, la canzone di Sweet Sweetback. È baadasssss! Che sia vero o no che il blaxploitation nasce da qui, come vuole la vulgata comune e come ribadiscono gli storici della materia, è indiscutibile come nessun film abbia saputo gonfiarsi della rabbia, della frustrazioni e delle rivendicazioni black per trasformarle in potere, estetico ed economico – exploitation, ça va sans dire. Van Peebles veniva come regista dall’altra parte dell’oceano, perché La Permission l’aveva girato e prodotto in Francia, attingendo alle mammelle della grande madre Nouvelle Vague e mettendo in scena l’amore interrazziale con il militare Harry Baird da un lato e la commessa Nicole Berger dall’altro. Quando il film uscì Berger – che i più attenti ricorderanno almeno in Le Blé en herbe di Claude Autant-Lara, Charlotte et Véronique di Jean-Luc Godard e Tirate sul pianista di François Truffaut – era già morta, schiantata contro un albero a bordo della vettura che guidava, con accanto la compagna Dany Dauberson. Ma questa è un’altra storia, una storia bianca ed europea. Il cinema di Van Peebles attraversa l’Atlantico ed entra in pompa magna sotto l’egida di una major: la Columbia gli produce infatti Watermelon Man, in Italia L’uomo caffelatte, commedia satirica nella quale il regista di Chicago si toglie lo sfizio di ribaltare la pessima abitudine del blackface, pittando di bianco il volto del protagonista Godfrey Cambridge. Nonostante i buoni riscontri al botteghino, e la volontà della Columbia di sottoporgli un contratto per altre tre regie, Van Peebles volta le spalle a tutto e a tutti e se ne va in splendida solitudine – meglio, indipendenza – a dirigere Sweet Sweetback’s Baadasssss Song, con tutte le sue a e le sue s in eccesso. Ed è qui che scoppia la rivoluzione. Ed è qui che viene messo a ferro e fuoco il “sistema” delle major, scoperchiandone ipocrisie e debolezze strutturali.

“Questo film è dedicato a tutte le sorelle e i fratelli che non ne possono più dell’uomo bianco”. Non utilizza mezze misure Van Peebles per collocare il suo film nel solco della realtà. Anzi, dopo un brevissimo incipit su cui si tornerà in seguito – perché rappresentativo del significato dell’umano, del suo ruolo e della derivazione classica di un’opera così composita – immobilizza l’immagine per vergarvi sopra, sia in francese che in inglese, un’ulteriore dichiarazione di intenti. “Sire, queste righe non sono un omaggio alla brutalità che l’artista ha inventato, ma un inno dalla bocca della realtà”. Riparte dalla tradizione dei tempi oscuri, dall’età di mezzo funesta e funestata di barbarie. Van Peebles colloca la sua creatura nel Medioevo, congelando (così come l’immota immagine) i desideri di una cultura che si vorrebbe in movimento. Ma fa anche di più. Non si rivolge allo spettatore, non parla al sistema, ma al suo unico vertice: Sire, questa è l’intestazione. Sire. Il popolo bianco è un monarca, un unico brodo primordiale e assoluto che condensa al proprio interno il potere. I fratelli e le sorelle non ne possono più dell’uomo bianco. Non di questo o di quell’altro uomo bianco, ma del suo concetto primigenio, e perciò assoluto. Prima ancora di iniziare “davvero” a sviluppare la propria trama Sweet Sweetback’s Baadasssss Song sferra già montanti in ogni direzione, colpendo inevitabilmente il bersaglio. Ma c’è un altro termine in quelle poche righe che non va smarrito né trattato con sufficienza: realtà. Per quanto il film si muoverà fin da subito in territori mitologici e mistici, il quadro non deve essere sminuito. Si parla di ciò che accade veramente. Si parla di realtà. “Questo film è dedicato a tutte le sorelle e i fratelli che non ne possono più dell’uomo bianco”. Ora che la questione è chiarita, si può tornare a Sweetback infante, nel bordello attorniato dalle prostitute che lo guardano con amorevolezza. Proteggendolo nella loro funzione coreutica. Sono prostitute, come si diceva dianzi, e quindi pongono fin da subito – i titoli di testa non sono ancora apparsi sullo schermo, se si eccettua il riferimento alla produzione – lo spettatore dell’epoca e forse anche di oggi di fronte a una scelta netta, a un bivio, a una visione dicotomica. Come le si vuole accettare, nel loro ruolo sociale – vittime quindi della società nel suo complesso, e delle sue regole – o in quello strettamente intimo? Le si vuole leggere come meretrici o come salvatrici? Si vuole sovrapporre all’immagine lo sguardo (im)morale del pensiero dominante o si decide di scardinare quello sguardo, ipotizzando un primo vagito di rivoluzione?
È in gran parte impegnato in questo duello il film, nel tentativo di minare le certezze ma allo stesso tempo di suggerire una via d’uscita, una rilettura della prassi, di ciò che è considerato immutabile. Il postribolo come luogo di rinascita e non di perdizione è solo il primo passo, ancora timido se si vuole, verso la messa in discussione di tutto ciò che è preordinato, predigerito, già masticato da troppe bocche in troppi lunghi e polverosi anni. Sweetback è un rivoluzionario, certo, ma lo deve essere anche il film affinché tutto questo sforzo non si riveli inutile. Sul primo orgasmo procurato, ancora infante, possono finalmente apparire i titoli. Starring: the Black Community! Sweetback è un eroe solitario, come il viaggio programmatico impone, ma è anche il simbolo di un intero mondo, di una comunità. Van Peebles rivendica il potere orgasmico, e black, del cinema. Concluso l’amplesso, Sweetback è ora adulto, e il film può avere inizio.

