Parthenon

Opera che fa del vortice visivo il suo punto di partenza – e forse d’arrivo – Parthenon è l’esordio alla regia del lituano Mantas Kvedaravičius. Un viaggio visionario che ricerca nei luoghi bui, nel chiuso delle stanze, il dolore e la memoria, attraverso una rigorosa messa in scena del corpo. Criptico e stordente: tra i momenti più gratificanti della Mostra di Venezia numero settantasei.

La memoria è nel corpo

In un misero bordello ai piedi di una fortezza ateniese, un uomo ripercorre le incredibili vicende della sua vita. La sua ricerca di amore e gloria è raccontata e rivissuta attraverso molti personaggi: una prostituta dal passato irredimibile, un gangster perseguitato dalla sfortuna, un pittore di icone senza fede… In una delle storie l’uomo trova la ricchezza; in un’altra diventa un profeta vagabondo; in un’altra ancora torna a casa dalla moglie. La memoria lo tradisce, ma quello che sa per certo è che, in una di queste vite, lui verrà ucciso. [sinossi]

In un’edizione veneziana che, al di là di ciò che si possa pensare di questo o di quell’altro film, propone quasi solo visioni accomodanti, levigate, semplici e prive di stratificazioni, risulta indispensabile il lavoro portato avanti dalle sezioni collaterali, le Giornate degli Autori e la Settimana Internazionale della Critica. In quest’ultima, dedicata in forma esclusiva alle opere d’esordio, si avverte – come d’abitudine, verrebbe da dire – la voglia di non accontentarsi dell’ovvio, rischiando una selezione che sia in grado di muoversi da un estremo all’altro, dall’animazione dell’indiana Gitanjali Rao (Bombay Rose) al fantasy con micro-budget Scales di Shahad Ameen, dall’anti rom-com Rare Beasts di Billie Piper al dramma psicologico al limitar dell’horror Psychosia di Marie Grahtø. Una scelta precisa, quasi aprioristica. Quella di non accontentarsi del predigerito, cercando film che ipotizzino nuove traiettorie. Magari anche sbagliate, o imperfette, o non necessariamente chiuse. Opere aperte che siano però in grado di parlare allo spettatore, di creare una dialettica.
In questo senso il titolo in grado di sparigliare le carte della trentaquattresima SIC è senz’ombra di dubbio Parthenon (in originale Partenonas), con cui per la prima volta si trova a tu per tu con il lungometraggio di finzione il quarantatreenne lituano Mantas Kvedaravičius, che i più attenti ricorderanno in Panorama alla Berlinale con i documentari Barzakh (2011) e Mariupolis (2016), per i quali ha anche ricevuto numerosi riconoscimenti.

Parthenon, per quanto prenda il via da un lungo lavoro di documentazione che ha portato Kvedaravičius in giro per l’Europa e per il mondo, da Istanbul ad Atene e Odessa, certifica fin dall’incipit, che tiene lo schermo nero ben oltre il tempo cui è abituato lo spettatore, la sua presa di distanza dalla realtà, almeno quella intesa in senso più prono, in cui l’immagine deve fingersi “diretta”, priva di filtri o di mediazioni. I filtri sono invece ovunque in Parthenon, a partire da un utilizzo dell’illuminazione sorprendente, che spazia dall’en plein air a rossi e blu intensi, riflessi violacei, quasi a trascrivere in un esperanto visionario – il film attinge alle derive estetiche più distanti tra loro – l’impossibilità di un linguaggio unico. Kvedaravičius, va detto, sembra l’ambasciatore di una nuova lingua, così densa da risultare inevitabilmente criptica a chi non ne possiede la necessaria dimestichezza. Sì, Parthenon non è un film facile, non segue i dettami della sceneggiatura, non si limita a “raccontare”, e proprio per questo riesce a superare il limite della narrazione tout court per sprofondare in un magma in cui il materico e l’immateriale sono costretti a fondersi, a entrare in collisione tra loro, creando nuove forme. Non si deve temere un film come Partenonas, né lo si deve necessariamente accogliere. Ma è necessario confrontarvisi, rispondendo alle domande che pone e controbattendo con altri quesiti.
Tra le pieghe di un percorso ultra-temporale e ultra-spaziale di un uomo che vive differenti vite, pur consapevole che almeno in una di queste dovrà cessare di vivere, trovando la morte, si muove una riflessione sempre fertile e coraggiosa sulle modalità di utilizzo del corpo in scena, e sul valore che questo assume. Nell’immersione del buio delle stanze, in cui la luce non ha diritto di filtrare se non per pochi istanti e per poco spazio, Kvedaravičius si muove nella sua vera ricerca: può il corpo umano, che sia perfetto o disfatto, essere il luogo intimo e universale in cui può persistere e trovare un proprio senso la memoria?

Sembra spingere sempre lo spettatore verso l’assurdo e l’incomprensibile, il regista lituano, ma in realtà non fa altro che permettere ai luoghi e ai personaggi che li abitano di “reagire” all’imposizione dello sguardo della camera, e a creare vita. I corpi degli attori/non-attori, gli spazi, le luci, sono i punti che devono connettersi naturalmente tra loro; quel che emerge, forse in modo inevitabile, è la caducità, la persistenza del tempo e il suo valore, e dunque della Storia prima ancora che della storia. Il corpo è già memoria, produce memoria, trasmette Storia. La narrazione quindi può permettersi di essere solo episodica, perché riduttiva in un certo senso rispetto all’insieme. Lo spettatore può legittimamente trovarsi sperduto, sballottato nei flutti di Parthenon, ma oltre la misterica costruzione per immagini resta il dolore della memoria, il fardello del ricordare che si è vivi e perché si è vivi. In questo senso Kvedaravičius mette in scena un poderoso resoconto reale, e di fatto completamente e compiutamente politico. Un racconto dell’umanità che non sa più raccontarsi e si perde in sé, nel proprio istinto alla coazione, alla ripetizione blanda e barbarica del proprio essere. Potente e a tratti disarmante, Parthenon è una delle visioni irrinunciabili della Mostra di Venezia 2019.

Info
La scheda di Parthenon sul sito della SIC.

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