Citizen Rosi

Citizen Rosi

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Fuori concorso a Venezia 76, Citizen Rosi rievoca l’indimenticata figura di Francesco Rosi, per la regia di sua figlia Carolina e di Didi Gnocchi. Un film ingenuo, pieno di sbavature, ma molto generoso e commovente.

Rosi e il cinematografo

Rosi ha inventato un nuovo stile narrativo per un cinema che prima di lui non esisteva. I suoi film nascevano da ricerche e inchieste sulla realtà del Paese: lavorava sui documenti, su “ciò che era noto”. Ha raccontato il ‘potere’ che corrompe e si corrompe quando si mischia alla criminalità. Il racconto si snoda attraverso i film di Rosi messi in fila non nell’ordine in cui sono stati girati; ma in base alla precedenza storica dei fatti di cronaca che raccontano. In questo modo il documentario non racconta solo il lavoro di Rosi, ma restituisce anche mezzo secolo di storia d’Italia... [sinossi]

Scomparso quattro anni fa, Francesco Rosi resta una figura centrale e indispensabile per il tipo di cinema assolutamente unico e inimitato che è stato in grado di portare avanti, in particolare con Salvatore Giuliano, Le mani sulla città, Il caso Mattei e Lucky Luciano, sbalorditive ricostruzioni del reale sotto forma di finzione (spesso di reenactment, si direbbe oggi), tutte improntate a un’indagine meticolosa intorno a questioni irrisolte della storia del nostro paese.
Questo è il nucleo della sua filmografia ed è soprattutto intorno a questo metodo rigoroso di lavorazione che riflette Citizen Rosi, diretto dalla figlia Carolina e da Didi Gnocchi e presentato fuori concorso a Venezia 76.

Dunque la chiave scelta è quella di ragionare su come, nel realizzare questi film, Rosi abbia contribuito direttamente al dibattito politico in atto nel paese e su come quelle questioni siano in realtà ancora attuali. Da qui la scelta fatta di intervistare non solo amici registi, da Tornatore a Marco Tullio Giordana a Roberto Andò, ma anche intellettuali, giornalisti e magistrati che si occupano (e si sono occupati) dei più gravi mali del nostro paese, come i vari omicidi politici rimasti irrisolti e come la criminalità organizzata. In tal senso, dunque, in Citizen Rosi vengono intervistati Roberto Saviano, Furio Colombo, Vincenzo Calia, ecc, sempre chiedendogli di ragionare a partire dai titoli succitati.

L’idea è di per sé interessante, come a dirci che quando si parla del cinema di Rosi non si può parlare solo di cinema, ma anche di altro, di tutto un sistema paese, che l’autore di Le mani sulla città ha scandagliato in particolare tra gli anni Sessanta e i Settanta. Tanto che Carolina Rosi e Didi Gnocchi vogliono persino verificare come alcuni fatti siano rimasti insoluti nel presente, come siano proseguiti fino ai giorni nostri, quale ad esempio il labirintico e interminabile “caso Mattei”.
Tutto questo è molto lodevole e molto generoso, però è anche ingenuamente ottimista, visto che in un solo film non si possono racchiudere argomenti così complessi, e dunque questi approfondimenti finiscono per risultare un po’ sbrigativi. Al contempo poi si finisce per dimenticare un po’ proprio il cinema, e cioè l’importanza linguistica del cinema di Rosi, che viene a tratti affrontata con una certa contezza solo da Tornatore.

A questo va poi aggiunto il lato emotivo del film, vale a dire ovviamente il senso di perdita da parte della figlia, che viene messo in scena sia attraverso la voice over di lei, sia con dei momenti di lei da sola in casa, sia mediante delle riprese di repertorio in cui la si vede insieme a suo padre. E, in particolare nell’utilizzo sovrabbondante della voice over, l’ingenuità dell’operazione viene presto a galla, come per un sovraccarico emotivo che non sempre funziona.
Citizen Rosi soffre dunque della sua eccessiva generosità e allo stesso tempo, in maniera non troppo paradossale, si salva grazie a questa, grazie a una sincerità che traspare da ogni singolo fotogramma.

Vi sono poi nel film anche dei focus dedicati a La sfida, a I magliari, a Cristo si è fermato a Eboli o a Cadaveri eccellenti e Uomini contro, fino a La tregua, ma per tutti questi il discorso fila meno liscio o troppo sbrigativo, proprio perché si tratta di film dall’impianto più o meno tradizionale (per quanto Cadaveri eccellenti e Uomini contro forse andrebbero messi sopra, tra gli altri, ma sono così straordinari da risultare totalmente inclassificabili) e che dunque meno si attagliano alla varietà polifonica di approcci sul cinema, la società, l’economia e la politica. Resta però in tutto questo la forza di rivedere Tre fratelli, dove il sentimento di vecchiaia e malinconia, di sparizione di un mondo, si sposa alla perfezione con l’emozione che muove Citizen Rosi. E resta la testimonianza di un uomo come Rosi che ha saputo concepire il mestiere del cinema come un dovere morale nei confronti dei suoi concittadini. Un esempio che non invecchierà mai.

Info
La scheda di Citizen Rosi sul sito della Biennale di Venezia.

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