Suspect – Presunto colpevole

Suspect – Presunto colpevole

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All’incrocio fra tradizione e modernità, Suspect – Presunto colpevole di Peter Yates è un onesto prodotto commerciale che abbina thriller e giallo processuale. Puro cinema americano di consumo e intrattenimento anni Ottanta. Con Cher e Dennis Quaid. In dvd per Sony e CG.

Washington D.C. L’avvocatessa d’ufficio Kathleen Riley si vede affidare la difesa di un senzatetto sordomuto, Carl Anderson, accusato del violento omicidio di una giovane dattilografa. Tutto farebbe presupporre che l’assassino è lui, e il processo sembra avviarsi a una rapida conclusione. Poco convinta di poter vincere la causa, Kathleen trova un inaspettato sostegno in Eddie Sanger, uno dei giurati convocati in tribunale, portaborse politico con buone entrature al Congresso. Tra Eddie e Kathleen nasce a poco a poco simpatia e attrazione, mentre col procedere dell’indagine emergono inquietanti elementi che portano i sospetti verso il mondo della giustizia e della politica… [sinossi]

Suspect – Presunto colpevole (1987) di Peter Yates è un film di puro consumo. Confezionato con una certa maestria ed eleganza, cucito addosso al periodo aureo di Cher come attrice, arricchito di qualche tenue risonanza sociale. Ma sostanzialmente rimane un oggetto di consumo, di quelli realizzati lungo gli anni Ottanta americani con un gusto genuino per l’intrattenimento non svenduto alle logiche del merchandising, che a distanza di trent’anni si fa volentieri rimpiangere. Il film ha goduto di una certa popolarità in Italia, passato ripetutamente in televisione almeno fino a una decina d’anni fa. Costituisce un esempio apprezzabile di cinema medio, forse più perduto di quanto si pensi nell’attuale cinematografia statunitense, che nel suo comparto più scopertamente industriale si concede ormai in larga parte a serializzazioni da blockbuster.

L’intento dello sceneggiatore Eric Roth (futuro responsabile dello script di Forrest Gump, Robert Zemeckis, 1994) e del britannico Peter Yates, autore dall’onorabile cursus honorum, è platealmente dichiarato dalla bella sequenza dei titoli di testa: riallacciarsi a una lunga tradizione anglosassone, secondo un gusto un po’ rétro, che aggiorni a qualche lieve brivido da thriller anni Ottanta le collaudatissime dinamiche di un courtroom drama non alieno al lascito di Alfred Hitchcock – nei credits iniziali risuona un potente commento musicale, a opera di Michael Kamen, ben memore della lezione herrmanniana. Una volta alzato il sipario, va in scena un’intrigante commistione di tradizione e modernità. Accanto a lunghe sequenze dedicate al consueto dibattito processuale, Yates tenta qualche affondo nelle due figure protagoniste, calate in un contesto che se da un lato apre timidamente all’attualità del tempo, dall’altro conserva una struttura fortemente radicata nell’autoreferenzialità della storia del cinema. In questo tripudio di convenzionalità, Yates e Roth tentano di allargare il quadro tramite un’indagine gialla che coinvolge il mondo dei senzatetto, narrato tuttavia secondo rapidi bozzetti e tramite una stringente rilettura, nell’ordine dell’immediato mostruoso, in linea con le astrazioni semplificanti del cinema di genere. Prendendo le mosse dal suicidio di un anziano uomo di legge e dal successivo omicidio di una giovane dattilografa, Suspect – Presunto colpevole indica infatti nel principale sospettato un senzatetto sordomuto (un giovane Liam Neeson), che dà modo al racconto di addentrarsi nelle relative dinamiche sociali di emarginazione e di allestire un superficiale contrasto tra le alte sfere politiche e giudiziarie coinvolte nell’omicidio e il mondo rimosso dei barboni. Tuttavia Yates non scende mai in profondità, piega tale netta e manichea spartizione a pura funzionalità narrativa per uno spettacolo sostanzialmente votato all’intrigo e all’intrattenimento.

In tal senso è spiegabile anche l’eccessivo dilungarsi, nella prima metà del racconto, intorno all’attività di portaborse del coprotagonista Dennis Quaid. In qualche modo, il percorso intrapreso dal suo personaggio Eddie Sanger simboleggia efficacemente la natura di Suspect – Presunto colpevole. Alludendo a un’implicita presa di coscienza di un superficiale sciupafemmine che sulle prime arriva praticamente a prostituirsi per ottenere i voti necessari alla legge a lui tanto cara, in seguito Suspect – Presunto colpevole abbandona totalmente le vicende private di Eddie per trasformarlo in puro seduttore, personaggio d’azione e aiutante della protagonista, tracciando un tragitto dal riecheggiamento socio-politico al puro personaggio-funzione di un preponderante intreccio giallo.

