Fulci for Fake

Fulci for Fake

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Fulci for Fake, che gioca in maniera vistosa con il vero/falso wellesiano fin dal titolo, è un biopic per lo più documentario (ma interpretato da Nicola Nocella…) dedicato a Lucio Fulci alla ricerca non (sol)tanto del suo cinema, ma della sua vita, della sua intimità, della sua umanità. Alla Mostra tra i documentari di Venezia Classici.

Un Fulci nel cervello

Fulci for Fake è il primo biopic su Lucio Fulci. Un film che indaga l’uomo e i suoi film attraverso materiali inediti. Lucio Fulci è un enigma. Il suo cinema, nonostante abbia conosciuto grandi momenti di successo (da Zanna Bianca a Zombi 2, vera hit al momento della sua uscita nelle sale statunitensi), ha iniziato a emergere in tutta la sua potenza solo dopo la morte del regista. I suoi film, paradossalmente, paiono diventare via via più sorprendenti nel tempo. Il mistero di Fulci è legato anche alla sua vita personale. Il regista ha parlato raramente di sé nelle interviste. Ma ha raccontato la sua esistenza nei suoi film, che sono un mosaico di tutto ciò che di travolgente e di tragico ha affrontato nel suo percorso umano. La cornice del film vede Nicola, un attore di successo, accettare di interpretare Lucio Fulci in un biopic dedicato al regista. L’attore inizia un viaggio alla scoperta di Fulci. Nicola si interrogherà a fondo sulla vera natura di un uomo che, già in vita, aveva riscritto la propria biografia. Una biografia in cui il mito, la creazione, la leggenda hanno ridefinito una vita esaltante quanto drammatica. [sinossi]

Fulci for Fake è un titolo che non lascia nulla al caso. Per sottolineare la discendenza (in)diretta dal gigantesco capolavoro wellesiano Simone Scafidi arriva a colorare diversamente la F iniziale dal successivo “ulci”. F for Fake, dunque, con Nicola Nocella a truccarsi e struccarsi per diventare Fulci, certo, ma anche a suggerire una volta di più la somiglianza con Welles. Non che Fulci for Fake insegua chissà quale ambiguità, sia chiaro. Non confonde Fulci e Welles. Non sovrappone l’uno all’altro. Anzi, una volta terminata questa vestizione che immerge lo spettatore in una superficie palesata come finta, Scafidi cambia completamente registro. O forse no. Vive su questa linea di galleggiamento il nuovo lavoro del regista nativo di Voghera (Gli arcangeli, Appunti per la distruzione, Zanetti Story, Eva Braun), anche se quel titolo potrebbe suggerire un dettaglio che nel film non è presente: nel 1953 Orson Welles interpretò il capitano Perella ne L’uomo, la bestia e la virtù che Steno tradusse (tradendo) dal testo teatrale di Luigi Pirandello. Sul set, in qualità di assistente alla regia, c’era anche Fulci che pare abbia stretto all’epoca amicizia con Welles. Perché a cercare in fondo, anche nelle forzature, c’è sempre una verità possibile…
Scafidi arriva per la prima volta alla Mostra del Cinema di Venezia, selezionato tra i documentari di Venezia Classici, con un film che in qualche modo riflette la sua idea di cinema, di racconto per immagini. Quello da lui progettato e ordito è un biopic in piena regola, eppure smentisce parte dei punti fermi del genere. Inizia con un attore (Nocella) che afferma di dover inscenare Lucio Fulci, e di essere dunque costretto a intervistare le persone che gli sono state più vicine, in modo da cercare di penetrare il “mistero” che lo circonda. Un mistero che nulla ha a che fare con l’aspetto artistico ma è tutto umano. Di fatto, chi è stato Lucio Fulci? Mettendo Nocella nei panni sia di Fulci che dell’attore che sta cercando materiale su cui lavorare, Scafidi scardina il meccanismo del genere, sviando dalla prassi senza per questo negarla o rigettarla. Anzi, vivificandone la forza. Anche le sequenze – poche – di pura finzione, e che sembrano stridere rispetto al lavoro complessivo, finiscono per trovare un loro senso.

