Tony Driver

Tony Driver

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Con Tony Driver l’esordiente Ascanio Petrini racconta l’incredibile storia di Pasquale Donatone, emigrato negli Stati Uniti a nove anni e dagli States espulso quarant’anni più tardi per trasporto di migranti illegali attraverso il confine con il Messico. Film sull’appartenenza sentimentale ai luoghi, ben al di là di pezzi di carta, Tony Driver è un documentario ibrido che mette in scena l’impresa di un uomo che vuole tornare negli Usa. A casa sua. In concorso alla Settimana Internazionale della Critica.

This land is your land

Nel 2012, a 49 anni, Pasquale Donatone è stato deportato dagli Stati Uniti a Polignano a Mare. Nonostante vivesse negli Usa da 40 anni e avesse due figli, Pasquale ha commesso un errore fatale: non ha mai richiesto la cittadinanza americana. Così, arrestato a Yuma mentre faceva entrare illegalmente dei messicani in Arizona, è stato espulso ed è dovuto tornare in Puglia. Ma Pasquale si sente americano e il suo unico desiderio è rivedere il suo Paese. [sinossi]

Tony Driver, l’esordio di Ascanio Petrini presentato alla Settimana Internazionale della Critica, è un titolo che richiama alla mente Taxi Driver ma soprattutto Tony Manero di Pablo Larraín con il suo ossessivo protagonista. A differenza dello psicopatico interpretato da Afredo Castro, Pasquale Donatone non sogna un’idea d’America che ha visto solo al cinema ma brama il ritorno a casa, in quel Paese che sente suo perché ci ha passato 40 anni e ci ha vissuto l’intera esistenza. Tony Driver è la storia stralunata e incredibile di Pasquale, nato a Bari nel 1963 ed emigrato con la famiglia a Chicago nel 1972. In Illinois ha studiato, è cresciuto e si è sposato con Susan da cui ha avuto due figli. Nel 1999 il matrimonio è andato in malora e Pasquale ha deciso di raggiungere la sorella a Yuma, in Arizona, dove ha fatto il tassista come Travis Bickle. In crisi dopo il divorzio, l’uomo inizia ad arrotondare lo stipendio trasportando illegalmente gli immigrati messicani dal confine. E un giorno del 2012 viene arrestato. La cosa straordinaria è che in 40 anni Pasquale non ha mai pensato di fare richiesta per avere la cittadinanza americana: perché richiedere qualcosa che è già nella vita, nelle cose, nei sentimenti? Commesso un crimine e non essendo statunitense, viene però espulso dal Paese, dove potrà tornare legalmente solo nel 2022. Il regista barese Petrini ce lo presenta perciò nella sua “tana” a Polignano a Mare, mostrandocelo mentre rammenta il giorno in cui l’hanno arrestato e alternando le sua immagini in Puglia alle strade di Yuma e poi giù fino al deserto e al limite dello Stato dell’Arizona. Fin dalla prima scena, la presentazione di un personaggio reale è mescolata alla ricostruzione assolutamente artefatta di un episodio, di un ricordo, mettendo in chiaro che non assisteremo per nulla a un rigoroso documentario.

Di strettamente documentaristico per la verità c’è poco in Tony Driver se non la volontà di restituire allo spettatore desideri e follie di una persona con la sua bislacca storia: a parte Pasquale, che non ha bisogno di additivi finzionali, alcuni personaggi secondari (per esempio il prete Don Gaetano) sembrano invece seguire un canovaccio o recitare, mentre il montaggio fa di tutto e fin da principio per ricordarci che stiamo guardando una storia messa in azione dal cinema. Oltre alla prima sequenza, di cui si è già detto e in cui si alternano le immagini di Pasquale in Puglia alla ricostruzione negli Usa del crimine per cui lo hanno cacciato, un esempio di montaggio che disvela la non naturalezza dell’intera operazione è anche nella scena in cui Pasquale telefona alla sorella a Yuma e la telefonata viene ripresa da entrambi i capi del telefono (cosa ovviamente impossibile in un’idea classica del documentario). Tony Driver, dunque, trae spunto dalla bizzarra vicenda dell’uomo per realizzare un film piuttosto libero da definizioni, riuscendo inoltre a virare su territori che non ci aspetteremmo. Oltre a essere il racconto di un italiano che però è americano (ma non essendo americano torna a dover essere italiano) e di una persona che sente di appartenere a un luogo al di là dei documenti e della legge, il film inscena anche la potentissima fascinazione verso gli Usa non solo del protagonista ma del cinema. Il Paese più inquadrato del mondo, dove tutto pare un magnifico set, è sia il luogo dell’anima e della vita di Pasquale che il luogo assoluto del desiderio cinematografico. Colori netti, accesi e “wendersiani” avvolgono i cartelli stradali delle highways e i paesaggi del profondo Sud, le insegne nelle cittadine e i bar al confine: la contaminazione del paesaggio Usa seduce e irretisce, e non può che contagiare i confinanti ovvero i messicani che cercano di scavalcare l’odioso muro mettendo a rischio la propria vita.

È qui che il film sterza in maniera assurda: Pasquale non potendo rientrare negli Usa legalmente vuole tentare di arrivarci illegalmente, ovvero passando dal Messico e per la precisione da San Luis Rio Colorado dove approda dall’Italia per un’impresa sconsiderata e pazza. Da qui Tony Driver inizia a concentrarsi sul muro di divisione tra i due Paesi che nel 2012 – quando Pasquale venne arrestato – non era così sviluppato. Se dalle sue memorie, infatti, non era difficile attraversare il confine, ora il nostro folle eroe si ritroverà di fronte a una realtà assai mutata: come dirà al tassista messicano che – scettico – lo porta comunque nel deserto là dove il muro per un po’ si interrompe, gli Stati Uniti devono tutto agli immigrati, anche a quelli che magari passano 20 o 30 anni rinnovando regolarmente la Green Card per poi essere cacciati da non cittadini per le ragioni più svariate. E tra le note di This Land is Your Land di Woody Guthrie il film allarga il proprio sguardo dal singolo afflato frustrato ai tanti sogni perduti in un Paese che incanta e illude il mondo prima di respingerlo alla frontiera.

Info
Tony Driver sul sito della SIC.

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