Il re leone

Il re leone

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Discusso da molto prima della sua uscita, nuova incarnazione di un classico moderno in un formato che mal si adatta alla sua concezione, Il re leone di Jon Favreau persegue un malinteso (e impossibile) realismo: il potere affabulatorio della sua vicenda c’è ancora, ma è un potere che si dispiega a dispetto – e non in virtù – del nuovo trattamento.

Il realismo straniante

Il giovane leone Simba, erede al trono della foresta, ha fretta di crescere e diventare re; questa sua smania viene sfruttata da suo zio Scar, crudele e ambizioso, per provocare la morte di suo padre Mufasa e incolparne Simba, salendo così al trono al suo posto. Simba, esiliato, cresce divorato dal senso di colpa, finché l’incontro con una vecchia conoscenza non lo convincerà a reclamare quel trono che è suo di diritto… [sinossi]

In questa nuova, lunga stagione di trasposizioni live action dei classici Disney (stagione che data almeno dal Cenerentola di Kenneth Branagh), la nuova versione de Il re leone firmata da Jon Favreau era insieme, probabilmente, quella più attesa e temuta. Nonostante si sia infatti di fronte a un titolo relativamente recente (parliamo del 1994) il film di Roger Allers e Rob Minkoff è stato un’opera iconica e formativa per più di una generazione di spettatori, capace insieme di sottolineare la “forza” del canone Disney, il suo intatto, rinnovato potere immaginifico dopo un periodo – gli anni ’80 – di appannamento, e insieme la sua capacità di rinnovarsi per una nuova generazione di spettatori. Il film del 1994, più di ogni altra cosa, era un toccante coming of age sotto forma di edificante fiaba per l’infanzia, talmente denso e universale nella sua capacità di parlare al pubblico da conquistarsi rapidamente il rango di classico; ma era anche, produttivamente parlando, il primo film Disney a nascere da un soggetto totalmente originale, malgrado i suoi evidenti debiti con l’Amleto shakespeariano e la discussa filiazione dal giapponese Kimba – Il leone bianco di Osamu Tezuka.

È comprensibile, quindi, che il film di Favreau abbia provocato la classica – e ormai prevedibile – levata di scudi preventiva ogni qualvolta si va a toccare un classico, sedimentato nella memoria degli spettatori, con un sequel o un remake; paradossalmente poi, in questo caso proprio la vicinanza temporale del film originale, e il suo aver formato quella generazione di spettatori che oggi hanno tra i trenta e i quarant’anni (una parte importante non solo del target di riferimento del film, ma anche della fascia di pubblico più attiva sui social), ha contribuito a una polarizzazione inedita tra i curiosi e i contrari a prescindere all’operazione, indignati da quella che si configurava come una vera e propria profanazione. Profanazione, quest’ultima, che è apparsa persino più evidente – e “plastica” – dopo la diffusione delle prime immagini in rete da parte della produzione, e dal loro accostamento con quelle del film del 1994; immagini che sembravano prefigurare (ipotesi poi smentita) un remake shot-for-shot. Ma, soprattutto, il dubbio (più legittimo e centrato) che emergeva, al configurarsi dei contorni dell’operazione, era legato al suo annunciato carattere realistico: ha davvero senso, per una storia come quella de Il re leone, andare a ricercare il realismo?

È un dubbio, quest’ultimo, che permane intatto – e altrettanto irrisolto – dopo la visione del film di Jon Favreau. È improprio (e di questo è stata fin da subito consapevole la stessa Disney, che ha rifiutato l’etichetta) parlare di “live action” per questo Il re leone versione 2019: siamo infatti di fronte, piuttosto, a un molto realistico prodotto in animazione digitale, la cui fattura tecnica rende del tutto trasparente (diremmo invisibile) il suo carattere fittizio. Il problema, tuttavia, è che gran parte della magia del film del 1994 stava proprio nella dimensione fantastica e bidimensionale del suo universo, nella traslazione così autoevidente (e proprio per questo tanto più credibile) delle caratteristiche della società – e della natura – umana nel mondo animale al centro della sua storia. Simba, Mufasa, Scar e gli altri personaggi vivevano, agivano ed erano credibili, proprio in quanto si muovevano in quell’universo disegnato, bidimensionale, cromaticamente così riconoscibile, che li ha consegnati alla storia venticinque anni fa. Ritrovarli trasportati, privi della singolare espressività facciale che l’animazione gli conferiva, in un universo che si vuole realistico (con l’unica, straniante differenza della capacità di parlare) finisce per sottrarre loro magia e – paradossalmente – credibilità. Oltretutto, la totale assenza dell’elemento umano – a differenza di quanto accadeva per le altre trasposizioni di questi anni – rende qui ancor più stridente questa contraddizione.

Non ci si fraintenda, comunque: la storia de Il re leone ha un potere affabulatorio, e una valenza talmente universale e a suo modo atemporale, da superare comunque gli ostacoli del “mezzo”, e da dispiegare la sua forza – seppur con più di un ostacolo – anche in questa nuova versione. Questo è tanto più vero in quanto Favreau, analogamente a quanto fatto nel suo recente Il libro della giungla, ha scelto la via della trasposizione letterale (non shot-for-shot, ma comunque priva di qualsivoglia deviazione) del materiale originale. Ambienti, vicende, personaggi, musiche (ivi comprese le ben note canzoni) vengono riprodotti in questa nuova versione con fedeltà quasi mimetica; il minutaggio è più esteso di circa mezz’ora rispetto a quello del film animato, ma è una differenza che – distribuita sull’intero racconto – praticamente non si avverte. L’indubbio mestiere del regista, nonché i sontuosi mezzi tecnici messi in campo dallo studio americano, vengono qui messi al servizio di una riproduzione quasi maniacale, che si estende alle atmosfere, al mood, e allo stesso ritmo narrativo del film: Favreau sceglie consapevolmente (ma la cosa non sembra pesargli più di tanto) di fare lo shooter al servizio di un classico.

Se una vicenda come quella del film di venticinque anni fa aveva il potenziale (e a nostro avviso lo aveva) di tirar fuori nuove suggestioni – e nuove ipotetiche chiavi di lettura – per il pubblico del 2019, questo è stato volutamente ignorato: l’imperativo della fedeltà mimetica e letterale impedisce qualsiasi rapporto “creativo” col materiale originale. L’emozione (a tratti forte) per questa nuova narrazione de Il re leone, dunque non manca, e sarebbe intellettualmente disonesto negarlo: ma è un’emozione che qui – e la differenza è più che decisiva – si dispiega a dispetto del nuovo trattamento.

Info
Il trailer de Il re leone.
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