Giants Being Lonely

Giants Being Lonely

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Una singola immagine ha il potere di inghiottire tutto il resto, tutto quello che abbiamo visto fino a quel momento? Ci lascia un po’ così Giants Being Lonely di Grear Patterson, opera prima presentata alla Mostra del Cinema di Venezia 2019 nella sezione Orizzonti. Il misurato crescendo di questo drammatico teen movie  sembra svanire in un istante, tradito dalla ridondanza dell’ultima immagine.

Che botte se incontri i Giants

A Hillsborough, piccolo centro della campagna della Carolina del Nord, Adam, Bobby e Caroline trascorrono il loro ultimo anno di scuola tra alti e bassi, sesso, solitudine, omicidi e baseball. Questo è il racconto di un sopravvissuto… [sinossi – labiennale.org]
Turning time around – that is what love is
Turning time around – yes, that is what love is
My time is your time when you’re in love
and time is what you never have enough of
You can’t see or hold it it’s exactly like love.
Lou Reed – Turning Time Around

“Bastardi privilegiati”. L’allenatore dei Giants, purtroppo per loro, non è Morris Buttermaker. Non è un film sportivo Giants Being Lonely, eppure riesce a catturare qualche dinamica significativa del campo, dello spogliatoio, degli allenamenti. Un mondo – e un immaginario – inevitabilmente intriso di una retorica che può essere fin troppo battagliera, anche violenta. Carota e bastone. A volte solo bastone.
Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2019 nella sezione Orizzonti, Giants Being Lonely è un teen movie drammatico, a tratti castrante e soffocante nonostante gli ampi e splendidi spazi aperti della Carolina del Nord. Spazi da percorrere anche di notte, lontano da tutto e tutti, in una solitudine che può alimentare strane idee, mostri che abitano tra quattro mura.

Non brulicano vermi nei giardini di Hillsborough, ma il derivativo e solido impianto estetico di Giants Being Lonely guarda a Lynch, a Gus Van Sant, alla messa in scena di un malessere che le immagini indagano e spiegano più delle parole. Alla sua opera prima, anche nelle vesti di sceneggiatore, Grear Patterson si tiene in equilibrio sul pericolosissimo discrimine del compiacimento estetico, riuscendo a dar sostanza al vagare dei suoi ragazzi, rendendo palpabili le loro pulsioni – e quelle dei loro genitori. Funziona a dovere, tra l’altro, il gioco di specchi dei due protagonisti, Bobby e Adam, ovvero Jack Irving e Ben Irving. Quasi uguali, eppure così diversi, come il giorno e la notte, il successo e l’insuccesso, l’amore e l’odio. L’11 e il 23.
«In un ambiente bucolico protetto dagli alberi e nell’isola felice di una squadra di baseball del liceo, si è al sicuro? Chi siamo? Perché alcuni sopravvivono e altri no?» si chiede lo stesso Patterson. La risposta è tra quei vermi che non vediamo, è il mostro celato da quelle quattro mura, sono quelle piccole differenze che ci fanno distinguere Bobby da Adam. La risposta è nel vagare bucolico di Caroline, nei riflessi del sole, nel suo amore. Ancora una volta a un passo dal fronzolo estetico, ancora una volta funziona.

Prevedibile ma ben costruito, Giants Being Lonely pedina Bobby e Adam fino al fiume, tra le ragazze, lungo la periferia. Sembra di essere a metà strada tra la Castle Rock di Stand by Me e la Woodsboro di Scream. Qualcosa sta per accadere, ce lo dicono le parole del padre/coach, la sua pistola, le pulsioni negate e quelle proibite. Questa palpabile tensione non svanisce mai, nemmeno nelle amorevoli dinamiche da teen movie, nemmeno quando la pista da pattinaggio si anima con Ti amo di Umberto Tozzi  e il ballo della scuola sembra un approdo salvifico. Il destino dei protagonisti di Giants Being Lonely è inscritto nel suo DNA estetico, nella sua patinata e significante inquietudine.

Fin qui, giusto un fuggevole istante prima dei titoli di testa, tutto bene.
Pochi secondi possono sgretolare un film? Una singola immagine ha il potere di inghiottire tutto il resto, tutto quello che abbiamo visto fino a quel momento? Ci lascia un po’ così Giants Being Lonely, opera prima con più di una freccia al proprio arco. Il misurato crescendo sembra svanire in un istante, tradito dalla ridondanza dell’ultima immagine. E così, alla fine, tra le atmosfere sospese e la felicissima scelta dei protagonisti, tra lo scandaglio di un’apparentemente placida provincia rurale e la messa in scena di certe dinamiche sportive, continua a far capolino questa (inutile?) sottolineatura finale. In ogni caso, abbiamo più di un motivo per attendere l’opera seconda.

Info
La scheda di Giants Being Lonely sul sito della Biennale.
La pagina instagram di Giants Being Lonely.

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