Può apparire bizzarro, o quantomeno inusuale, soffermarsi con così particolare attenzione su pochi minuti di una pellicola per cercare di coglierne l’intimità più furibonda, ma è indubbio come Sweet Sweetback’s Baadasssss Song sia in tutto e per tutto un lavoro teorico, politico, sociologico. Ruoli rivendicati almeno in parte da Van Peebles, e che pure sono spesso colti solo in maniera laterale da una critica che non sa andare oltre la patina dell’immagine e non la sa scavare, svuotare e lacerare, ma se ne fa asservire con una facilità deprimente. L’unico modo che aveva Van Peebles per eradicare l’immagine bianca era quello di lavorare su un continuo e perpetuo rovesciamento del senso. Tutto ciò che è α (alfa) deve diventare ω (omega). L’eroe? Una vittima degli eventi, del Potere, del Sistema. La sua scuola? Un bordello di ultimo livello. La sua unica reale arma? L’essere, l’esistere prima ancora del resistere. I suoi nemici? Tutti i membri della comunità moderna, benepensante, borghese. A partire dai cani latranti del potere, i poliziotti sempre bianchi.
Nel suo essere un lacerante atto politico, Sweet Sweetback’s Baadasssss Song non rinuncia mai al suo appartenere alle logiche della narrazione e della fabula. Intriso di riferimenti mitologici e spesso di matrice strettamente cristiana – quel “Jesus Saves” che appare, scritta rossa sul buio della metropoli e della notte, per esempio – il film di Van Peebles mette alla berlina il senso stesso della società occidentale. Rovescia il ruolo di uomini e donne, che tendono a mascherarsi dall’altro per rintracciare un senso di se stessi, e rovescia il senso di una società dell’ordine che è la prima colpevole del disordine, della violenza e della sopraffazione. Riprendendo i dettami dei Black Panther, ma anche con uno sguardo neanche troppo di sottecchi alle teorie di Frantz Fanon, Van Peebles fa gorgogliare da questa opera magmatica, potentissima e difforme (nel senso più alto e fecondo del termine), la necessità di una violenza che riscriva la Storia. Per questo l’ultima parte del film non può che perdersi nella wilderness per ritrovare le coordinate del genere identitario per eccellenza di Hollywood: il western. In quel processo di appropriazione di un modus tipicamente bianco, che è già presente nel capostipite del cinema black, l’Oscar Micheaux di Within Our Gates, e che troverà un insospettabile cantore white (ma non wasp) nel Quentin Tarantino di Jackie Brown e Django Unchained, Melvin Van Peebles compie un gesto di rottura definitivo, e non riconciliabile. Sweetback è un fuggiasco, ma rifiuta i codici, le categorie, perfino i confini del mondo in cui suo malgrado è nato e cresciuto. Orfano per condizione filosofica prima ancora che materiale. Trasborda in Messico come i tanti che rifuggivano in quegli anni la leva militare, per niente desiderosi di essere mandati al macello e a macellare nel sud-est asiatico. I cani da guardia restano di là dal confine. Il film finisce, possono tornare le scritte. “Watch Out”, la prima. E poi “A Baad Asssss Nigger is Coming Back to Collect Some Dues…”. Ora che il film è terminato la lotta può continuare solo nella sala cinematografica e poi fuori, nelle città. Magari partendo da Detroit, o da Atlanta. Una rivoluzione che però è ancora lì ad attendere, senza che molto si sia davvero mosso.

Info
Il trailer di Sweet Sweetback’s Baadasssss Song.

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