Seberg

Diretto dall’australiano Benedict Andrews, Seberg è un maldestro biopic dedicato all’iconico volto di Fino all’ultimo respiro di Godard. E con Kristen Stewart decisamente spaesata nei panni della diva oggi dimenticata e a suo tempo perseguitata dall’FBI. Fuori concorso a Venezia 76.

«New York Herald Tribune! New York Herald Tribune!»

Ispirato a fatti realmente accaduti, il film narra la storia di Jean Seberg, protagonista di À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro) e beniamina della Nouvelle Vague francese, che sul finire degli anni Sessanta finì nel mirino del programma di sorveglianza illegale dell’FBI. [sinossi]

A voler essere cattivi con Seberg, film diretto dall’australiano Benedict Andrews e presentato fuori concorso a Venezia 76, si potrebbe dire che l’unica idea veramente forte se la gioca nell’incipit, per poi procedere in maniera superficiale e vagamente grossolana. Quell’incipit lavora sulle fiamme – di cui rimase veramente vittima Jean Seberg sul set di un film di Preminger – e dunque instilla subito la chiave di lettura dell’accusa di stregoneria per la piccola e gracile attrice americana nata nel Midwest ed entrata nella storia del cinema per Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard. Una accusa di stregoneria moderna, ovviamente, non la stessa delle streghe di Salem, ma quella di imboccamento col nemico peggiore dell’America perbenista e reazionaria dei tempi di Lyndon Johnson, vale a dire le Black Panther, l’uomo nero, il candyman, Malcom X, e via dicendo.

La storia rimossa di Jean Seberg e del suo impegno politico, svolto attraverso una serie di donazioni alle Black Panther, viene alfine estremamente banalizzata in Seberg, laddove la Nostra (interpretata da una insolitamente incerta Kristen Stewart, per un ruolo che la riporta indietro di sette anni alle incertezze di On the Road di Walter Salles) viene descritta sostanzialmente come un’ingenuotta che si ritrova in un gioco più grande di lei, incapace di comprendere qualsiasi fatto di natura politica, e in fin dei conti interessata – lo dobbiamo dire un po’ crudamente – solo al membro dell’uomo nero. Perché è questo, in buona sostanza, che racconta Seberg, la storia del tradimento da parte dell’attrice nei confronti del marito a favore di un aitante afroamericano, con conseguenti ritorsioni della moglie di lui. Il tutto, certo, è supervisionato e pilotato dall’FBI, ma la passione politica dov’è rimasta? D’altronde, forse più giusto sarebbe stato passare dalla passione politica a quella amorosa, e non il contrario, come accade qui, con la conseguenza che la passione politica diventa totalmente strumentale.

Si sconta, d’altronde, in Seberg l’antico pregiudizio sull’ottusità attoriale, arma spesso usata dai detrattori delle star dell’epoca, come ad esempio Jane Fonda. Eppure quella dal ’68 in poi fu una stagione straordinaria di impegno in politica, basti pensare da noi a Lou Castel o a Gianmaria Volonté.
E a peggiorare la situazione vi è la descrizione del personaggio dell’agente dell’FBI che, come in una replica de La vita degli altri, a forza di spiare la diva se ne innamora e viene roso dai sensi di colpa, secondo una dinamica decisamente banalotta e soprattutto già vista e sin troppo celebrata nel modesto film di von Donnersmarck del 2006. A quel punto allora avrebbe avuto più senso impostare tutto il racconto dalla parte dell’agente, costringendoci così a vedere la Seberg solo attraverso il buco della serratura. E, invece ciò non accade, visto che si cambia continuamente il fuoco del racconto in Seberg, fin quasi a mettere per lunghi tratti da parte la nostra protagonista, sommersa dalle differenti dinamiche familiari che Andrews vuole per forza far emergere: accanto a quella della Seberg, sposata con un francese e con un figlio che ovviamente non vede mai, vi è infatti l’insistenza sia sulla famiglia dell’agente dell’FBI (chiusa nel suo guscio) sia su quella afro-americana (ovviamente allargata a una grande comunità). E la Seberg allora resta sfocata, tanto che quando alla fine dà di matto, sembra più che altro una posa che una vera discesa agli inferi, perché mai ci è stato concesso di entrare nelle sue contraddizioni e conflitti.

Info
La scheda dedicata a Seberg sul sito della Biennale di Venezia.

  • Seberg-2019-Benedict-Andrews-001.jpg
  • Seberg-2019-Benedict-Andrews-002.jpg

Articoli correlati

  • Festival

    Venezia 2019Venezia 2019

    La Mostra del Cinema di Venezia 2019, edizione numero settantasei del festival, risponde alla tonitruante edizione di Cannes con (tra gli altri) Hirokazu Kore-eda, Roman Polanski, James Gray, Pablo Larraín, Steven Soderbergh, Olivier Assayas...
  • AltreVisioni

    Lords of Chaos recensioneLords of Chaos

    di Si parlava da anni di Lords of Chaos, il racconto per immagini della nascita e della dannazione del black metal norvegese. La rivalità tra Euronymous e Burzum, il suicidio di Dead, il rogo di decine di chiese. Jonas Åkerlund sembra però indeciso sulla strada da intraprendere.
  • Cannes 2019

    Rocketman RecensioneRocketman

    di Rocketman di Dexter Fletcher prende alla lettera tutto l’immaginario che da decenni circonda il personaggio di Elton John per dare vita a un biopic-musical galvanizzante, pronto anche ad abbracciare senza remore il kitsch più libero e delirante. Fuori concorso a Cannes.
  • Archivio

    bohemian rhapsody recensioneBohemian Rhapsody

    di Bohemian Rhapsody è il racconto della carriera dei Queen, e in particolare di Freddie Mercury, dagli esordi fino all'esibizione al Live Aid del 1985. Bryan Singer dirige un biopic canonico, che ragiona solo lateralmente sul concetto di icona, e di sua rappresentazione.
  • Roma 2018

    stanlio & ollio recensioneStanlio & Ollio

    di Stanlio & Ollio, due dei corpi comici più famosi e amati della storia del cinema, rivivono nel film di Jon S. Baird. A interpretarli John C. Reilly e Steve Coogan. Presentato alla Festa del Cinema di Roma.
  • Interviste

    Intervista a Lou Castel

    Volto simbolo del cinema della contestazione, a partire da I pugni in tasca, Lou Castel è tornato a Roma lo scorso inverno per girare A pugni chiusi, documentario a lui dedicato, diretto da Pierpaolo De Sanctis. Il film sarà in concorso in Italiana.doc al Torino Film Festival. La nostra intervista a Lou Castel.
  • In sala

    Elvis & Nixon

    di Palcoscenico perfetto per un match attoriale di classe, Elvis & Nixon di Liza Johnson è una graziosa operazione vintage che non ha molto altro da dire al di là dell'esibizione dei suoi personaggi.
  • Archivio

    Steve Jobs

    di Doveva dirigerlo David Fincher, l'ha realizzato Danny Boyle. Ma Steve Jobs è soprattutto un film di Aaron Sorkin, già sceneggiatore di The Social Network. Cast maiuscolo per una tragedia brillante in tre atti su tempo, mutamento, perdita dell'innocenza e accelerazioni digitali. Potente e gioiosamente doloroso.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento