Balloon

Balloon

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Presentato nella sezione Orizzonti di Venezia 76, Balloon è la nuova opera del regista tibetano Pema Tseden, ulteriore capitolo del suo affresco sul mondo del Tibet. Qui prende in considerazione l’epoca delle rigorose leggi cinesi sulla pianificazione familiare.

Palloncini bianchi

Nella prateria tibetana Dargye e Drolkar vivono una vita serena e ordinaria con i tre figli e il nonno. Un preservativo genera una serie di imbarazzi e dilemmi, rompendo l’armonia della famiglia. [sinossi]

Arrivato al settimo film, Pema Tseden porta avanti con il suo cinema un affresco del popolo tibetano, sospeso tra tradizione e modernità, spiritualità e materialismo, nella difficoltà di seguire i dettami ingombranti del governo centrale cinese. Parimenti la ricerca in qualche modo etnografica del regista, che ambienta quasi tutti i suoi film nei luoghi della sua vita, nella contea di Amdo – fatta di roccia e acqua che pervadono i suoi sogni –, si accompagna a una ricerca visiva, a un lavoro sul colore nella ricerca di un equivalente cromatico della dimensione spirituale del film. I film precedenti, Tharlo e Jinpa, erano girati in bianco e nero, il primo, e parte in bianco e nero e parte a colori il secondo.

Con Balloon (titolo originale: Qiqiu), l’opera presentata nella sezione Orizzonti di Venezia 76, Tseden persegue una decolorazione degli ambienti in esterni, rese con immagini scialbe, sbiadite, tendenti al bianco. Queste contrastano con molti elementi del film, come vedremo, ma soprattutto con quella che è l’iconografia religiosa, la rappresentazione spirituale della cultura tibetana che è molto colorata, screziata, come nei mandala o nelle maschere rituali. L’incipit del film è già di per sé un’enunciazione cromatica dell’opera. Le immagini della vita dei pastori tibetani sono molto flou, come se fossero pervase da un alone ricordando le vecchie immagini fotografiche. Scopriamo che stiamo guardando il mondo attraverso un palloncino bianco, con cui sta giocando il bambino, in realtà un condom che ha rubato ai genitori, che è stato evidentemente fornito dalle autorità nell’ambito delle politiche cinesi di pianificazione familiare. Tanto i bambini, nella loro innocenza, tanto il nonno, non sanno cosa siano i preservativi, che rappresentano un elemento estraneo, di derivazione occidentale, diremmo, laddove però il mondo occidentale è incarnato dalla Cina, che controlla in modo tentacolare le sue province più lontane, i confini dell’impero. I pastori lamentano anche di aver venduto, nel corso degli anni, i loro cavalli per sostituirli con moderne motociclette. Ma, non si sa perché, riconoscono l’errore fatto e guardano con nostalgia a un mondo dove ci si muoveva a cavallo. Nel cielo si vede in lontananza un aereo.

Il mondo di Pema Tsaden è tutto questo, in queste antinomie, in questi sistemi che presiedono il mondo, che entrano in conflitto. Lo spiritualismo del Buddhismo tibetano, l’anima che si reincarna trasmettendosi da un essere vivente a un altro, l’incenerimento del corpo da un lato; il senso del peccato, la televisione, la scienza, l’ateismo di stato, il materialismo prima marxista e poi capitalista del sistema dominante cinese, dall’altro lato. Il mondo decolorato di questo film, contrasta con alcuni elementi dal colore forte che risaltano. I condom bianchi, segno di un’imposizione, contrastano con quei palloncini colorati che il padre compra ai figli, acquistati al mercato della città più vicina, per indurli a non rubargli più i preservativi, e anch’essi finisco subito scoppiati. Anche i palloncini colorati sono comunque un elemento estraneo. Poi c’è la monaca con quell’abito pure molto colorato, lei che invece, come i lama, è depositaria della saggezza, ma anche della superstizione, cui ci si rivolge come a un oracolo per sapere cosa serbi il destino.

La ricerca estetica di Pema Tseden prosegue per tutto il film, anche nel solco del suo mentore Wong Kar-wai, sotto la cui ala protettrice si muove, che è stato regista rivoluzionario in tal senso. Così abbiamo altre scene soffuse, pervase di un alone bianco, risultato di riflessi di vetri o di una pozzanghera, come un mondo di fantasmi o un iperuranio dove albergano le anime. Concepisce poi spesso scene divise a metà da un elemento verticale, o in quattro. In una di queste per esempio, la separazione avviene, in una scena dove due personaggi bevono il tè, tra modernità e tradizione, da una parte la radiolina, dall’altra il braciere.

Pema Tseden è un grande illustratore, artefice di un cinema come le vetrate colorate delle nostre cattedrali, e un cantore di un mondo che si sta spegnendo, anche per l’ingerenza della dominazione cinese. Non sempre queste due capacità si compenetrano, come avevamo notato per Tharlo. Con Balloon questo equilibrio sembra invece ricomporsi.

Info
La scheda di Balloon sul sito della Biennale di Venezia.

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