Goodbye, Dragon Inn

Goodbye, Dragon Inn

di

Goodbye, Dragon Inn fece la sua apparizione in concorso alla Mostra nel 2003, accolto da una vera e propria transumanza dalla sala. Incompreso, perfino vilipeso da parte della stampa e degli accreditati, torna al Lido a sedici anni di distanza, confermandosi come una delle riflessioni più dolorose e compiute sul fantasma dell’immagine, del cinema e infine della vita stessa.

L’ultimo spettacolo

L’ultima proiezione prima che un vecchio cinema chiuda per sempre. Nel cinema un giovane giapponese trova rifugio dalla pioggia scrosciante. La sala sembra vuota, senza vita, ma ci sono delle presenze oltre ai pochi spettatori… Nonostante lavorino da anni nello stesso cinema, la bigliettaia invalida e il giovane proiezionista non si sono mai incontrati. Poiché questa è l’ultima occasione, la graziosa bigliettaia vuole dividere con il bel proiezionista il suo dolce della fortuna a forma di pesca. Ma quando va nella cabina di proiezione, lui non è ancora arrivato. Lei non intende andarsene senza averlo visto per un’ultima volta. Lo cerca nei labirintici corridoi del vecchio cinema… Lo schermo gigantesco è illuminato da Dragon Inn, un film di cappa e spada di grande successo trentasei anni prima. Il giapponese nota due uomini che assomigliano molto agli attori sullo schermo. Ora più anziani, sono seduti nel buio del vecchio cinema. Guardano il film, ricordano, rimpiangono il tempo passato… Sono persone vere? O sono spiriti che non vogliono andarsene? [sinossi]

Goodbye, Dragon Inn (il titolo originale è 不散, vale a dire Bu san) è il sesto lungometraggio diretto da Tsai Ming-liang, il secondo a prendere parte al concorso di Venezia dopo il trionfo del 1994 con Vive l’amour – in ex-aequo con il Milčo Mančevski di Prima della pioggia. Arrivò al Lido nel 2003, nell’ultima schizofrenica edizione diretta da Moritz De Hadeln. Oltre a Tsai concorrevano per la vittoria finale tra gli altri 29 Palms di Bruno Dumont, Un film parlato di Manoel de Oliveira, Zatōichi di Takeshi Kitano, Buongiono, notte di Marco Bellocchio e Il ritorno, l’opera prima di Andrej Zvjagincev che venne poi premiata dalla giuria con il riconoscimento più importante. Sono trascorsi solo sedici anni, ma pesano come secoli: oggi, inutile nascondersi dietro un dito, la stragrande maggioranza di questi titoli non troverebbe collocazione in concorso. Anzi, forse non troverebbe proprio collocazione nella Mostra. Anche per questo appare un po’ dissonante l’omaggio reso dalla settantaseiesima edizione a Goodbye, Dragon Inn, evento speciale accompagnato addirittura da una performance dal vivo di Tsai tenutasi all’Arsenale, lontano – troppo lontano – dai luoghi della Mostra. Una vicinanza/lontananza che è poi quella dello stesso Tsai con la Mostra, che negli anni ha continuato ad accogliere tanto le sue regie cinematografiche (I don’t Want to Sleep Alone nel 2006, Stray Dogs nel 2013, Afternoon nel 2015, Your Face appena dodici mesi fa) quanto le sue sperimentazioni tecnologiche, come dimostra The Deserted, selezionato tra i titoli in Realtà Virtuale nel 2017. Tsai è in qualche modo parte integrante del percorso della Mostra negli ultimi venticinque anni, quasi che i suoi ritorni al Lido rappresentassero la preservazione di una supposta purezza della Mostra, la sua appartenenza a un universo dell’arte dal cui cordone ombelicale progressivamente i grandi festival si stanno sempre più smarcando. Nell’epoca delle polemiche sulle presenze dei film Netflix, sulla percentuale di registe selezionate o sulla possibilità di premiare un uomo con una condotta di vita ambigua, un film come Goodbye, Dragon Inn sembra un fantasma, lo spettro che si aggira per l’Europa di marxiana memoria, il relitto – percepibile – di un mondo che già allora appariva morente ed è ora carne per i vermi, al più. Al peggio, già cenere soffiata via dal vento.

