The Science of Fictions

The Science of Fictions

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Presentato in concorso al Locarno Film Festival numero 72, The Science of Fictions del filmmaker indonesiano Yosep Anggi Noen, è un doloroso viaggio nella storia traumatica di un popolo, attuato scardinando il concetto di tempo e con una riflessione sul potere e l’ambiguità delle immagini.

Un cinquantennio vissuto pericolosamente

Indonesia, anni Sessanta. Siman è un uomo tranquillo, che scopre accidentalmente una troupe straniera che inscena un falso allunaggio. Catturato dalle guardie, gli viene tagliata la lingua. Percorre la vita al ralenti, nel presente e nel passato, imitando un astronauta nello spazio, mentre tutti lo considerano pazzo. [sinossi]

Il 20 luglio del 1969 avviene l’allunaggio, lo sbarco dell’uomo sulla Luna, evento messo ora in discussione da teorie complottistiche. Negli Stati Uniti era da poco presidente Richard Nixon; in Indonesia questa data cade durante l’inizio della feroce dittatura di Suharto, nel momento della più feroce repressione dei suoi dissidenti, il genocidio indonesiano che è costato la vita a più di un milione di persone, sospettate di comunismo, con il consenso degli Stati Uniti in chiave anti-sovietica. Il collegamento di queste due realtà storiche, un trionfo, una pietra miliare dell’umanità da una parte, e la sofferenza di un popolo lontano dai riflettori, ammessa, guardata con favore, promossa proprio di chi è stato artefice di quella conquista, viene proposto dal filmmaker indonesiano Yosep Anggi Noen nel film The Science of Fictions – titolo originale: Hiruk-pikuk si al-kisah – presentato nel concorso internazionale del 72esimo Locarno Film Festival. Il legame avviene immaginando che le riprese dell’allunaggio, parodiando miti e teorie complottiste, siano state fatte proprio su territorio indonesiano, in un luogo sperduto. A scoprire accidentalmente la messa in scena è però un povero contadino che viene così catturato dalle guardie, che gli tagliano la lingua in modo che non possa rivelare il segreto.

The Science of Fictions è un’opera che scardina la dimensione tempo, dove il tempo narrativo procede secondo una propria cronologia, indipendentemente dai tempi storici la cui successione viene alterata dal regista. Dopo l’evento di cui sopra, il protagonista cui è già stata amputata la lingua, si trova a vivere in un’epoca precedente, nel 1966, quando al potere era ancora il presidente comunista Sukarno, molto indebolito e rovesciato dal colpo di stato di Suharto l’anno successivo. Un assetto dello Stato inizialmente visto con favore dalle sinistre del mondo ma che generò non poche delusioni, come ci ha spiegato il film Un anno vissuto pericolosamente, di Peter Weir. E in quella fase finale, con Sukarno quasi già esautorato, iniziarono quelle purghe anticomuniste di cui si parla nel documentario The Act of Killing di Joshua Oppenheimer. Lo stesso Siman vive secondo un suo proprio tempo, secondo una propria velocità, un ritmo più lento, in una palese citazione dalla serie Walker di Tsai Ming-Liang. Siman riproduce inoltre, con la sua lentezza, quel trauma originale, simulando di essere un astronauta, come quelli che pure partecipavano a una messa in scena, con una ridicola tuta con casco di un operatore alla disinfestazione, che rivela anche una necessità di purificazione delle immagini, sporcate, contaminate, infestate in quel clima tropicale: le mosche che pervadono la finta scena dell’allunaggio, o le formiche che hanno invaso il barattolo con la pellicola.

Dal 1966 si passa improvvisamente ai giorni nostri, secondo un brusco cambiamento che riguarda anche l’immagine stessa che stiamo guardando, nella transizione dal bianco e nero e dal formato 1,33:1, vigenti all’epoca, al colore e all’anamorfico della contemporaneità. Una contemporaneità che tuttavia è fatta di folklore, di danze e cerimonie tradizionali in costume, come in un artificioso e folkloristico ritorno alla propria cultura. Ritroviamo gli stessi personaggi di prima non invecchiati, che seguono i propri ritmi, biologici, narrativi. Un personaggio in divisa attraversa tutto il film. È un fedele di Sukarno, a volte si reputa essere lo stesso presidente, ne illustra la dottrina, i precetti in materia di purezza culturale, contro le contaminazioni esterne, si comporta come se il suo regime fosse ancora in vigore anche ai giorni nostri. Anche lui vive in una sua propria dimensione temporale ed è caratterizzato da una sua estetica vintage, di colori sgargianti e neon, nella sua divisa e nella sua automobile. E questo personaggio è anche un produttore interno di immagini, con la sua cinepresa. L’immagine che viene preservata, immagazzinata, come nella scena del rullo di pellicola che viene messa in un barattolo. Nella vita del villaggio, presente e passata, troviamo anche un giapponese, qualcuno che parla in olandese, residui dei colonialismi che il paese ha subito. The Science of Fictions funziona con meccanismi di fantascienza inconscia, con processi narrativi propri del genere ma senza palesare i suoi sistemi di attrazione. Così sembra un film sui viaggi nel tempo, dove i personaggi sono catapultati nel futuro da una macchina del tempo, oppure sono stati ibernati nei tipici scafandri di un’astronave per venire risvegliati dopo cinquant’anni.

The Science of Fictions è anche un’opera che riflette sul potere e l’ambiguità delle immagini, partendo da quel set primario, quella favoleggiata messa in scena dell’allunaggio, che le leggende metropolitane vogliono addirittura con la regia di Kubrick, e che il regista Yosep Anggi Noen immagina sia avvenuta in territorio indonesiano, in una zona deserta. Nel ricostruire quella ricostruzione, prevede che il set sia invaso da insetti e mosche, poco compatibili con l’ambiente lunare in realtà. Sciami di mosche che diventano lo “Zapruder” rivelatore della menzogna di Stato. Basta l’autorità superiore, di Nixon e Suharto, a decretare l’autenticità di quell’immagine.

Yosep Anggi Noen guarda a Tarkovskij, citando anche la scena del bicchiere sul tavolo di Stalker e a Lav Diaz, di cui riproduce per esempio quelle soluzioni di tableau vivant nel villaggio. E, come il collega filippino, realizza un’opera che è un lamento per le sofferenze storiche subite dal proprio popolo.

Info
The Science of Fictions sul sito di Locarno.
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