L’ufficiale e la spia

L’ufficiale e la spia

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Con L’ufficiale e la spia Roman Polanski racconta il famigerato affaire Dreyfus con rigore e tensione montante, in una sorta di film-inchiesta volto a far emergere, fuor di retorica e fosse anche per un breve intermezzo nella Storia, la verità e la giustizia.  

Il falso e la copia

Il 5 gennaio 1895 il capitano Alfred Dreyfus, giovane e promettente ufficiale dell’esercito francese accusato di essere un informatore dei tedeschi, viene degradato e condannato alla deportazione a vita nell’Isola del Diavolo nell’Oceano Atlantico, al largo delle coste della Guyana francese. Tra i testimoni della sua umiliazione c’è Georges Picquart, promosso a capo dell’unità di controspionaggio che lo ha accusato. Quando però Picquart scopre che le informazioni riservate continuano a essere passate ai tedeschi, viene attirato in un pericoloso labirinto di inganni e corruzione, che minaccia non soltanto il suo onore, ma la sua stessa vita. [sinossi]

L’impermanenza della verità. È questo uno dei nodi centrali de L’ufficiale e la spia (in originale J’accuse), nuovo film di Roman Polanski volto a rivelare il malsano intreccio tra errore giudiziario, politica, poteri forti (militari, tra l’altro) e antisemitismo che caratterizzò il famigerato Affaire Dreyfus. Presentato in concorso a Venezia 76 L’ufficiale e la spia principia il 5 gennaio del 1895 con la pubblica degradazione, in pompa magna e alla presenza di una folla popolare esaltata, del capitano dell’esercito di origini ebraiche Alfred Dreyfus (Louis Garrel), di lì a breve destinato al confino nell’Isola del Diavolo. L’accusa è quella di spionaggio a favore del nemico germanico, ma Dreyfus è innocente. E il commento che si scambiano due alti gradi dell’esercito nel corso della “cerimonia” non lascia adito a dubbio alcuno: “I romani davano i cristiani in pasto alle belve, noi diamo gli ebrei in pasto alla folla.” Siamo di fronte a uno spettacolo già visto dunque, ma che funziona sempre, come un vecchio canovaccio: in fondo basta fornire al popolo (e al pubblico) un capro espiatorio da sacrificare, e la catarsi è assicurata.

Promosso a capo dei servizi segreti, l’ex superiore di Dreyfus, il maggiore Picquart (Jean Dujardin), si ritrova a indagare proprio sul caso di spionaggio in questione. Troverà presto una serie di incongruenze e manipolazioni volontarie – da parte dell’esercito – delle prove processuali che hanno portato alla condanna di Dreyfus, individuerà poi la vera spia e combatterà per ristabilire il buon nome dell’istituzione che rappresenta e l’onore del suo ex sottoposto.

Con buona pace della mera trama, siamo ben lontani da quella classica storia di riscatto a opera di un volitivo individuo cui ci ha abituato il cinema statunitense, Polanski inscena piuttosto qui una parabola tetra su come l’uomo (Dreyfus, in questo caso) sia soggetto alle angherie del potere per mere ragioni di appartenenza razziale e religiosa e non solo in un singolo “affaire” isolato nella Storia, ma, come diviene gradualmente chiaro nel corso del film, a cadenze più o meno regolari. La Francia di fine ‘800 viveva d’altronde un periodo di estrema incertezza politica (di quelli che ogni tanto di ripetono un po’ ovunque), incastrata com’era tra la sconfitta della Guerra franco-prussiana e l’imminenza della Prima Guerra Mondiale, era dunque un momento ideale, e non sarà certo l’ultimo, per bruciare sul rogo una “strega”.

Ma L’ufficiale e la spia non è semplicemente una ricostruzione storica, né un film di denuncia, e nemmeno la storia di una grande amicizia, come il titolo italiano sembra suggerire (non vi era di fatto alcuna umana relazione tra Picquart e Dreyfus). Polanski inscena piuttosto una sorta di rigoroso film-inchiesta (quella di Picquart) nelle stanze del potere, dove tra le pieghe dei serrati dialoghi e la polvere dei dossier militari emergono gradualmente incongruenze e verità, si disvelano omissioni, falsificazioni di documenti, intrighi. E il regista di origine polacca non ha certo perso con l’avanzare dell’età il dono della sottile e colta metafora, per cui ecco che in una breve sequenza, di fronte al rifacimento romano di una statua greca, ci tiene a esporre correttamente la fondamentale differenza tra un falso e una copia. E sarebbe poi un errore a dir poco grossolano confondere il rigore investigativo del film con la staticità, quello splendido duello a spade sguainate sta lì, verso l’epilogo del film, nella sua abbacinante e questa volta sanamente catartica ritualità, a rammentarci come un momento di pura regia e pura performance fisica (davvero sorprendente l’interpretazione di Dujardin nel suo complesso) sia in grado di restituire la verità e l’essenza di un evento quanto della sua messinscena.

No, non c’è traccia di senilità in questo nuovo film di Roman Polanski, che nel suo scorrere incessante rivela passo dopo passo, stanza dopo stanza, volto dopo volto, la lucidità della struttura narrativa che lo sostiene e l’orchestrazione sapiente di ogni sua singola scelta registica. Come viene ben incarnato (e dis-incarnato) da quelle dissolvenze incrociate che separano ciascun ingresso di Picquart nelle stanze del potere e che a ben vedere non hanno niente di “classico” né di rigoroso: dissolvono l’immagine e ripartono da un’assolvenza lasciando aleggiare più a lungo del previsto un bianco pulviscolo sullo schermo. Ciechi in piena luce, non possiamo far altro che attendere che un puzzle dai frammenti laceri, fatto di falsi e menzogne si componga per noi, nella consapevolezza che non sarà l’ultima volta: la verità e la giustizia ogni tanto trionfano, ma quel trionfo è solo un breve intermezzo nella Storia.

Info
La scheda de L’ufficiale e la spia sul sito della Biennale.

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