Al film succede un po’ la stessa cosa. Malgrado le probabili intenzioni dei suoi autori, la cornice politico-giudiziaria non assume mai i tratti di una sentita motivazione narrativa, ma si configura come puro materiale diegetico praticamente interscambiabile con qualsiasi altro. Quel che conta è mantenere alta l’attenzione dello spettatore, catturarlo nel meccanismo whodunit, suscitare anche qualche brivido con un paio di sequenze di suspense e tenue violenza. In qualche modo, sembra di assistere alla rilettura anni Ottanta del nobilissimo mainstream americano dei Settanta, dove spesso lo spettacolo andava a braccetto con un sincero e appassionato impegno politico. Nel volgere del decennio si perde la pregnanza significante del discorso, e si recupera semmai una nuova forma di “cinema puro”, che fa del piacere e dell’attrazione il suo scopo principale anche quando posti in connubio con vaghe risonanze sociali.

Il risultato è un impasto di istanze diverse, che mette insieme il conclamato glamour di neo-dive venute dalla musica (Cher), il fascino di attori funzionali dal volto pulito e altezzoso (Dennis Quaid), tonalità ondivaghe da thriller, uno dei generi principe del cinema mainstream americano anni Ottanta, e salde memorie della tradizione anglosassone. Se le lunghe sequenze processuali sfiorano talvolta il tedio nella loro fin eccessiva convenzionalità, d’altra parte Yates dà il meglio di sé in quello strano incontro tra personaggi in cappotto e completo elegante e tipizzati senzatetto – resta impresso in particolare il lungo dialogo tra Quaid e il ragazzo del parcheggio. Così come Yates confeziona due o tre sequenze molto ben riuscite nell’ordine dello spettacolo autoconcluso, con una punta di eccellenza per il minaccioso inseguimento in prefinale, nell’edificio del tribunale, tra Cher e l’assassino. Affidandosi a un serrato découpage che propone soggettive di inseguita e inseguitore, carrellate laterali lungo le sbarre delle celle, giochi di porte che si aprono e si chiudono, moltiplicazioni dei punti di vista tramite impersonali monitor di sorveglianza e un grande lavoro sulle luci, Yates rimette in scena una chase iper-tradizionale secondo inedite retoriche audiovisive in via di emergere nel nuovo decennio intorno a una rinnovata idea, antica e moderna, del brivido.

Il meccanismo giallo può apparire anche un tantino farraginoso, e una menzione a parte merita la rivelazione finale. A molti sembrò una soluzione forzata, incredibile e ai limiti del ridicolo. Vi è del vero, ma è altrettanto vero che in un contesto iper-collaudato come si è descritto lo scioglimento interviene in realtà a rompere una delle convenzioni più inossidabili del giallo e in particolare del courtroom drama. Generalmente la figura del giudice è collocata fuori dal cerchio narrativo, convocato soltanto per dettare tempi e regole di un dibattimento processuale che non lo riguarda mai in alcun modo, una sorta di arbitro robotico, affidato alle solite battute formulariche di rito, e mai impastato con la contingenza del racconto. La finale chiamata del giudice Helms sul banco degli imputati col dibattimento in pieno atto è un effettatissimo colpo di scena, che a distanza di trent’anni (e pur conoscendo già a menadito il racconto del film in tutte le sue sfumature) continua a suscitare emozione e stordimento proprio per l’evidente rottura di un canone.

Il movente degli omicidi, più intricato di quanto un giallo di consumo prevedrebbe normalmente, evoca di nuovo tenui riflessioni intorno a corruzione, potere politico e potere giudiziario, ma siamo convinti che agli spettatori di ogni tempo non importi assolutamente nulla di tale debolissima sostanza critico-polemica proposta dal film. Nella fruizione del racconto i dettagli narrativi restano del tutto secondari, poiché si finisce inevitabilmente per essere irretiti dal meccanismo d’indagine, dalle sue pagine più accentuate nell’ordine dello spettacolo attrazionale, magari anche dal flirt procrastinato (poiché vietato dalla legge) tra rocciosa avvocatessa d’ufficio e fascinoso giurato. Tuttavia, la grande classe di Peter Yates si rivela nella sequenza più discreta nei suoi effetti, e più sapientemente orchestrata nel suo découpage: quel casuale incontro in biblioteca tra l’avvocatessa Riley, il giurato Eddie Sanger e il giudice Helms, senza alcuna battuta di dialogo, tutta scandita da rumori d’ambiente, in cui Yates riesce a creare suspense e attesa tramite la semplice restituzione di azioni e sguardi per mezzo di un frammentatissimo montaggio di brevi inquadrature.

Suspect – Presunto colpevole non lascia dunque tracce indelebili nella storia del cinema, ma si profila come un onesto prodotto commerciale. Intrattiene, diverte e dà piacere, come un ghiacciolo in estate. Nobile cinema mainstream americano che, rivisto oggi, sembra più lontano nel tempo di quanto lo sia realmente.

Extra
trailer originale. Commento del regista. Filmografie di Peter Yates (regista), Cher, Dennis Quaid, Liam Neeson, Joe Mantegna, John Mahoney, Eric Roth (sceneggiatore).
Info
La scheda di Suspect – Presunto colpevole sul sito di CG Entertainment.

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