Intervista a Davide Maldi e Micol Roubini

Intervista a Davide Maldi e Micol Roubini

Ha rappresentato un caso al 72esimo Locarno Film Festival, con proiezioni esaurite, L’apprendistato del filmmaker Davide Maldi, che si è fatto conoscere per Frastuono, in concorso al Torino Film Festival 2014. Lo abbiamo incontrato a Locarno, insieme alla co-sceneggiatrice de L’apprendistato, Micol Roubini, reduce a sua volta della presentazione del suo film La strada per le montagne in concorso al Cinéma du Réel 2019. All’incontro era presente anche la produttrice, per Invisible Film, Gabriella Manfrè.

Alla fine de L’apprendistato, nei titoli di coda scopriamo che i protagonisti nel film hanno lo stesso nome della vita reale, evidentemente mettono in scena loro stessi. Difficile quindi capire dove inizi la fiction e dove finisca il cinema del reale. Si tratta di un’ambiguità ricercata?

Davide Maldi: Mi lego al modo di lavorare che ho usato, sia in scrittura che nel progettare il tutto. A priori ho fatto un lavoro di ricerche e scrittura, accompagnato all’idea che avevo di film, per cercare una trasposizione reale di quello che avevo pensato e scritto. Da lì, con Micol, abbiamo realizzato, sia per i vari concorsi di scrittura e soprattutto per capire come si sarebbe costruito il film, un trattamento, una sorta di storyboard di accompagnamento sempre più preciso. Nel fare i sopralluoghi, che per me sono la parte più importante perché approccio alla pre-produzione del film, si lavorava come se fosse un film vero e proprio, di finzione. Poi una volta trovato il contesto reale dove agire, e in questo caso era anche molto legato alle persone che avrei incontrato, tolgo la finzione e porto il documentario. Ossia osservo per lungo tempo, filmo lì dove ho deciso di filmare anche relazionandomi a questa scrittura continua, e poi in chiusura ritorno alla finzione, il materiale veniva revisionato periodicamente.

Micol Roubini: Alla fine era un lungo processo di scrittura e filmare in contemporaneo.

Davide Maldi: La gestazione è come un continuo andirivieni tra finzione e documentario. La parte finzionale è sempre stata approcciata lasciando aperta la porta all’imprevisto. La fortuna in questo lavoro è che nel processo si sia incontrata una scuola e delle persone perfette. Hanno portato del loro in una maniera incredibile. Luca Tufano ha saputo di essere il protagonista di questo film tre mesi fa, quando il film era chiuso. Ma non perché non lo sapessimo noi ma proprio per questo tipo di processo.

Micol Roubini: L’idea era anche di non alterare gli equilibri delle cose, per cui di essere discreti.

Davide Maldi: Abbiamo un po’ cercato di costruirci un metodo di lavoro. Io vengo dal cinema di finzione, ma lo detesto. Non mi sento un documentarista e quindi ho cercato di tradurre ciò in una forma mia.

Il punto di partenza del film è stata quindi questa scuola alberghiera. Cosa vi ha interessato?

Davide Maldi: Io volevo ricercare nella realtà un contesto in cui un ragazzo sia portato a imparare un lavoro da subito. Un contesto scolastico. L’alberghiero era perfetto perché il mestiere si porta dietro una storia. È fatto di regole antiche. Cercavo anche di ragionare sui metodi di insegnamento di oggi in rapporto a quelli del passato. Avevo letto un libricino di Swift, Istruzioni alla servitù, dei consigli utili ai servi di allora, nell’Ottocento, per sopravvivere nella casa del padrone. Parto sempre in questa idea di trilogia di film che ho realizzato, dal rito di passaggio, dai vecchi riti di iniziazione. Era stato un collage che ci ha portati all’alberghiero. Perché lì il lavoro è un lavoro che mira ad annientare l’euforia adolescenziale, a far diventare uomini da subito, per imparare un lavoro che ti porta a servire di conseguenza un cliente. Fatto il giro dei quattro cantoni, visitando vari istituti alberghieri, l’incontro con Domodossola è stato quello felice. Da lì è iniziato il processo di creazione del film.

La sensazione che ho avuto nella prima parte è quella di un film ambientato nel passato. Vero che ci sono segni di modernità, come i laptop, ma non si notano come invece quel telefono a muro di modello molto vintage.

