Chiara Ferragni – Unposted

Chiara Ferragni – Unposted

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Ci sono due film, all’interno di Chiara Ferragni – Unposted. Il primo è quello della regista Elisa Amoruso, che lavora con intelligenza sull’immagine come unica superficie attraverso quale un’influencer può veicolare se stessa, svuotando tutto il resto. Il secondo è quello accettato dalla stessa Ferragni, e che verte invece verso una pura e semplice agiografia priva di chiaroscuri. Nel mezzo si ritrova un documentario per questo interessante ma azzoppato sul finale. Alla Mostra di Venezia nella sezione Sconfini.

Body of Influencer

C’è qualcosa che ancora non sappiamo su Chiara Ferragni? Questo film è un’immersione a 360° nella sua sfera pubblica e interiore: per osservare la posizione che ha conquistato nei mercati della moda e del lusso attraverso i social media, per decodificare ciò che rimane incomprensibile per il pubblico dei social e per indagare come le strategie di marketing e i metodi di intrattenimento siano cambiati nell’ultimo decennio. Ferragni è la più potente influencer della moda nel mondo secondo Forbes. È un’icona contemporanea di self made woman attenta ai diritti delle donne e ai diritti alla diversità. Rappresenta una storia di successo femminile, che continua a sedurre e conquistare milioni di fan ogni giorno, in tutto il mondo. Ma chi è la donna dietro l’immagine pubblica? Quali sono i segreti dietro alle sue imprese multimilionarie? [sinossi]

Potrà apparire paradossale, perfino grottesco o profondamente ingiusto, ma per chi non fa parte degli addetti ai lavori Chiara Ferragni – Unposted, il nuovo documentario di Elisa Amoruso, rappresenta uno dei titoli imperdibili della settantaseiesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, al pari di Joker, probabilmente. Un film che smuove in direzione del Lido sguardi che altrimenti mai si sarebbero avventurati in laguna: sguardi che sbirciano dalle pagine social, che “scrollano” su Facebook, che si appassionano di moda, di look. Che profumano – chissà se e in che modo naturalmente – di moderno. Ecco, l’approdo al molo del Casinò di Chiara Ferragni e di suo marito Federico Leonardo Lucia in arte Fedez è apparso come l’arrivo di un mondo alieno su un pianeta sicuramente vecchio, per qualcuno addirittura morente. Non che questo arrivo sia necessariamente da considerare come qualcosa di positivo…
Chiara Ferragni ha trentadue anni ed è milionaria. Lo è diventata utilizzando in modo efficace (a dir poco) i social network che aveva a disposizione. L’interrogativo da cui parte la sinossi di Chiara Ferragni – Unposted è il seguente: “C’è qualcosa che ancora non sappiamo su Chiara Ferragni?”. Un quesito ben più interessante di quanto non possa apparire a uno sguardo superficiale. Perché, nonostante tutta la sua sovraesposizione mediatica, con tanto di matrimonio in diretta e via discorrendo, cos’è che effettivamente sappiamo di questa ragazza cremonese? Chi c’è alle sue spalle, sempre che sia così, a sorreggerne il peso? Chi l’ha aiutata a diventare ciò che è? Ma soprattutto: può una persona che è abituata a condividere con il suo pubblico di follower anche il cambio di pannolini del suo figlioletto mantenere dei segreti?

Amoruso, che torna a dipingere un ritratto femminile dopo i precedenti Fuoristrada e Strane straniere, ha accettato una sfida a dir poco improba. Una catastrofe inevitabile, la si potrebbe definire. Un evento cataclismatico di fronte al quale si può solo tentare di prendere alcune precauzioni. Ferragni non è solo un marchio di moda – sì, ora è anche quello –, un personaggio “social” e un influencer di primissima categoria. No. Ferragni è soprattutto un monolite, è il simbolo di una rivoluzione digitale dell’economia di lusso. È un tycoon di nuova generazione, smart e friendly, per usare anglismi che vanno per la maggiore. Ferragni ha scalato la piramide e si è seduta sulla punta del potere, dominando gli eventi. Si può scegliere di girare un film su di lei, ma non si può credere di poter gestire un film con lei. Si chiude in questa dicotomia in fin dei conti il lavoro di Amoruso. Chiara Ferragni – Unposted è un documentario scisso a metà, diviso in due parti distinte e quasi contrapposte l’una all’altra. La prima metà è quella dominata dallo sguardo della regista che, muovendosi con intelligenza tra dichiarazioni di amici, parenti e collaboratori, pedinamento della stessa Ferragni, e qualche immagine di repertorio (soprattutto dei filmini di famiglia con lei bambina, girati dalla madre, grande appassionata di fotografia), delinea i contorni di un fenomeno mediatico che vive, pulsa, si muove interamente attraverso l’immagine, senza mai pensare di dover scendere maggiormente in profondità.
Questo cosmo bidimensionale, realtà fittizia in cui si agitano i sogni e i desideri di tutti i suoi follower (anche intervistati, e pronti a piangere a dirotto per il solo fatto di essere in presenza della giovanissima imprenditrice), è disvelato in tutta la sua vacua piattezza una volta che lo si riprende dall’esterno. Le pose sorridenti, in ogni posto e in ogni condizione, sono le stazioni di un martirio sociale che ha travolto il contemporaneo spingendolo un passo per volta verso un abisso ancora più profondo di quello in cui già annaspava. Lo sguardo di Amoruso, col suo semplice e solo essere “terzo” rispetto al rapporto tra i Ferragnez (ma tra i due Fedez sembra quello più consapevole dell’evanescenza del tutto), diventa dialettico, non necessariamente giudicante eppure in grado di mostrare un panorama grottesco, quando non direttamente angosciante.

Ma, e lo si è scritto prima, non si può pensare di dominare un film con Chiara Ferragni. E quindi poco per volta l’intero impianto scenico scricchiola e scivola via, lasciando spazio a una lenta ma costante apologia della protagonista. Viene meno lo sguardo esterno, e dunque viene meno lo sguardo critico. Ora è Ferragni a parlare in camera, a piangere quasi a comando, a raccontare i cosa, i come e i perché del suo essere al mondo, e del suo successo planetario. In questa seconda parte il documentario mostra tutte le sue crepe, e non riesce a sollevarsi da una ritrattistica pedante e a sua volta inefficace, perché aprioristica, decisa a monte, scritta prima ancora di essere messa in scena. Quel sublime gioco di cinema nel cinema (il primo consapevole e volontario, il secondo altrettanto consapevole ma figlio di dinamiche visionarie del tutto distanti) lascia il posto a un diario biografico poco appassionante, levigato il giusto, inevitabilmente semplificatorio. Un compromesso inevitabile, per l’appunto, ma che ciononostante lascia l’amaro in bocca. Restano un paio di sequenze (la prova generale del matrimonio, i ripetuti cambi d’abito) a testimoniare ciò che un film davvero libero avrebbe potuto essere. Invece è come se Nashville l’avesse prodotto il festival. Peccato.

Info
Chiara Ferragni – Unposted sul sito della Biennale.

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