Jackie Brown

Jackie Brown

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Jackie Brown arrivò sugli schermi statunitensi nel Natale del 1997 quando tutti – ma proprio tutti – agognavano un nuovo Pulp Fiction. E deluse i più. Noir dall’azione volutamente bradipica e senza violenza, è in realtà non solo un grande omaggio alla Blaxploitation, ma anche la plastica dimostrazione di dove potesse arrivare il genio millimetrico e poliedrico di Quentin Tarantino, in grado come pochi di riscrivere-ripensare e ideare. Al Festival di Locarno nella retrospettiva Black Light.

L’amore salva (anche quando non trionfa)

Jackie Brown, 44 anni, arrotonda il suo stipendio da hostess portando droga e soldi dal Messico per conto del malavitoso Ordell Robbie. Un giorno Jackie viene fermata dalla Polizia con 50mila dollari e una bella busta di cocaina: arrestata, la donna deve decidere se collaborare con gli agenti o essere fedele a Ordell che però non ha alcuna remora a uccidere ex collaboratori finiti al gabbio. Complice Max, garante di cauzioni che la fa uscire sotto indicazione dello stesso Ordell, Jackie inizia a elaborare un piano per mettere in sacco sia la polizia che il criminale… [sinossi]

Jackie Brown alla sua uscita fu il vero banco di prova per Quentin Tarantino: dopo un esordio tra i migliori della storia del cinema, Le iene (1991), ma soprattutto il trionfo di Pulp Fiction (1994) – la Palma d’Oro che gli procurò anche il primo Oscar come sceneggiatore – il mondo intero attendeva al varco il suo terzo lungometraggio. Al netto del divertissement firmato dal regista per Four Rooms (1995), Tarantino con due soli film aveva imposto il suo genio alla critica ma pure al botteghino (Pulp Fiction costò circa 8 milioni di dollari e ne incassò oltre 210 nel mondo) attraverso narrazioni scomposte, mosaici spazio-temporali da ricostruire, noir brillanti e violenti rivisitati con un gusto che veniva definito “post-moderno”. L’attesa finì il giorno di Natale del 1997 negli Usa e nei primi mesi del 1998 un po’ in tutto il mondo dopo il passaggio del film al Festival di Berlino (dove Samuel L. Jackson vinse il premio come miglior attore), lasciando molti perplessi se non scontenti: Jackie Brown era un film diverso. E Tarantino per la prima volta dimostrava di essere molto, ma molto più eclettico e sorprendente di quanto nel 1994 si potesse ancora immaginare.

Inserito nella retrospettiva Black Light, panoramica dedicata dal Festival di Locarno 2019 al cinema nero nel XX secolo, Jackie Brown è intanto una dichiarazione d’amore totale rivolta alla sua protagonista, Pam Grier, interprete di numerosi titoli della blaxploitation anni Settanta e immortalata qui in un personaggio complesso e scaltrissimo che per certi versi prelude anche al femminile angelo della vendetta del successivo film di Tarantino, ossia la Beatrix Kiddo di Kill Bill. Tratto da un romanzo di Elmore Leonard, Rum Punch (unico racconto non originale finora messo in scena da Tarantino), Jackie Brown modifica l’ambientazione che da Miami trasloca a Los Angeles e soprattutto il colore della pelle della protagonista, che nel libro è una bianca di nome Jackie Burke e nel film diventa una splendida donna nera dal cognome che rievoca il film più conosciuto interpretato da Pam Grier, Foxy Brown (1974) in cui la nostra eroina sapeva già ben difendersi in un mondo di criminali e corrotti bianchi ed era anche in grado di mobilitare le Pantere Nere per fare giustizia e vendicare il suo uomo brutalmente ucciso. La bionda trentenne Jackie Burke diventa così la 44enne Jackie Brown, hostess che nel passato ha avuto qualche problema con la giustizia – e con il suo ex – e perciò ha dovuto ripiegare su di una compagnia aerea messicana che non le garantisce un lauto stipendio e non le darà uno straccio di pensione. In compenso la rotta sul Messico le permette di “lavorare” per Ordell Robbie (Samuel L. Jackson), trafficante di armi e droga che laggiù tiene i propri soldi al caldo, mentre Jackie tiene per sé un po’ di mazzette per arrotondare. Foxy Brown diviene Jackie Brown e come la sua parente è destinata a trionfare, riuscendo in questo caso non tanto a mettere a segno una giusta vendetta per amore ma un meritato successo attraverso l’amore.

