La candidata ideale

La candidata ideale

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La candidata ideale, con cui Haifaa al Mansour torna in Arabia Saudita dopo la trasferta oltreoceano per Mary Shelley e il film-Netflix Nappily Ever After, è l’esempio perfetto (lui sì) di tutti i mali che affliggono parte consistente del cinema “d’impegno civile” contemporaneo: piattezza espressiva, dogmatismo incalzante, una semplificazione al limitar del barbaro dei temi – importanti – esposti sulla pubblica piazza, e un conformismo didascalico. La sua presenza in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia desta stupore, ma a ben vedere è un film che può anche aspirare a convincere una giuria a premiarlo.

L’asfalto che scotta

Maryam è una dottoressa saudita che ogni giorno deve fronteggiare l’ostilità di pazienti e colleghi uomini che mal vedono una donna medico; quando a causa di una serie di contrattempi burocratici è costretta a rinunciare a un viaggio a Riad dove intendeva seguire un meeting, decide di candidarsi alle elezioni per un posto nel consiglio municipale. Il suo obiettivo di programma? Far asfaltare la strada che conduce i pazienti al pronto soccorso nel quale lavora… [sinossi]

Nel leggere le note di regia scritte da Haifaa al Mansour per presentare La candidata ideale nel catalogo della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ci si può soffermare su due passaggi a loro modo rivelatori. Il primo recita: “Voglio incoraggiare le donne saudite a cogliere un’opportunità e a liberarsi dal sistema che ci ha deliberatamente ostacolato così a lungo. Il cambiamento deve necessariamente essere sostenuto e guidato dalle persone che hanno particolarmente bisogno di miglioramenti e di maggiore mobilità nella vita quotidiana”. Gli fa eco la seconda dichiarazione: “Con l’apertura dei cinema e il permesso di guidare concesso alle donne del Regno voglio mostrare lo sforzo immenso che il cambiamento reale comporterà. Le donne avranno l’opportunità di contribuire e partecipare a una società che per generazioni intere le ha estromesse. La parte più difficile per le donne ora è guardare oltre le antiquate convenzioni sociali e i modesti obiettivi che si erano prefissate precedentemente, mandare in frantumi i tabù che le attanagliano e decidere di tracciare nuovi percorsi per se stesse e le loro figlie”. Non c’è dubbio alcuno che l’Arabia Saudita, da sempre uno degli stati islamici più conservatori in fatto di diritti, abbia fatto passi avanti negli ultimi anni rispetto al ruolo della donna all’interno della società civile. Ed è giusto, forse persino doveroso (aggettivo che sarebbe però più opportuno utilizzare con parsimonia), che il cinema locale si confronti con questo sommovimento che, piccolo o grande che sia, può contribuire a modificare il senso stesso del vivere comunitario all’interno del regno guidato oggi da Salmān. Quali sono però le modalità con cui la battaglia in atto deve essere condivisa e supportata dall’arte della messinscena? È questo l’interrogativo che bisognerebbe porsi, e nel rispondere al quale il quarto lungometraggio di finzione della quarantacinquenne al Mansour fallisce in maniera clamorosa.

Nel scegliere lo sguardo con cui osservare il destino di Maryam, giovane dottoressa che si trova a fronteggiare ogni giorno il retrivo pensiero conservatore di pazienti e colleghi maschi, colmi di disprezzo verso una donna che ha scelto di essere loro pari senza accettare il ruolo preconfezionato di figlia/moglie/madre, Haifaa al Mansour decide di muoversi su un orizzonte piatto come le zone desertiche che il padre della protagonista e delle sue due sorelle (una più grande e indipendente, che lavora come regista per i matrimoni e le feste comandate; l’altra più giovane e ligia ai dettami coranici) attraversa con la band con la quale si esibisce suonando l’ʿūd. Anche lui, come la figlia – con cui pure non mancano gli attriti – è malvisto da molti concittadini, proprio in qualità del suo essere un musicista. Seguendo questi due percorsi nel corso di alcune giornate, e mettendo da un lato la rivendicazione femminile e dall’altro quella artistica la regista vorrebbe descrivere una nazione in sommovimento, se non direttamente in rivoluzione. Una rivoluzione silenziosa e priva di scorrimenti di sangue. Al di là della semplificazione del discorso, che raggiunge livelli quasi basici (davvero si può ritenere, in tutta onestà, che nella singola volontà di espressione si diffonda il germe per il ribaltamento di un’intera società?), a destare preoccupazione è la mancanza totale della volontà di ispessire la matassa ricorrendo all’immagine, alla visione, all’orizzonte prospettico. Tutto, ne La candidata ideale, è omogeneizzato, ovvio, prevedibile, sciatto nell’esposizione. Tutto è semplice, al punto che viene naturale chiedersi come sia possibile che l’Arabia Saudita sia una nazione così retrograda se basta che una ragazza si candidi alle elezioni municipali per risolvere un problema – la mancata asfaltatura del tratto di strada che permette ai pazienti di raggiungere il pronto soccorso – che si trascina, a detta degli stessi protagonisti del film, da anni.

Ad affossare La candidata ideale, in fin dei conti, è il male che affligge una parte consistente del cosiddetto “cinema d’impegno civile” contemporaneo: ossessionati dalla centralità del tema registi e sceneggiatori perdono di vista il vero obiettivo, che non dovrebbe essere “solo” denunciare una realtà ma trasfigurarla per farla divenire immagine o, meglio ancora, immaginario. Nel ridurre invece tutto a un dogmatismo intellettuale che non accetta sfaccettature e non lavora mai di fino – nel film i “cattivi” lo sono a tutto tondo, così come i personaggi al contrario positivi; anche se di fronte a un salvataggio dalla morte tutti possiamo cambiare idea… – non si compie nessun passo davvero significativo per amplificare la portata di una battaglia concreta, reale, in grado di spostare l’asse sistemico. Haifaa al Mansour dopotutto è regista non solo vagamente mediocre (anche la trasferta oltreoceano con Mary Shelley e il netflixiano Nappily Ever After denota una debolezza di fondo nella sua espressione artistica), ma anche in tutto e per tutto parte del sistema, svogliata nel guardare davvero in profondità, oltre la patina dell’ovvio.
Il suo non può che essere un cinema anodino, insignificante – nel senso più esteso e abissale del termine – e, purtroppo, ulteriormente indebolito dal cattivo gusto, come testimonia l’invadente e infausta colonna sonora. La sua presenza in concorso alla Mostra del Cinema desta stupore, per quanto non sia un mistero che il film abbia occupato la casella in realtà destinata a Kelly Reichardt e al suo First Cow, saltato proprio all’ultimo momento; eppure, proprio per la centralità data solo alla “denuncia” e per la mediocrità diffusa dell’oggi, non sarebbe così sorprendente vedere questo piccolo, fragile e dimenticabile racconto di emancipazione femminile trovare una collocazione nel palmarès.

Info
La candidata ideale sul sito della Biennale.

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