Scafidi raddoppia dunque la sfida, eliminando quasi completamente dal montaggio uno degli aspetti solitamente considerati non solo fondamentali, ma indispensabili per riuscire a portare a termine un documentario biografico su un uomo o una donna di cinema. In Fulci for Fake sono espunte le immagini di repertorio dei suoi film. Si citano i titoli, da Una lucertola con la pelle di donna a Quella villa accanto al cimitero, da Un gatto nel cervello a …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà, ma al massimo si vedono alcuni fotogrammi, o magari qualche foto di scena. Solo di Zombi 2 si vedono alcuni estratti, a partire dalla scheggia di legno che trafigge in dettaglio l’occhio di Olga Karlatos, immagine iconica non solo all’interno della filmografia fulciana, ma per tutto l’horror italiano. Se questa scelta può essere stata dettata anche da una difficoltà economica nel reperire i diritti delle singole sequenze (e non è dato saperlo), va detto che sembra sposare in modo naturale l’impianto narrativo ordito da Scafidi. Perché Fulci for Fake non è un documentario che ha come obiettivo quello di “spiegare” al pubblico l’importanza di un regista come Fulci, ma ha l’ambizione di raccontare – anche ricorrendo a diverse fasi della sua carriera – l’uomo, non l’artista. Per far questo si avvale, per la maggior parte del lavoro, del ricordo paterno fornito da Camilla, una delle due figlie, e per l’ultima parte della carriera assistente sul set: sfortunatissima donna – morta solo pochi mesi fa, a film ultimato – Camilla è il tramite scelto per creare un legame altrimenti impossibile tra Fulci e lo spettatore. A essere portati in superficie sono i sentimenti, i desideri, le ritrosie e le vanità di Fulci. Le sue contraddizioni, come quella di dichiararsi comunista ma di mandare la figlia in una scuola paritaria, o di abitare in un quartiere esclusivo come la Camilluccia, a via Zandonai, una zona di ambasciate e di benestanti.

La memoria, cui Scafidi ricorre rintracciando alcuni dei collaboratori e degli amici di Fulci – tra questi anche quel Michele Romagnoli che con L’occhio del testimone fu il primo a scrivere un libro sul regista, quando questi era ancora in vita – ma anche la seconda figlia Antonella, non diventa un viatico per scoprire i motivi autoriali del suo cinema, ma per scoperchiare la scatola in cui si è rinchiuso l’uomo e tornare a guardarlo. Per mostrarlo forse per la prima volta. C’è un’emozione strisciante che si muove lungo tutto l’arco di Fulci for Fake, un dolore persistente, un’insoddisfazione che è ben raccontata anche dagli interventi di Davide Pulici – fondatore di Nocturno –, tesi a leggere la sua opera cinematografica senza piaggeria, né ricorrendo in alcun modo a termini apologetici. In bilico tra tentativo teorico e necessità “biografiche”, Scafidi è riuscito a trovare una propria via lungo la quale inerpicarsi. Una via in cui poco per volta si inspessisce il rapporto con Fulci, al punto che quando lo si vede in alcune rare immagini di repertorio – soprattutto collegate a una trasferta a Sitges per prendere parte al festival – sembra quasi di conoscerlo a fondo, di poterne comprendere le smorfie del viso. Un uomo schietto, dall’accento marcatamente capitolino (“il romanaccio è la lingua del cinema”, sentenzia Camilla), e che pagò forse anche in parte quella sua eccessiva sincerità. Interrogato da Nocella il direttore della fotografia Sergio Salvati, che lavorò per un decennio con Fulci ma ha anche firmato Gli arcangeli di Scafidi, dice del sodale di un tempo: “Un po’ di colpa ce l’ha pure lui. Parlava troppo dei colleghi, dei produttori, dei registi. Lui la diceva in faccia, la verità. Non se la teneva per dirla in salotto con quattro squattrinati”.

Info
Fulci for Fake sul sito della Biennale.

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