Rivedere Goodbye, Dragon Inn a sedici anni dalla sua prima apparizione – apparire, mai verbo fu così preciso nel cogliere l’essenza primigenia di un’opera –, significa certificare la sconfitta del Cinema così come è nato ed è stato per oltre cento anni. Una sconfitta insita già nella pellicola di Tsai, e che il regista taiwanese allargava – come sua abitudine – al vivere nel senso più ampio del termine. Bu san è un film di fantasmi che si muovono in spazi chiusi alla ricerca di altri fantasmi, mentre ancora altri fantasmi tremolano nella luce di un proiettore, oggetto che riflette la vita senza poterla davvero rendere immortale. L’illusione dell’eternità, la stessa eternità con cui si muove la donna, bigliettaia zoppicante che ha deciso – nel suo ultimo giorno di lavoro che Tsai mostra però come fosse l’ultimo giorno dell’umanità stessa, in un torrente apocalittico che annichilisce anche solo con un’inquadratura – finalmente di concedersi un pasto con il giovane proiezionista. Un dolce della fortuna per due esseri solinghi, relitti umani che svolgono compiti che non servono più a nessuno. Al cinema non va più nessuno, se non un giapponese – uno straniero, dunque – che entra in sala solo per rifugiarsi dal temporale che sembra non aver fine. Sono gli agenti atmosferici a fornire ancora spettatori, ma la sala è vuota, lugubre, scarna, essenziale e inutile. Prima di qualsiasi speculazione sulle nuove forme d’intrattenimento Tsai certifica, con uno sguardo di una pulizia abbacinante, il decesso non solo di una forma d’arte – che può resistere, contro tutto e tutti, sul telone bianco, dove le immagini possono essere viste davanti o dietro, e (in)seguite – ma di una società, e con essa di un sentimento. Lo fa senza ricorrere mai allo stratagemma della nostalgia, ma “difendendosi” con le armi che ha a sua disposizione. Una pellicola, e la tecnica del cinema.
C’è un momento in particolare, in Goodbye, Dragon Inn, destinato a passare alla storia del cinema – quella scritta in punta di cinefilia, che nell’altra, quella considerata ufficiale, fin troppe sono le voragini, le omissioni e le assenze: in una parola, i fantasmi. Finisce, con gli spettatori/fantasmi che si commuovono, il film (Dragon Inn, capolavoro del wuxia firmato a Taiwan da King Hu nel 1967), e la sala inquadrata in totale si svuota. Quell’inquadratura, attraversata lentamente dalla bigliettaia che claudicante pulisce le cartacce, rimane per oltre cinque minuti. Un piano fisso insostenibile: uno spettatore guarda la morte di ciò per cui prova una passione. La sala guarda se stessa vuota, in un riflesso che non lascia scampo alcuno. Durante la proiezione stampa veneziana del 2003, all’arrivo di questa sequenza – al superamento dell’ora dall’inizio del film –, la sala aveva già assistito a una triste, miserabile, ingiustificabile transumanza verso l’uscita. Assistere, nell’epicentro ideale della cinefilia, a un abbandono della sala di fronte a un film che mostrava (senza denunce, solo come mesta considerazione) la morte della sala, fu un punto di svolta sconvolgente, forse definitivo.

