The Beach Bum

The Beach Bum

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Con The Beach Bum Harmony Korine prosegue il suo studio antropologico ed etnologico sulla propria cultura allargandolo al ruolo dell’artista, al seguito del suo protagonista, un poeta, incarnato da Matthew McConaughey, ebbro di donne e marijuana, creatura sgargiante che tutto assorbe e rivomita, in perfetto equilibrio osmotico con la realtà che lo circonda.

Made in USA

Le esilaranti disavventure di Moondog, un ribelle che affronta la vita secondo le sue regole. [sinossi]

Quando si parla di antropologia o di etnologia, di solito la prima cosa che viene in mente non sono le espressioni pop della cultura statunitense, data la loro pervasiva presenza nella nostra quotidianità. La pensa diversamente il talentuoso Harmony Korine, già alfiere del cinema indie anni ’90 (Gummo, Julien Donkey Boy), che dopo aver esplorato un popolare rituale d’iniziazione tutto made in USA in Spring Breakers, è ben intenzionato a proseguire la sua esplorazione sulle scorie della propria cultura con The Beach Bum, ampliando il raggio d’indagine in chiave semi-autobiografica, per lasciar deflagrare sullo schermo, con l’irriverenza che lo contraddistingue, le caratteristiche intime, filosofiche e fisiologiche dell’artista americano.

E pertanto, ecco che in The Beach Bum, l’ultima incarnazione dell’hobo, ovvero del vagabondo on the road statunitense, a sua volta degenerazione del pioniere, il cui percorso era invece animato da un impeto di conquista orizzontale, è rappresentata dal barbone da spiaggia (questa la traduzione letterale del titolo del film) Moondog (Matthew McConaughey). Questa creatura selvatica, nomadica, a-morale (o forse pre-morale) si aggira nell’incipit del film – e lo farà ancora a lungo in questa storia – sul lungomare di Key West, nell’arcipelago della Florida, padrone di tutto e di nulla, ebbro di donne e marijuana, creatura sgargiante che tutto assorbe e rivomita, in perfetto equilibrio osmotico con la realtà che lo circonda.

È un poeta Moondog, l’ultimo erede di una tradizione letteraria che dall’estasi panica di Walt Whitman arriva alla prosa coriacea di Hemingway, e la location di Key West non è casuale in tal senso né la presenza nel film di Korine di un adorabile micio albino: sull’isolotto della Florida infatti ha sede una celebre villa dell’autore de Il vecchio e il mare, dove ancora sopravvivono gli eredi dei suoi gatti polidattili. Ma Moondog è anche, in tutta evidenza, l’epigono di Charles Bukowski, da lui riprende la vitalità esasperata negli approcci sessuali, nello stordimento dell’alcol, nella costante esalazione della marijuana. La sua arte non viene dalla sofferenza, come vuole l’ideale “romantico”, ma dal piacere, e il fatto che componga con una vecchia macchina da scrivere adagiata sull’inguine conferma la provenienza corporea dei suoi versi, d’altronde “Glorioso il dono della parola, dei sensi, del corpo” affermava Whitman in una poesia che il nostro antieroe qui ama citare come fosse propria.

No, dalle nostre parti una casistica di letterati di tal fatta non ha eguali e Harmony Korine, sotto le sembianze di una commedia bislacca e scanzonata mira a rendercene edotti, con uno stile che gioca inizialmente con il montaggio godardiano (quello ben stigmatizzato in Pierrot le fou, per intenderci), balzando improvvisamente in un futuro assai prossimo al seguito di un personaggio che per sua stessa natura è intermittente, incoerente, imprevedibile, ultima incarnazione, clownesca, di un menestrello errante. Ma la marca stilistica prediletta dall’autore in The Beach Bum è principalmente quella di un un documentarismo pedinante, sinuoso e sfacciato sempre pronto a cogliere ogni bizzarra invenzione, variopinta mise, rocambolesca disavventura del suo personaggio.

In questa libera scorribanda, la cui struttura narrativa non può che replicare quella di un road movie, fatto di soste e incontri con personaggi di varia natura, irrompe poi all’improvviso una trama da commedia classica hollywoodiana, quando il nostro Moondog si trova a doversi redimere, e a scrivere finalmente il suo libro di poesie, per poter intascare una lauta eredità. Naturalmente farà ogni cosa a suo modo, senza tradire troppo la propria natura, ma bisogna ammettere che questa concessione alla “classicità” del plot spinge poi il film verso un epilogo in qualche modo prevedibile. Perché in fondo, quando le tracce di un ordine narrativo, di una versione “altra” e moralizzante dell’esistenza fanno la loro comparsa in The Beach Bum, si ha inevitabilmente l’impressione che il gioco sia finito, o che possa in qualche modo finire.

Meno sovversivo dunque di Spring Breakers, proprio per la visione che lascia emergere del post-capitalismo statunitense, The Beach Bum funziona soprattutto quando si affida alle reiterate follie del suo protagonista e degli altrettanto deliranti personaggi che lo contornano, a partire dalla moglie incarnata da Isla Fisher e dal di lei amante, nonché amico di vecchia data e spacciatore del cuore di Moondog, interpretato dal sempre iconico Snoop Dogg. Dal momento poi che Korine intende riconfermarsi come fervente analista e fan (una cosa non esclude l’altra) dell’universo televisivo Disney, ecco che questa volta recupera da High School Musical Zac Efron (in Spring Breakers c’era la collega di set Vanessa Hudgens) cui fa vestire i panni di un collega di rehab di Moondog che lo inizia al Christian Metal e a una personalissima rilettura evangelica, secondo la quale, dal momento che “Gesù ha già pagato per i nostri peccati”, tanto vale continuare a peccare.

Ecco, il Moondog incarnato da un biascicante, sciabattante e un po’ svampito McConaughey si ritrova ad attraversare situazioni e compagni di viaggio di tal fatta, emulo in parte anche dell’attonito Forrest Gump, novello genio-idiota, bambola gonfiabile variopinta e snodabile, fautore di arte e iconoclastia, adepto di una tradizione culturale che canta la bellezza e la distruzione della bellezza, dove le storie iniziano spesso con l’incendio della propria casa per poter tornare liberi, on the road nell’unico paese dove – almeno così continuano a dirci – si passa con estrema rapidità dall’essere estremamente ricchi all’indigenza più totale. E viceversa. “È tutto qui”, come cantava Peggy Lee nella sua hit Is That All There Is qui protagonista di una bella sequenza in stile musical. Ma bisogna anche accettarlo, amarlo, esserlo quel “tutto”. Per cui ecco che nel suo percorso formativo Moondog affronterà anche una femminilizzazione, perché fagocitare ed essere ogni cosa è il centro della sua poetica, l’unica possibile e “giusta” per Harmony Korine, cantore delle spoglie significanti della propria cultura, di cui ostenta principalmente il proprio estatico inebriarsi, quale raro esemplare, forse l’unico, di regista-folklorista-pop statunitense.

Info
Il trailer di The Beach Bum.
Il sito ufficiale di The Beach Bum.

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