Panama Papers
di Steven Soderbergh
Nel ripercorrere le oscure dinamiche dello scandalo dei Panama Papers, Steven Soderbergh inscena un vero e proprio film di denuncia, ferocemente cinico, sfrontatamente militante. Un prodotto Netflix in concorso a Venezia 76 e in sala a ottobre.
La strategia della banana
Quando la sua vacanza idilliaca prende una piega inattesa, Ellen Martin comincia a fare ricerche su una polizza assicurativa falsa, per ritrovarsi in un giro infinito di loschi traffici, riferibili a uno studio legale di Panama specializzato nell’aiutare i cittadini più ricchi del mondo ad accumulare fortune ancora più grandi. [sinossi]
“Sono come me, ma si sentono meglio” cantava Frankie Hi Energy nella sua hit più celebre, Quelli che benpensano, dedicata alla fine (ma sarà poi mai avvenuta?) dello yuppismo e della nostrana prima Repubblica. Parte in fondo proprio da questo concetto Panama Papers (The Laundromat), nuovo dettagliato capitolo del grande affresco sugli Stati Uniti che Steven Soderbergh va componendo con la sua eclettica filmografia. Presentato in concorso a Venezia 76, prodotto da Netflix ma con una distribuzione in sala prevista nel nostro paese (la data, ad oggi, è 18 ottobre 2019), Panama Papers è l’accurato resoconto dell’omonimo scandalo finanziario del 2016, quando vennero alla luce le attività dello studio legale panamense Mossack Fonseca, alacre fornitore di servizi finanziari che comprendevano la creazione di società offshore in paradisi fiscali e la loro gestione, inclusi i frequenti cambi di proprietà. Tutto perfettamente legale, tutto terribilmente disonesto, ma non è proprio su questo che si fonda la ricchezza della Terra delle opportunità? Sulla questione Soderbergh non ha molti dubbi.
In fondo è tutto molto semplice, è un gioco, una grande farsa dell’economia finanziaria internazionale, che va avanti da secoli proprio perché le leggi statunitensi lo consentono, dimenticando di tutelare le “vittime” di questo sistema: i piccoli risparmiatori, l’uomo comune. È proprio a noi, in quanto “uomini comuni” che Steven Soderbergh si rivolge con Panama Papers, per erudirci, con acume, brillantezza di dialoghi e un sano intento didattico. A farci da traghettatori e ciceroni in questo labirintico inferno disseminato di segreti e rivelazioni sono però – ed è davvero una scelta geniale per un film tratto da una storia vera – proprio i villain della vicenda, ovvero i luciferini signori Mossack e Fonseca, incarnati rispettivamente da Gary Oldman e Antonio Banderas. Nello strepitoso incipit, l’elegante coppia miliardaria, mentre attraversa un preistorico e biblico deserto, con tanto di roveto ardente, si prodiga nell’illustrarci il primo grande passo dell’umanità verso il baratro morale: la creazione del denaro e di lì a breve anche la sua smaterializzazione nelle numerose, lucrose, operazioni finanziarie possibili. “Siamo persone normali, come voi”, ripete sornione Mossack/Oldman, solo che “prendiamo in prestito banane dal futuro”, con riferimento alla sostituzione del primitivo baratto (di banane, ad esempio) con il credito (ovvero le banane dal futuro).
Suddiviso in 5 capitoli, ciascuno con una storia differente connessa alle frodi del diabolico duo, Panama Papers offre dunque cinque rivelazioni (bibliche) di altrettanti segreti (finanziari ma anche “religiosi”, non è forse scritto proprio sui dollari “in God we trust?) per riconfermare, a ogni piè sospinto, quanto stia diventando sempre più improbabile che “i miti ereditino la terra”. La mite persona del caso, l’uomo qualunque, è poi incarnato nel film da Meryl Streep, nei panni di un’attempata signora che resta vedova in seguito al naufragio del battello da turismo che la sta traghettando, con il marito, sul Lago George, nello Stato di New York. L’assicurazione dovrebbe rimborsare il danno e i parenti delle ben 21 vittime, ma il condizionale è d’obbligo, dal momento che la polizza è stata rilevata da un’altra società e poi da un’altra ancora, in un percorso verso l’invisibile, l’incolpevole, e, di certo, il non rimborsabile. In testa alla piramide dello “scaricabarile” si trovano, naturalmente, i giochi di prestigio finanziari della Mossack Fonseca e la caparbia vedova sembra proprio ben intenzionata a portarli in luce. E coerentemente con il suo discorso, Soderbergh chioserà poi su un disvelamento multistrato, che non dimentica di omaggiare il cinema quale potente arma di mistificazione di massa, tutta da smascherare.
Con un ritmo rapido, dialoghi incalzanti, interpretazioni attoriali impeccabili, Panama Papers rimbalza rapido dal particolare all’universale, dal biblico al finanziario per lasciar emergere costantemente, alla fine di ogni sua “parabola (le 5 storie di cui sopra), il modus operandi pervasivo ed esiziale, proprio come un gas letale, del denaro e delle sue invisibili incarnazioni.
Tralasciando di encomiare, ancora una volta, le abilità registiche di Steven Soderbergh, fa piacere però qui riportare alla memoria K Street, la brillante e dimenticata serie tv sui lobbisti di Washington diretta dall’autore nel 2003 con la quale Panama Papers condivide il ben sfruttato binomio di humour e denuncia. Il fatto poi che ogni singola terminologia finanziaria venga accuratamente spiegata in “parabole” dense di metafore universalmente comprensibili, fa di Panama Papers un fulgido esempio di film politico per il grande pubblico, ferocemente cinico, sfrontatamente militante.
Info
La scheda di Panama Papers sul sito della Biennale Cinema
- Genere: commedia, drammatico
- Titolo originale: The Laundromat
- Paese/Anno: USA | 2019
- Regia: Steven Soderbergh
- Sceneggiatura: Scott Z. Burns
- Fotografia: Steven Soderbergh
- Montaggio: Steven Soderbergh
- Interpreti: Alex Pettyfer, Amy Pemberton, Antonio Banderas, Chris Parnell, Cristela Alonzo, Daniyar Bazarkulov, David Schwimmer, Gary Oldman, James Cromwell, Jeffrey Wright, Kerry Westcott, Matthias Schoenaerts, Melissa Rauch, Meryl Streep, Nikki Amuka-Bird, Nonso Anozie, Robert Patrick, Rosalind Chao, Sharon Stone, Shoshana Bush, Will Forte
- Colonna sonora: David Holmes
- Produzione: Grey Matter, Netflix, Sugar 23 / Anonymous Content
- Durata: 95'
- Data di uscita: 18/10/2019




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