American Skin
di Nate Parker
Decisamente più efficace e centrato rispetto all’esordio del regista, American Skin di Nate Parker vibra dell’impeto del miglior cinema sociale americano, rischia a più riprese di scivolare sulla retorica ma ne esce quasi sempre indenne, grazie a uno sguardo che problematizza a sufficienza il suo oggetto. Nella sezione Sconfini a Venezia 76.
Death of a Nation
Lincoln Johnson, ex marine di colore divorziato, si vede uccidere il figlio sotto gli occhi durante un normale controllo di polizia. Quando la successiva indagine assolve l’agente che ha sparato senza nemmeno sottoporlo a processo, l’uomo decide per la giustizia privata: Lincoln fa così irruzione nella stazione di polizia, prende in ostaggio i presenti e inscena un processo a carico del poliziotto. [sinossi]
Già da molto prima della sua proiezione veneziana, all’interno della sezione Sconfini di questa 76esima edizione della Mostra del Cinema, la presenza di American Skin di Nate Parker al Lido aveva fatto registrare qualche mugugno. Mugugni riferiti in questo caso a un fatto extracinematografico, ovvero un’accusa di stupro nei confronti di Parker risalente al 1999, e conclusasi (almeno giuridicamente) con un’assoluzione. Una vecchia, presunta ombra sulla condotta del regista americano che, ben lungi dall’essersi conclusa con la sentenza, è stata rinfocolata successivamente dal suicidio (nel 2012) della ragazza che originariamente accusò Parker. Sia quel che sia, movimento MeToo e sue eventuali degenerazioni – e distorsioni – a parte, ciò che ci interessa qui è raccontare e valutare quest’opera seconda di Parker. Un’opera che (pare ovvio sottolinearlo, ma forse è bene farlo) per quanto ci riguarda nella kermesse veneziana ha pieno diritto di cittadinanza.
La prima cosa che viene in mente, guardando le prime scene di questo American Skin, è come Parker, rispetto al suo esordio – l’irrisolto, poco centrato Birth of a Nation – Il risveglio di un popolo – abbia modificato la dimensione e la portata del suo sguardo, ma anche (in gran parte) la consistenza della sua regia. Il tema, d’altronde – un omicidio a sfondo razziale da parte di un poliziotto bianco, e la successiva vendetta di un padre – lascia poco spazio al registro epico, men che meno a quell’ottimismo obamiano (di cui pure il regista si è in passato fatto portavoce) che è stato drammaticamente spazzato via in questi anni di presidenza Trump. Consistenza sporca e volutamente cheap della fotografia, continua interazione tra immagini filmate e spezzoni da found footage registrati durante gli eventi, camera a spalla e generale look da cinema indipendente: il film di Parker mantiene il suo sguardo sul particolare e su una quotidianità stravolta, adeguandosi nella sua estetica allo stato d’animo – e alla coscienza deragliata – del pezzo di umanità che racconta. Il suo passo si adegua a quello del protagonista (interpretato dallo stesso regista) nella sua disperata, nichilista utopia di (auto)giustizia.
L’approccio di American Skin al soggetto che vuole mettere in scena – fittizio, ma drammaticamente ricalcato su una lunga serie di eventi analoghi – è quello di un cinema sociale dal vestito “di genere”, che recupera qualcosa dell’ultimo Spike Lee (non a caso estimatore dichiarato del film) ma guarda soprattutto alla New Hollywood e alla capacità di alcuni suoi esponenti di coniugare il rigore con l’impeto sociale e popolare. Sono stati citati, come termini di paragone per il film di Parker, titoli come Quel pomeriggio di un giorno da cani e La parola ai giurati di Sidney Lumet; paragoni certo impegnativi, chiaramente da non intendersi come riferimenti diretti per il film, ma che in ogni caso – al di là delle ovvie assonanze dei relativi soggetti – danno conto di un sentire comune, e di un analogo sguardo sulla contemporaneità (gli anni ’60 e ’70 e le tensioni serpeggianti nel corpo sociale americano lì, la rinfocolata tensione razziale qui).
Rispetto ai suoi illustri modelli, Parker si prende il rischio di mettere in scena una vicenda con un legame ancor più stretto con la cronaca, che quasi riassume in sé e sintetizza i tanti eventi analoghi occorsi negli ultimi anni: una scelta certo non adatta all’understatement, non priva di rischi sul terreno – sempre scivoloso – dell’attitudine declamatoria e della retorica. E, su quel terreno, American Skin ci cammina con una certa disinvoltura, rischiando più volte invero di scivolare, ma riuscendo quasi sempre a mantenersi in equilibrio; ci riesce grazie a una sceneggiatura che problematizza, rovescia i punti di vista e riesce ad ampliare – a sufficienza – lo sguardo. La patologia che ha provocato la morte del figlio del protagonista (“fantasma” che per scelta non resta fuori campo – anzi) viene da lontano, sembra dirci il regista, da ben prima di Trump, avendo attraversato tutti gli anni della precedente presidenza, trattata con colpevole superficialità (o addirittura con l’illusione di essersene liberati). Ma per capirla e iniziare ad affrontarla, anche i malati – e sullo status non sembrano esserci molti dubbi – devono avere voce.
La tensione emotiva che pervade American Skin è forte, e Parker dal canto suo – sia nella sua veste di regista, sia davanti alla macchina da presa col suo deragliato personaggio – non punta certo a contenerla. La contrazione nella durata del film (circa un’ora e mezza) e il concentrarsi di gran parte dell’azione all’interno della stazione di polizia fanno sì che il tutto arrivi allo spettatore in modo diretto, privo di ellissi e im-mediato (a dispetto di quella videocamera che rimanda a un dopo che non ci è dato vedere). La dimensione “piccola” e indipendente del progetto è inversamente proporzionale alla portata emotiva e – lo si intuisce – fortemente personale della tensione espressa dal regista. Una tensione che rischia sempre di straripare, che arriva sovente a un passo dal ricatto emotivo, ma che viene quasi sempre ricondotta al portato umano, credibile in quanto sintesi e – a suo modo – emblema dei tanti personaggi reali affini, del carattere interpretato da Parker. E l’ultimissima scena, in fondo, non è che una conferma che il cinema, lungi dall’essere in grado di cambiare la realtà, può e deve registrarla con i suoi mezzi.
Info
La scheda di American Skin sul sito della Biennale di Venezia
- Genere: drammatico, thriller
- Titolo originale: American Skin
- Paese/Anno: USA | 2019
- Regia: Nate Parker
- Sceneggiatura: Nate Parker
- Fotografia: Kay Madsen
- Montaggio: Billy Weber, Matthew Feinman
- Interpreti: Beau Knapp, Miluana Jackson, Nate Parker, Omari Hardwick, Shane Paul McGhie, Theo Rossi
- Colonna sonora: Henry Jackman
- Produzione: Sterling Light Productions, Tiny Giant Entertainment
- Distribuzione: Eagle Pictures
- Durata: 89'






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