Se erano fantasmi i brancolanti protagonisti raccontati da Tsai, non erano ancor più ectoplasmatici tutti quegli accreditati, nel 2003, che ancora resistevano di fronte a una forma di cinema non allineato, non prono, non semplice? Quell’anno un fuggi fuggi generale lo si visse anche durante il già citato film di Dumont, altra opera radicale e mai accondiscendente con le pigrizie del pubblico. Si può definire profetico lo sguardo di Tsai, ma è un vaticinio che non riguarda solo la sala, o solo il rapporto con il cinema. Dicendo addio a Dragon Inn Tsai officia il funerale del cinema classico taiwanese, dell’utopia di un cinema in grado di essere artistico e popolare allo stesso tempo, e della speranza di un legame tra gli esseri umani. Non c’è speranza in Goodbye, Dragon Inn. Non c’è neanche il minimo accenno alla speranza. Taipei è spazzata da un temporale che tutto inonda, la bigliettaia e il proiezionista usciranno dal cinema in due direzioni diverse. I fantasmi sono fantasmi, retaggi ancora sopravviventi di ciò che è stato, e mai più sarà. È un orrido quello che si apre davanti al cinema, uno sprofondo in cui è obbligatorio lanciarsi per vivere nella contemporaneità. Il tempo, l’unica unità di misura che riesce a scandire il ritmo del vivere (il film precedente di Tsai, non a caso, si intitolava Che ora è laggiù?), è un’illusione. Lo si può dilatare fino alle estreme conseguenze – la lentezza con cui si muove la bigliettaia, i gesti reiterati e sempre uguali del proiezionista – ma torna a rivendicare il suo essere presente. E allora il cinema è la salvezza del passato percepito, la culla in cui tornare a vagire senza paure. Quella saracinesca che si chiude per sempre dopo l’ultimo spettacolo è una ghigliottina che cade imperiosa. Siamo soli. Non c’è più salvezza nel passato. Solo il presente, con la sua pioggia battente e la sua solitudine da cui non si può sfuggire e alla quale non si può chiedere requie. Solo attraverso il cinema è ancora possibile creare una relazione, un punto di connessione: in uno degli stacchi di montaggio più vertiginosi, per senso e bellezza, del Ventunesimo Secolo, la bigliettaia e Lingfeng Shangguan (protagonista di Dragon Inn) si scambiano sguardi. Una in un cinema, l’altra su uno schermo. Entrambe nella finzione, presente e passata. Oggi nessuno, probabilmente, uscirà dalla sala Giardino, dove la Mostra l’ha collocato. Tutti res(is)teranno. I titoli di coda verranno accolti da un’ovazione. Poi la sala resterà di nuovo vuota, senza neanche una bigliettaia zoppa a pulire i resti di ciò che un tempo, non tanto tempo fa, è stato il Cinema.

Info
Goodbye, Dragon Inn sul sito della Biennale.

  • goodbye-dragon-inn-2003-bu-san-tsai-ming-liang-recensione-01.jpg
  • goodbye-dragon-inn-2003-bu-san-tsai-ming-liang-recensione-02.jpg
  • goodbye-dragon-inn-2003-bu-san-tsai-ming-liang-recensione-03.jpg
  • goodbye-dragon-inn-2003-bu-san-tsai-ming-liang-recensione-04.jpg

Articoli correlati

  • Festival

    Venezia 2019Venezia 2019

    La Mostra del Cinema di Venezia 2019, edizione numero settantasei del festival, risponde alla tonitruante edizione di Cannes con (tra gli altri) Hirokazu Kore-eda, Roman Polanski, James Gray, Pablo Larraín, Steven Soderbergh, Olivier Assayas...
  • Festival

    venezia 2019 minuto per minutoVenezia 2019 – Minuto per minuto

    Dal primo all'ultimo giorno della Mostra di Venezia 2019, tra proiezioni stampa, code, film, sale, accreditati, colpi di fulmine e delusioni: ecco il Minuto per minuto, cronaca festivaliera dal Lido con aggiornamenti quotidiani, a qualsiasi ora del giorno. Più o meno...
  • Festival

    Mostra del Cinema di Venezia 2019 – Presentazione

    La Mostra del Cinema di Venezia 2019 sembra “pagare” in qualche modo la straripante annata di Cannes; ma più che il palinsesto di titoli abbastanza prevedibili l'interrogativo resta posto sul posizionamento della Mostra, che sembra ancora voler rincorrere la Croisette.
  • Venezia 2018

    Your Face RecensioneYour Face

    di In Your Face il cinema di Tsai Ming-liang continua a eliminare dall'inquadratura tutto ciò che appare superfluo; restano i visi, i primi piani delle donne e degli uomini che il regista taiwanese ha incontrato quasi per caso, per strada. Fuori Concorso a Venezia 2018.
  • Venezia 2017

    The Deserted

    di Presentato nella sezione Venice Virtual Reality, il nuovo lavoro di Tsai Ming-liang The Deserted, dove il regista taiwanese fa tornare i suoi temi e i suoi personaggi, a partire dall’immancabile Lee Kang-sheng.
  • Berlinale 2014

    Journey to the West RecensioneJourney to the West

    di Dopo aver annunciato il suo addio al cinema, Tsai Ming-liang regala al pubblico della Berlinale un diamante puro da conservare nella memoria. Nella sezione Panorama.
  • Venezia 2013

    Stray Dogs RecensioneStray Dogs

    di Hsiao Kang sbarca il lunario facendo l’uomo-sandwich per conto di grandi imprese immobiliari di Taipei. Con la pioggia, il sole o il vento lui sta lì, nei pressi di un trafficato incrocio stradale, sorreggendo per ore il suo cartello pubblicitario...

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento