Douze Mille

Douze Mille

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Presentato in concorso al 72 Locarno Film Festival, Douze Mille è l’esordio al lungometraggio di finzione di Nadège Trebal, una storia d’amore e soldi di ambientazione proletaria dove il realismo sociale alla Guédiguian si abbina a un surrealismo danzato, vagamente alla Demy. Non sempre l’amalgama funziona alla perfezione.

Se potessi avere 1000 euro al mese

Dopo aver perso un lavoro illegale, e credendo che Maroussia non potrà più amarlo, Frank parte per guadagnare quanto lei: 12 000 euro, giusto quanto basta per mantenersi per un anno. [sinossi]

Frank torna a casa dalla moglie e si pulisce le mani, non con un asciugamano ma con le maniche di un vestito appeso all’appendiabiti. Basta questo gesto, grezzo, a connotare il protagonista del film, vero, ruspante, senza alcun rispetto per i formalismi, appartenente a uno strato sociale basso. Segue una lunga scena di sesso con la moglie Maroussia, interpretata dalla stessa regista, ancora con grande fisicità, e mentre vediamo anche i bambini piccoli che vivono con la coppia. Ancora un momento che li connota socialmente: i due non possono aspettare il momento dell’intimità e nemmeno possono affidare i pargoli a una baby sitter, e pure la loro casa è così modesta che non possono isolarsi. Con questo incipit la giovane regista Nadège Trebal, all’esordio nel lungometraggio di finzione, presenta i protagonisti di Douze Mille, passato in concorso al 72 Locarno Film Festival.

Douze Mille è una storia di amore e, già dal titolo, soldi. Configura il raggiungimento di un obiettivo economico preciso, che non potrà neanche essere superato, partendo da una condizione di disoccupazione. Ma l’anelito economico è anche motivo di distanza, e la ragione della separazione tra i due coniugi. I soldi e il loro valore nella vita assumono un ruolo centrale nel lungo dialogo che Frank ha con la madre del suo collega, mentre cerca di consegnarle i soldi per conto suo, un grande mazzo di banconote che, anche in questo caso, servirebbero a coprire le spese di vita di un anno. Come quei rotoli di banconote che alla fine Frank porta a Maroussia, nascosti in ogni tasca o anfratto dei suoi vestiti. Ancora magnificando i sollievi alla loro vita che, con quell’accumulo di ricchezza, potranno raggiungere. Un surplus di soldi di dubbia provenienza, che per la moglie puzzano di sudore o di sesso, stabilendo ancora una connessione tra denaro e funzioni corporali. Solo quando se ne sarà sbarazzato, consegnando con spregio i mazzi di banconote all’impiegata che gli propone un contratto ambiguo, potrà tornare da lei togliendosi i vestiti, pronti ai piaceri della carne.
I soldi devono essere qualcosa di fisico nel film, anche nell’ottica di una contrattazione e un dialogo nel caso della madre dell’amico che non vuole contemplare nemmeno l’assegno. Sembrano del tutto sconosciute le transazioni online o virtuali. Tutto sembra essere convertibile in denaro frusciante, anche quella valigia colma di chewing gum colorati per bambini, che Frank vuole subito monetizzare.

L’operazione di Nadège Trebal calca tanto cinema di sinistra, mettendo in scena le condizioni sociali delle classi disagiate, degli ultimi. Riesce a farlo in maniera impeccabile, con grande realismo sociale. Rende quel mondo e quelle persone come vere, reali, fisiche nel solco di quella che potrebbe essere la lezione del connazionale Robert Guédiguian, o il compagno Ken Loach. Così è costruito il personaggio di Frank e i suoi colleghi lavoratori tra i container del porto, resi come un melting pot di persone di diversa origine, filippini, sudamericani, navigatori, e in quanto tali cosmopoliti. Il salto successivo della regista è quello di far coesistere questo approccio neorealistico con momenti di danza dei personaggi. Comincia lo stesso Frank a gesticolare come in una pantomima, segno di una carica di energia e, in quel momento, di felicità. Seguono anche i suoi colleghi arrivando a dei momenti coreografati, ma sempre nella goffaggine di quelle che sono persone vere, con la loro pesantezza, cercando di emulare la leggiadria dei danzatori. L’operazione ricorda l’approccio di Jacques Demy, e quella sua grande sfrontatezza trash capace di realizzare uno scontro tra portuali e poliziotti che li caricano come un balletto da musical, laddove i primi sono disposti a comporre un’immagine che ricalca Il quarto stato di Pelizza da Volpedo. Succedeva in Une chambre en ville.
A Nadège Trebal manca quella sfrontatezza e gli innesti ‘musical’ appaiono non organici e non pienamente riusciti.

Info
La scheda di Douze Mille sul sito del Locarno Film Festival.

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