Davide Maldi: L’idea era quella di creare una bolla fuori dal tempo che ponesse allo spettatore quel dubbio. Dove sono? Cosa sta succedendo? Questa cosa è reale oggi?

Micol Roubini: L’idea era quella di rendere una sorta di parabola, di qualche cosa fuori che potesse valer bene cinquant’anni fa come oggi. Poi chiaramente ci sono dettagli, ma abbiamo cercato di rimanere sospesi il più possibile.

Gabriella Manfrè: Quando sono andata a fare un sopralluogo con Davide è stato impressionante. Non ero mai stata a Domodossola, che è una cittadina carina. Poi entri nel portone di questa scuola e ti sembra di aver varcato una porta spazio-temporale e di essere approdati in un’altra epoca, un altro mondo. Questo naturalmente, al di là del lavoro che ha fatto Davide.

Davide Maldi: Io ho fatto una cernita prima su internet, ne avevo selezionati una trentina, cercando una restituzione contestuale: il palazzo doveva parlare. Poi le divise e altre cose. Quella è una scuola molto importante per quella zona, anche rispetto alle città vicine. Era prima un liceo classico che aveva formato tanti intellettuali. Ci passava Manzoni. Aveva un’antichissima biblioteca, con testi latini e greci. Dagli anni Settanta è diventato un istituto alberghiero.

Micol Roubini: C’era quindi questa voglia di rapportarsi con tutta quella storia passata.

Sembra un mondo così obsoleto, anche nella ristorazione stellata non credo valgano più certi formalismi. Stupisce per esempio che si insegnasse ai ragazzi di disporre le portate sul tavolo alla stessa distanza misurata con il metro.

Davide Maldi: Il maitre Damiano Oberoffer è un personaggio che è fuori dal tempo non solo per l’uso del metro per dare una precisione, poi è normale che non sarà mai quello anche perché devi essere più veloce. È fuori dal tempo anche per come parla, in maniera stretta e onesta. E questo è uno dei motivi per cui affrontare un tempo come questo. Quindi sì, è reale.

Micol Roubini: Diciamo che è un tipo di istituto la cui idea è quella di fornire una sorta di metodo, a prescindere dalla pratica specifica in sé: devi essere sottomesso, abituato al rigore in qualsiasi forma sia. Anche nel fare cose assurde.

Davide Maldi: Poi è vero che il film, in alcune cose di scrittura, nella fotografia, nell’inquadrare, nelle musiche, accentua l’austerità e il rigore del luogo. Lo fa suonare. Quindi lì ho accentuato. Questo è un film che va classificato come tale. Se qualcuno cerca un’opera dove si debba ‘vampirizzare’ un adolescente, non si tratta questo.

Come mai nel film abbondano immagini come di nature morte, quegli animali impagliati da vecchio museo, raggrinziti, il cinghiale morto, e quel cappone servito intero ancora con la forma dell’animale, pure in una ricetta desueta?

Davide Maldi: Il cappone fa molto anni Novanta. Glielo chiesto io perché mi sono ispirato molto ai manuali di cucina e insegnamento alberghiero. Poi ho visto che la maggior parte delle scuole alberghiere ha un immaginario di quegli anni là, nelle divise, nelle grafiche, nei menù. Quindi questo è stato abbastanza facile. L’animale è un elemento importante che unisce questa mia trilogia dell’adolescenza. Nel film precedente c’era il confronto tra degli adolescenti e degli animali in gabbia in uno zoo. Quindi ancora vivi. Qui c’è un confrontarsi/specchiarsi con degli animali impagliati o morti.

La natura comunque è l’unico momento di fuga da quell’edificio severo e opprimente e a parte quella nella nave da crociera, che i ragazzi visitano, le scene nel bosco sono le uniche fuori dalla scuola.

