About Endlessness

About Endlessness

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Presentato in concorso a Venezia 76, About Endlessness è la nuova opera del regista svedese Roy Andersson, Leone d’oro nel 2014. Lo schema è sempre quello, quadri fissi, scene statiche e surreali che riflettono sul cinismo e sulla crudeltà intrinseci negli esseri umani. Per chi conosce il suo cinema, poco di nuovo.

Gli ultimi giorni dell’umanità

Una coppia fluttua nel cielo sopra una Colonia devastata dalla guerra; delle ragazze adolescenti ballano fuori da un bar; un esercito sconfitto marcia verso un campo di prigionia; un uomo giovane non ha ancora incontrato l’amore; un altro si esprime in alti concetti scientifici; un prete che ha perso fede e vocazione, cerca aiuto da uno psicologo, che non lavora gratis e non può perdere l’autobus per casa. [sinossi]

«Ho visto un uomo…»: con questo incipit una voce off femminile suadente, come una Shahrazād, introduce, presenta i vari personaggi, campionario di un’umanità alla deriva. Una coppia abbracciata fluttua tra le nuvole, arrivando a sorvolare la città di Colonia distrutta dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Un’immagine devastante di distruzione, di una spianata di case rase al suolo – peraltro realizzata fisicamente con un plastico, come quelli di una volta senza ricorrere alla CGI – su cui si staglia la cattedrale che domina la città, con le sue grandi torri cuspidate. Sono le uniche due innovazioni dell’ultimo film di Roy Andersson, dal titolo About Endlessness (in originale Om det oändliga), presentato in concorso a Venezia 76. Il regista svedese torna al Lido, dopo aver vinto il Leone d’oro nel 2014 con Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza.

A parte quelle due innovazioni di cui sopra, il cinema di Roy Andersson si trascina abbastanza stancamente ripetendo il solito schema, in modo, questo sì, autoreferenziale. Un susseguirsi di sketch, statici, sulla banalità della vita quotidiana in una città, dove incontri il vecchio compagno di scuola Sverker Olsson e ti ossessiona il fatto che lui abbia fatto più carriera di te, dove tutto avviene per transazioni economiche, con un ritmo e una routine da rispettare. Finanche uno psicologo chiede parcelle consistenti a un prete in crisi vocazionale, e si rifiuta di assisterlo in un problema urgente perché giunto ormai al termine dell’orario di lavoro, mentre l’autobus sta per arrivare, puntuale come nelle società efficienti e ordinate dei paesi del Nord Europa. Società frenetiche verso le quali il cinema statico del regista rappresenta in sé una forma di resistenza. Un sistema ordinato e pulito, dove alligna, neanche tanto nascosto, lo spettro del nazismo, che Roy Andersson mette in scena come fa spesso. E qui compare lo stesso Hitler in un contesto decadente, così come il regista aveva mostrato il sacrificio di una bambina, come a Sparta, nel suo classico Canzoni del secondo piano. La nostra civiltà europea, ordinata e pacifica, della quale i paesi nordici rappresentano la punta più avanzata, passa anche per una storia di sterminio e guerra, che tornano anche in questo film: il plotone d’esecuzione, la truppa in marcia verso un campo di prigionia, la città rasa al suolo.

Un’umanità narcolettica, quella dei film del regista svedese, fatta di personaggi vecchi, stanchi, che fanno fatica anche a parlare, che sembra siano lì per lì ad esalare l’ultimo respiro. Zombi, personaggi imbalsamati, come i piccioni del film precedente, che incespicano alla prima occasione, come il cameriere che mesce il vino, versandolo sul tavolo del cliente che non si schioda dal tenere il giornale. Uomini con la mente altrove, come ci ricorda la voce off, e con le capacità di reazione rallentate, dal respiro affannoso, che fanno fatica a vivere. Uomini che agiscono in un contesto di squallore, baretti di periferia, centri commerciali, negozi addobbati con piante spelacchiate. Un’umanità marcia, agli sgoccioli, come mostra il simbolo della religione, il prete, in crisi di fede e vocazione, che chiede aiuto alla scienza, lo psicologo, a sua volta governata dal puro mercimonio. E qui abbiamo una grande caduta nel film, la scena del prete che si sogna in una via crucis, dileggiato, preso a calci e flagellato dalla gente per strada. Lo abbiamo già visto, sempre in momenti onirici, da quello di Alex in Arancia meccanica che si vede dalla parte dei flagellatori, a Woody Allen in Bananas che ha problemi di parcheggio.
Ma in About Endlessness, i personaggi non sono del tutto vuoti, pure figurine o manichini, come nello stile del regista. Ad alcuni di questi è concesso un barlume di coscienza esistenziale, chi discute sull’esistenza di Dio come in una parodia di Tommaso d’Aquino, chi, come il ragazzo con la sua fidanzata, si interroga sui massimi sistemi scientifici, dove nulla si crea né si distrugge, e dove le energie si incrociano: i due fidanzati si potranno reincontrare, come flussi energetici, anche dopo millenni, ma lei potrebbe presentarsi sotto forma di patata o pomodoro. Forse sono loro quella coppia di amanti abbracciati che da un empireo in mezzo alle nuvole, arrivano a sorvolare la Colonia spianata dai bombardamenti. Come recita il titolo, in questo suo ultimo film, Roy Andersson si eleva dalla mediocrità umana, cerca di osservarla dall’alto contemplando l’infinitezza, l’interminabilità.

Info
About Endlessness sul sito della Biennale.

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