Ad Astra

Ad Astra

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Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2019, Ad Astra è fantascienza umanista, minimalista, rarefatta ma pronta a improvvisi slanci spettacolari, a violente deflagrazioni. Cucito addosso al protagonista e produttore Brad Pitt, Ad Astra ripercorre le traiettorie tracciate da Civiltà perduta: l’esplorazione, l’ossessione, la solitudine, la fuga, la disgregazione dei rapporti affettivi. Gray continua ad alimentare il suo cinema bigger than life, a rimirar le stelle del firmamento e della settima arte.

Matter of Life and Death

Il cosmonauta Roy McBride viaggia fino ai confini estremi del sistema solare per ritrovare il padre scomparso e svelare un mistero che minaccia la sopravvivenza del nostro pianeta. Il suo viaggio porterà alla luce segreti che mettono in dubbio la natura dell’esistenza umana e il nostro ruolo nell’universo… [sinossi – labiennale.org]
Esistono due possibilità: o siamo soli nell’universo, o non lo siamo.
Entrambe sono terrificanti.
– Arthur C. Clarke

La giungla e lo spazio. Un padre da seguire e uno da inseguire. E due meravigliose donne lasciate indietro, amate e tradite. In un certo senso, Ad Astra è l’ideale proseguimento di Civiltà perduta (The Lost City of Z, meglio il titolo originale), è la sua proiezione futura, l’esplorazione che oramai può guardare solo verso le stelle, i pianeti, le galassie. Ad Astra è un’avventura spaziale, è fantascienza che non tarderà a diventare scienza, ma è anche un viaggio interiore, riflessivo, filosofico. Inevitabilmente ambizioso.
James Gray continua ad alimentare il suo cinema bigger than life, a rimirar le stelle del firmamento e della settima arte. Riecheggia Kubrick e 2001: Odissea nello spazio, cita Arthur C. Clarke, cerca di scavare a fondo nell’animo umano e al contempo si spinge oltre la Luna, oltre Marte, oltre Nettuno.

È facile pensare a Il primo uomo di Damien Chazelle, ad Arrival di Denis Villeneuve, a Interstellar di Christopher Nolan, legati da un evidente afflato umanista, autoriali eppure spettacolari. Spettacolari eppure autoriali. Ad Astra esplora i medesimi territori cinematografici, piega il proprio budget a una poetica che non insegue gli spettatori, ma vuole prenderli per mano e portarli con sé. Portarli lontano, metterli di fronte alle riflessioni di Clarke, allo spettro di una solitudine assoluta, infinita.
Smisuratamente ambizioso, il cinema di Gray non ha timore di osare troppo, di essere fuori tempo massimo, di fallire la prova del grande pubblico. Si può dire lo stesso di Brad Pitt, attore e divo che produce Gray, Terrence Malick, Andrew Dominik, Steve McQueen, Bennett Miller, Adam McKay. Qui si regala un ruolo pressoché perfetto, giganteggia silenziosamente – Ad Astra uscirà nelle sale italiane il 26 settembre, dieci giorni dopo C’era una volta a… Hollywood, altra maiuscola prova attoriale di Pitt.

Idee di cinema che collimano. Dopo l’incipit marcatamente kubrickiano (quel rosso, il lento incedere, l’entrata in scena della biglia blu), rintracciamo echi malickiani e ritroviamo il realismo della vera impresa de Il primo uomo. È così Ad Astra, un’avventura spaziale che un giorno qualcuno vivrà, un viaggio che alimenta entrambe le direttrici narrative: la crescente autoanalisi del cosmonauta Roy McBride è infatti inframezzata da mirabili sequenze spettacolari. Ne citiamo almeno tre: l’incidente iniziale, con il geometrico passaggio dal dettaglio allo stordente totale; l’inseguimento sulla Luna, che intreccia l’adrenalina action agli sconfinati spazi da western futuristico; la claustrofobica e orrorifica sequenza nella stazione norvegese. Gray conferma di sapersi muoversi tra i generi e di sapersi adattare agli spazi narrativi, dal cosmo alla giungla, dalle strade violente de I padroni della notte agli interni sussurrati di Two Lovers.

Esplorazione, ossessione, solitudine, fuga, disgregazione dei rapporti affettivi. Ad Astra funziona più durante il lungo viaggio, trovando solo in parte una chiusura all’altezza delle premesse. Al film di Gray manca la sintesi finale de Il primo uomo, l’immagine che racchiuda tutto quello che abbiamo visto/vissuto.
Scricchiola a più riprese negli ultimi trenta minuti, ma forse è giusto così: Ad Astra non è l’arrivo, è il viaggio. E Nettuno è solo una tappa di una ricerca infinita – come lo stesso cinema di Gray, che continua a cercare di colmare le distanze millimetriche o galattiche che dividono i suoi personaggi, padri e figli, coniugi e amanti, fratelli e sorelle. Distanze destinate a restare incolmabili. La mente corre a 5 cm per second e The Voices of a Distant Star di Makoto Shinkai, ma queste sono altre storie. Forse.

Info
Il teaser italiano di Ad Astra.

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