Davide Maldi: Il bosco è l’unico posto sicuro che loro hanno. Anche perché rispetto a Luca, che ha un animo selvaggio, l’idea era quella di farlo pulsare, di dare certi piccoli elementi del suo background. Tante persone ci hanno detto: «Ci sarebbe piaciuto vederlo di più nel pascolo, a casa sua». In realtà io con Micol si ragionava nel dare pochi elementi e indispensabili, come restituire la mancanza di una cosa che lui sta perdendo. Si trascina e alla fine diventa solamente un sogno, un ricordo, una speranza, una linea d’ombra. Tant’è che nell’ultima scena del bosco, è un bosco morto. In post-produzione abbiamo fatto un lavoro sull’audio per quella scena, di annullamento di ogni singolo canto di uccellino. Il bosco era autunnale, abbiamo scelto così perché gli alberi dessero un senso più di cupezza.

Alla fine possiamo dire che anche Tufano, il ribelle, cede e viene ricondotto nelle fila?

Davide Maldi: Non so se si coglie questo fatto: alla fine l’insegnante cambia. Quello che dice l’insegnante è un consiglio. Viene da quel testo di Swift. Gli viene detto: «Mi raccomando, ora siete formati. Se volete salvarvi tenete lo sguardo vostro, non cercate mai di incrociarlo con il loro, se no non ci sarà mai fine alla vostra oppressione». Prima era un rapporto uomo-bambino, ora è uomo-uomo.

La regia è molto pulita e sobria. Spesso manca il controcampo quando i ragazzi interloquiscono con i professori o le autorità scolastiche, in modo che i volti di questi ultimi non si vedano, come a rappresentare un’autorità invisibile, un sistema.

Micol Roubini: È una scelta precisa rispetto al punto di vista. Alla fine volevamo restituire in maniera implicita quella sensazione di soffocamento che comunque ognuno di noi, in modi diversi, ha provato. Non escludere certe cose avrebbe distratto, come il fatto che ci sono quei pochi boschi, tutto è girato all’interno. Non c’è il cortile della ricreazione.

Davide Maldi: Ci sono poi due scene girate a spalla in maniera più sporca. Quella col cinghiale e quella iniziale in cui è perso con la lanterna. Il fatto di stare sul ragazzo a volte è perché ci sono delle lenti zoomate a volte ancora più concentrate su di lui. Era proprio per cercare di vedere il più possibile attraverso la sua esperienza questo senso di oppressione. Escludere gli adulti mi viene anche dal film precedente, in cui erano dei manichini. Qui sono in realtà degli istruttori, far sentire una voce dava loro una forma rigida, militaresca di insegnamento e ordine.

Anche nel punto in cui Tufano trascina quello che si scopre poi essere un cinghiale, usi il fuori campo, come mai?

Davide Maldi: Quella è scrittura, film. È una cosa a tavolino, scritta, illustrata, perché io vengo dal disegno e mi piace sempre disegnare per capire cosa sto facendo. Lì è dove entra a gamba tesa il nostro lavoro. Quella scena è molto sua rispetto all’ideazione.

Micol Roubini: Sapevamo che avremmo inserito quella scena nel film, a che punto non lo si poteva sapere fino al montaggio. Doveva crescere nel senso d’ansia e bisognava essere nella sua testa.

Davide Maldi: Io filmo da solo, faccio anche il fonico, faccio tutto, non ho neanche l’assistente che mi porta il cavalletto. Questo però tranne alcune situazioni dove dovevamo gestire una massa. In questo modo parti con un’idea precisa, poi, quando ti ritrovi là, ti assesti, lasci la porta aperta all’imprevisto. Lì non c’è stato, era quello e quello è stato.

Hai già detto di avere preso come riferimento Il posto di Olmi, ma viene in mente anche Lunga vita alla signora!, dove pure c’è questo senso dell’autorità astratta rappresentato dalla signora in maschera.

Davide Maldi: Devo ammettere che non avevo visto Lunga vita alla signora!. L’ho visto dopo, comprando il dvd. Quando mi hanno detto di questa somiglianza, mi sono detto, visto che ormai ero partito, che sarebbe stato meglio non vederlo subito. Sono cinefilo ma non troppo, in realtà non sono cinefilo, mi piace il cinema, l’ho visto ma non sono uno studioso di cinema. Non ho visto tutto. Di Olmi avevo visto tanti film, ma non quello, quindi ho deciso di vederlo dopo e mi ha preso un po’ di ansia. C’era per esempio l’insegnamento tutta la scena delle diapositive… ma effettivamente in un alberghiero le cose stanno così.

Info
La scheda de L’apprendistato sul sito del Locarno Film Festival.

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