Un film inaspettato Jackie Brown, differente dai due noir che lo hanno preceduto e che affida alle ellissi e per questo alla ripetizione della scena madre il suo sinuoso arco narrativo, come sempre brillante ma anche molto dilatato e, diversamente dai due film precedenti, quasi del tutto focalizzato sui personaggi, sulle loro relazioni e sulle loro motivazioni. Concedendosi pochissimi vezzi o apparenti bizzarrie, le due ora e mezza del film si possono scomporre in sette sequenze esclusi ovviamente i titoli che introducono la protagonista e la scena finale in cui Jackie parte da sola da L.A. senza Max (il grande Robert Forster). Dopo l’apparizione celestiale della Grier sulle note di Across 110th Street di Bobby Womack (pezzo che fa da colonna sonora al film omonimo del 1972, da noi tradotto Rubare alla mafia è un suicidio) e su titoli che citano scopertamente quelli de Il laureato (1967) di Mike Nichols, l’incipit della narrazione si sposta a Hermosa Beach dove conosciamo Ordell e i suoi “soci”, ossia Louis (Robert De Niro in una delle sue ultime grandi interpretazioni) e Melanie (Bridget Fonda), in una scena che apre una prima sequenza tesa a farci capire quanto sia stronzo e feroce Ordell e in cui vengono presentati i luoghi principali in cui si muoverà l’azione del film, vera mappatura della Città degli Angeli con tanto di “localizzioni” fornite dal regista per ogni scena. Nella seconda sequenza Jackie viene fermata dalla polizia in aeroporto, finisce in galera, viene tirata fuori da Ordell tramite il garante di cauzioni Max e capisce di trovarsi nei casini non casualmente ma proprio a causa di Ordell. Di conseguenza nella terza sequenza Jackie cercherà di capire come levarsi sia dai guai carcerari che la attendono se non collaborerà con la polizia sia da quelli mortali che la vendetta di Ordell potrebbe scaricare su di lei sotto forma di pallottole se la donna non fingerà di aiutarlo: è qui che Jackie deciderà – senza dirlo ovviamente agli interessati – di fare il doppio gioco. Nella quarta sequenza le decisioni di Jackie sono già ampiamente prese e Tarantino si concentra sui rapporti tra i personaggi, per approfondirne le traiettorie psicologiche e comportamentali, in alcune scene di divagazione: Melanie tradisce il suo “uomo” con Louis che comunque la disprezza e lo dice subito a Ordell; Max compra un disco che Jackie ama ascoltare; Jackie rassicura Ordell sul piano concordato con la polizia che a sua volta è già stata ugualmente rassicurata dalla protagonista. La quinta sequenza è la prova generale dell’azione principale che, per gli agenti, dovrebbe poi far arrestare Ordell e, per Ordell, dovrebbe fargli ricevere il mezzo milione di dollari che la donna gli porterà dal Messico. Finalmente abbiamo l’azione centrale, quella del gabbo di Jackie a tutti quanti, con la famosa scena triplicata – dal punto di vista di Jackie, da quello di Louis e Melanie, infine da quello risolutivo di Max – ambientata nel centro commerciale Del Amo e intitolata da Tarantino “Money Exchange – This time for real” (visto che la sequenza precedente altro non era che un – ingannevole – preludio di questa). La “tripletta” serve soprattutto a far capire finalmente il piano di Jackie allo spettatore e a far deflagrare gli effetti sui personaggi. Effetti che portano all’ultima sequenza, in cui tutte le intricate relazioni si chiudono e il doppio gioco di Jackie ha la meglio su Ordell e pure sulla beffatissima polizia. Nel finale vero e proprio Jackie saluta Max che, confessando di avere paura di lei pur essendone palesemente innamorato, non si unisce alla donna, che andrà in Spagna con il mezzo milione scippato a Ordell e agli sbirri.

Tarantino dirige un noir compostissimo, con un intreccio pienamente lineare e sequenziale, in cui il senso di spaesamento può derivare solo dal fatto che il regista realizza eleganti tagli interni nelle scene in cui Jackie sta per “illustrare” il suo piano a qualcuno con la conseguenza che lo spettatore non sa esattamente quale sia questo piano fino al momento in cui non lo vede in scena e comprende cosa stia accadendo. È con pochi accorgimenti retorici che Tarantino tiene col fiato sospeso lo spettatore, per niente onnisciente, e costruisce – nell’attesa dell’azione madre – un lavorio tutto incentrato sui personaggi, la loro fiducia reciproca, i loro rapporti, le loro intenzioni vicendevoli. Nella parte centrale del film dominano tonalità sobrie e compassate e la descrizione dei caratteri prevale sull’azione, come se Tarantino volesse chiaramente evitare i “fuochi d’artificio”, che probabilmente dopo Pulp Fiction il pubblico richiedeva, giocando invece su registri assolutamente meno appariscenti. Mentre la trama progredisce si insinua con sempre maggior peso la love story tra Jackie e Max, che perde la testa per lei a prima vista (con tanto di leggera zoomata sul suo volto mentre la vede arrivare in campo lungo) e che rende Jackie Brown una storia d’amore tra i due “pesci piccoli” della faccenda. Da un lato infatti abbiamo il duello a distanza tra i “pesci grossi” ovvero la polizia e il criminale Ordell; dall’altro abbiamo Jackie, che per il criminale fa qualche traffico attraversando impunita le dogane, e Max, garante di cauzioni in una zona di confine tra la mala e la legge. È nel mezzo della trama principale e dei ruoli chiaramente intesi e codificati (il fuorilegge/la polizia) che matura una storia d’amore tra una nera e un bianco, tra Pam Grier e l’altro attore “ripescato” dalla storia del cinema, Robert Forster, tra la blaxploitation e tantissimi titoli americani considerati “minori” degli anni Settanta o schiacciati nella memoria storica dai (giustificatamente) grandi nomi che si stavano imponendo negli Usa, tra due attori di film ritenuti poco importanti che Tarantino riporta in auge (come del resto aveva fatto anche con John Travolta). Oltre l’evidenza apparentemente chiara del cinema e dell’azione, dei ruoli e della narrazione, c’è il vero racconto perché il piano che vedremo tre volte da tre prospettive scomposte e differenti trova nell’alleanza di Jackie e Max l’elemento ineludibile, fondamentale, per la sua realizzazione. È anche, per Tarantino, forse la simbolica alleanza tra due differenti modalità produttive di “serie B”, laterali rispetto alla New Hollywood delle grandi firme ma non per questo meno significative, cui il regista si vuole rifare come ricorda anche piazzando delle immagini di Zozza Mary, pazzo Gary (1974) di John Hough in una scena in cui Bridget Fonda guarda il film, interpretato proprio dal suo papà Peter, in televisione. Il percorso costruzionista di Jackie Brown è meno prorompente rispetto a quelli de Le iene e Pulp Fiction, per certi aspetti più cinematograficamente colto e sicuramente squisitamente americano (nonostante la citazione anche dell’italiano La belva col mitra di Sergio Grieco). E il legame amoroso che rende possibile la vittoria della protagonista è così sottile, sussurrato e dolcemente soul (come una ballata del Delfonics) che possiamo non renderci conto che è solo sulla sua saldezza, sulla sua certezza romantica che poggia la riuscita dell’azione. Ugualmente il materiale visivo, vivente e musicale degli anni Settanta che Tarantino fa rivivere alla fine del Millennio è così amorevolmente trattato dal regista che possiamo non renderci conto di quanto Jackie Brown sia un gesto romantico per la creatività del cinema di quegli anni, dedicato a Roger Corman e a Jack Hill, all’alba della New Hollywood e alle exploitation.

È un film malinconico e struggente Jackie Brown, in cui si spara poco e molti personaggi sono crepuscolari, i principali protagonisti non sono giovani (ma anzi si vogliono sistemare pensando pure alla terza età) e hanno una storia alle loro spalle, la collocazione temporale – a differenza dello spazio sempre ben specificato – è quasi indefinita e il ricordo è parte del presente. Se la ripetizione è una forma di cambiamento, Jackie Brown non ripete solo una scena ma cerca di analizzare l’abitudine del vedere, con la sua certezza inconscia di esaustività, per riportare alla vita enormi parti di quel cinema americano che inizia sui titoli di testa de Il laureato e si snoda per oltre un decennio di produzione forsennata e irripetibile, talvolta rimossa dall’abitudine di una memoria cinematografica necessariamente ellittica ma capace anche di ripristinare da diverse angolazioni un quadro complesso e sfaccettato. Il banco di prova che Jackie Brown costituì nel 1997/98 per Tarantino fu quindi una sorpresa per chi non aveva ancora capito dove potesse arrivare il suo genio millimetrico e poliedrico, quanto fosse in grado di riscrivere-ripensare e ideare, quanto il suo mal interpretato “citazionismo” fosse una continua elaborazione di un vissuto cinematografico abissale cui il più grande regista americano della sua generazione sa sempre restituire rinnovato, compiuto senso narrativo e sentimentale.

Info
Il trailer di Jackie Brown.

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