Oroslan

Presentato nel concorso Cineasti del presente del 72 Locarno Film Festival, Oroslan del filmmaker sloveno Matjaž Ivanišin, è il ritratto di una piccola comunità rurale dove viene a mancare uno dei suoi membri. Un film teorico che ragiona sul linguaggio del documentario biografico.

Nella pianura ungherese

Quando Oroslan muore, la notizia provoca dolore e sgomento nel suo piccolo paese. Al fine di superare il dolore e ripristinare il flusso naturale della vita, gli abitanti del villaggio iniziano a condividere i loro ricordi su Oroslan, ricreando la sua immagine attraverso i loro racconti. [sinossi]

Un villaggio rurale in Ungheria, sperduto, abitato da una minoranza slovena, con una popolazione in buona parte anziana, fatto di tipiche casette con mattoni a vista, staccionate di legno coperte di muschio, cortili con cucce del cane. C’è il tipico bar del paese con l’insegna di una volta della Stella Artois, con anatre impagliate alle pareti, con le tovaglie dei tavoli a quadri, dove gli avventori passano il tempo giocando a carte o vedendo le partite in televisione. Un posto dimenticato dal tempo. Sembra quello di qualche film di Béla Tarr, ma qui i frequentatori non si mettono a simulare le dinamiche del cosmo. Un paesaggio invernale, spoglio, brumoso e con del nevischio, che improvvisamente viene invaso da contenitori colorati di plastica, che contrastano con quell’ambiente rustico. Sono i contenitori termici consegnati per i pasti di anziani e persone indigenti, depositati in cassettine o nicchie esterne delle abitazioni. Con questa scena inizia Oroslan, film dello sloveno Matjaž Ivanišin, presentato nel concorso Cineasti del presente del 72 Locarno Film Festival. Tra i destinatari di quei pasti c’è anche Oroslan, anziano del paese sofferente di epilessia, che nella sua vita ha lavorato come macellaio e, insieme a un socio, come coltivatore di abeti da vendere nel mercato di Budapest. Partendo da questa figura, vera o immaginaria, Matjaž Ivanišin costruisce un film in cui non sono chiari i confini tra documentario, o mockumentary se le cose raccontate fossero finzione, e il making of, o il finto making of, di un documentario, o un mockumentary. Un’ambiguità che ricorda quella de Il solengo di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis.

Matjaž Ivanišin adatta la novella E ciò è esattamente com’è andata dello scrittore sloveno Zdravko Duša, usando uno stile di regia rarefatto, che funziona di sottrazione e fuori campi, poco verbale fino a un certo momento. Sembra un film di Roy Andersson, depurato tuttavia e distillato di ogni componente surreale e grottesca. La scena della scoperta del decesso di Oroslan è costruita in questo modo: due ragazzi vanno nella sua casa, partendo dal bar, mandati da qualcuno, escono e tornano al bar, escono di nuovo dal bar per tornare nell’abitazione dell’uomo e da lì l’allarme. Tutto si basa sull’alternarsi di piani molto lunghi, dove la situazione è vista da lontano, con i personaggi che sono come puntini sullo schermo, a piani ravvicinati dove comunque i giovani non sono mai inquadrati in volto, ma solo nella gambe di corsa. Poi il film tornerà su quella scena che verrà spiegata motivando la ragione di quel doppio ingresso. La fase successiva è quella del documentarista che perlustra il paese con la sua telecamera. Inquadrato la prima volta in automobile, al volante, dal sedile posteriore guardando in camera, forse è la sua stessa telecamera che lo riprende e lui la sta mettendo a posto. Nel sedile di fianco c’è una persona di cui non si scorge il volto; solo in un secondo momento lo possiamo identificare come il fratello di Oroslan che gli ha concesso una lunga intervista ai tavoli del bar, dove racconta fatti, misfatti e tragedie della storia di quel paese, come la vicenda della ragazza annegata nella diga. Ivanišin costella poi il film, che è un’opera breve, racchiusa nel tempo come nello spazio, come il mondo claustrofobico del villaggio, di segni, di figure che si richiamano l’un l’altra: l’appendiabiti del bar, le finestre strette e alte accostate, di due ambienti diversi, dal montaggio.

La più grande sottrazione del film è quella di Oroslan stesso, che dà il titolo. Mai visto, potrebbe essere, ma non lo sappiamo, uno degli anziani all’inizio, destinatari dei pasti a domicilio, e solo negli ultimi dieci minuti del film arriva il vero documentario, con una breve sequenza di testimonianze su di lui. Tutto questo dopo essersi dilungato in momenti inutili in quella che dovrebbe essere l’economia narrativa di un’opera tradizionale, come la lunga ripresa dei tagli delle carni nel macello, o la lunga chiacchierata tra i due in macchina su cose futili, i propri trascorsi sportivi, mentre lo spettatore vorrebbe sentire qualche elemento utile per capire ciò che sta vedendo. Oroslan è un film teorico che mette a nudo i meccanismi del documentario biografico togliendone il soggetto principale, che comunque sarebbe stato un soggetto del tutto privo di interesse, un anziano signore in un paesino sperduto che nella vita ha fatto il macellaio. L’immagine dei titoli di coda torna sulla sua casa, a congedo di quel villaggio con le sue storie.

Info
Oroslan sul sito di Locarno.
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