5 è il numero perfetto

5 è il numero perfetto

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5 è il numero perfetto è l’esordio alla regia per il celeberrimo fumettista Igor Tuveri, in arte Igort. L’artista muove i primi passi nel cinema traducendo in immagini in movimento quello che è universalmente considerato il suo capolavoro letterario. Alle Giornate degli Autori a Venezia e in sala.

Cinque dita di violenza

Peppino Lo Cicero, guappo e sicario in pensione, torna in pista dopo l’omicidio di suo figlio. Questo avvenimento tragico innesca una serie di azioni e reazioni violente, scintilla per cominciare una nuova vita. Un piccolo affresco napoletano nell’Italia anni Settanta. 5 è il numero perfetto è una storia di amicizia, vendetta, tradimento e, in fondo, di una seconda opportunità e di una rinascita. [sinossi]

Nella postfazione a una delle prime edizioni del graphic novel 5 è il numero perfetto Igor Tuveri in arte Igort scrive: «Quando cominciai a prendere appunti per 5, nella prima metà degli anni Novanta, mi trovavo a Tokyo. Allora non immaginavo quello che poi sarebbe diventato questo libro, vale a dire una delle cose più importanti della mia carriera di narratore. Avevo voglia di raccontare una storia italiana, dato che stando tanto tempo lontano dall’Italia cominciavo a vedere le cose con la distanza giusta. E avevo voglia di lavorare su due registri, quello drammatico e quello ironico. Napoli mi pareva l’ambientazione ideale.». Sono trascorsi tredici anni da queste impressioni/memorie, e di acqua sotto i ponti ne è passata tanta: si parla di un adattamento per il grande schermo della storia di Peppino Lo Cicero da quasi tre lustri, e in alcuni casi (Egidio Eronico alla regia, Lucio Dalla come protagonista, Marco Müller nelle vesti di produttore) ci si è avvicinati molto alla realizzazione. Il caso, se di caso si può parlare, ha voluto che a mettere in immagini in movimento questo romanzo a fumetti di straordinaria presa emotiva fosse il suo stesso autore, quell’Igort che gli appassionati di disegno su carta hanno imparato ad amare e in molti casi idolatrare. Opere come Yuri, Baobab, Quaderni ucraini e Quaderni giapponesi stanno lì a certificare il triplice interesse di Igort: quello per la narrazione, anche di stampo dichiaratamente popolare; quello per la stilizzazione del tratto; quello per lo studio del personaggio. Parte da queste esigenze e da queste pulsioni anche il primo film da regista del fumettista, e fin dalle prime battute marca una sostanziale e netta differenza rispetto al passaggio dietro la macchina da presa di un collega come Gipi, per esempio: là dove il pisano Pacinotti ha scelto per lo più una matrice strettamente diaristica, in cui può essere anche protagonista delle vicende narrate (il discorso potrebbe essere simile anche per Zerocalcare, ma va sottolineato come l’altalenante La profezia dell’armadillo lo veda firmare solo la sceneggiatura, per di più insieme ad altri), Igort punta sull’astrazione. Sul segno grafico. Sull’immagine/icona.

L’incipit di 5 è il numero perfetto sembra muoversi in territori prossimi a quelli esplorati da Warren Beatty all’epoca di Dick Tracy – con le vignette di Chester Gould riprodotte in maniera quasi maniacale, grazie a Vittorio Storaro e a un blue screen utilizzato in modo a dir poco espressivo –, con nuvole di sparatorie color amaranto o giallognole slegate da qualsiasi contesto narrativo. Sono un flash-forward, ma lo spettatore ovviamente lo ignora. Poi, quando la prospettiva sembra dipanarsi di fronte agli occhi, ecco che l’immaginario cambia, immergendosi in una Napoli anni Settanta cristallizzata eppure viva, credibile, battuta da una pioggia incessante come lacrime (quelle “napulitane” del primo capitolo) che non riesce a spazzare via il fetore di morte, quel retrogusto che resta in bocca nonostante gli infiniti caffè che i protagonisti trangugiano a ogni pie’ sospinto. Il tratto stilizzato si fa popolare, verace, sanguigno. Sanguinolento. È una storia semplice, dopotutto, quella narrata: un guappo in pensione riprende le pistole in pugno per fare piazza pulita di tutto e tutti, dopo che il figlio (che ha seguito la sua stessa professione) viene freddato da un “mago” che avrebbe dovuto mandare al camposanto. Tutti, nella Napoli settantina di Igort, uccidono o vengono uccisi. Nessuno, forse solo la squinternata Rita, la donna che ama da sempre Peppino (fin da quando lui, ora vedovo, era ancora sposato), porta su di sé la colpa di molti omicidi. Quel segno stilizzato già citato si scioglie con la pioggia/lacrime un passo per volta, sequenza dopo sequenza, ammazzamento dopo ammazzamento. Una scelta forte, che in molti probabilmente non capiranno, ma che è forse la dimostrazione più netta della consapevolezza registica di Igort, che esordisce dietro la macchina da presa a sessant’anni.

Come può una storia di vendetta personale e di rilettura del noir arrivare nel 2019 sugli schermi senza aver fatto i preventivi conti con la storia del cinema, in particolar modo quello moderno e contemporaneo? Come si può mettere in scena 5 è il numero perfetto senza ragionare sul fatto che i più lo ridurranno a un “Kill Bill all’amatriciana”? E infatti Igort non si sottrae alla sfida, allargando però le maglie del confronto. Scavando dentro l’immagine tarantiniana approda direttamente dall’altra parte del tunnel, facendo esplodere sullo schermo le immagini di Cinque dita di violenza, il classico di Jeong Chang-hwa con protagonista Lo Lieh – l’indonesiano naturalizzato cinese che esportò il kung fu contribuendo alla sua fama in occidente – nel quale si può apprezzare l’effetto sonoro creato da Quincy Jones per i titoli di testa di Ironside e che Kill Bill riprende. In questo gioco pressoché infinito di specchi sovrapposti per rivivere e far rivivere le immagini Igort non si perde, così come nello sfruttamento della Napoli già inevitabilmente vista (il famosissimo Palazzo dello Spagnuolo in via Vergini, riconoscibile in innumerevoli film da Il giudizio universale di Vittorio De Sica a Piedone lo sbirro di Steno, da Mi manda Picone di Nanni Loy a Passione di John Turturro, è il set di una delle sparatorie più efferate) non si limita alla pura e semplice replica. Perché, nonostante una certa distanza dall’oggetto messo in scena – una regia che osserva, senza necessariamente prendere parte – quel che emerge è la debolezza cronica di esseri umani che non riescono mai davvero a trovare una via d’uscita dal putrido mondo in cui si sono trovati a galleggiare. Ed è Peppino, con la sua sicumera triste, la sua voglia svogliata di vendetta, la sua freddezza nell’omicidio, la sua infinita e perfino dolce stolidità, a occupare l’epicentro narrativo, a dominarlo, costringendo lo spettatore ad aderire a una carneficina insensata, e per questo inevitabile. Igort esordisce alla regia indicando una via possibile per il cinema di genere, più interessante e meno spettacolare – e per questo destinata a essere meno capita – di quella che lanciò il nome di Mainetti solo pochi anni fa.

Info
5 è il numero perfetto sul sito delle Giornate degli Autori.
Il trailer di 5 è il numero perfetto.

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