All This Victory

All This Victory

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All This Victory segna l’esordio al lungometraggio di finzione per il trentottenne libanese Ahmad Ghossein; in uno scenario di guerra cos’è che rimane fuoricampo? Con un gesto narrativo forte, che nasconde al proprio interno un intento teorico, Ghossein ragiona sull’idea del conflitto e di reclusione. Miglior Film e Premio del pubblico alla Settimana Internazionale della Critica.

Lo sguardo e il fuoricampo

Libano, luglio 2006. La guerra infuria tra Hezbollah e Israele. Durante un cessate il fuoco di 24 ore, Marwan si reca in cerca del padre che rifiuta di lasciare il suo villaggio nel sud del paese. Appena la tregua si interrompe, Marwan si ritrova sotto una pioggia di bombe e si rifugia in una casa con un gruppo di anziani. All’improvviso un gruppo di soldati israeliani irrompe nella casa. Intrappolati dalle mura ma anche dalle proprie paure, i tre giorni successivi saranno un susseguirsi di eventi fuori controllo. [sinossi]

Per i frequentatori della Settimana Internazionale della Critica alla Mostra del Cinema di Venezia il collegamento mentale che scatta in modo quasi automatico durante la visione di All This Victory (titolo inglese scelto per il mercato internazionale in luogo dell’originale Jeedar el sot) è con lo splendido Still Recording di Ghiath Ayoub e Saeed Al Batal. La relazione non sta solo nell’area geografica di riferimento – siriano Still Recording, libanese All This Victory – ma nella volontà di ragionare su uno scenario di guerra senza scendere a compromessi con la prassi cinematografica. Se il film di Ayoub e Al Batal si muoveva nel campo del documentario, l’esordiente Ahmad Ghossein (videoartista già autore di documentari e cortometraggi, ma al primo incontro con il lungometraggio di finzione) preferisce astrarsi dalla realtà, non per smentirla ma per renderne la forza da una prospettiva differente. Due opere a loro modo, e non per forza nella stessa maniera, teoriche, in grado di ragionare da vicino su ciò che significa mostrare, ma anche e soprattutto guardare. L’occhio come prima e fondamentale verità per accedere all’esterno, confrontarvisi, non farvisi asservire. Sarà casuale, ma il fatto che entrambi i film siano riusciti a coinvolgere gli spettatori presenti in sala durante le proiezioni della SIC al punto da aggiudicarsi la sezione – All This Victory ha fatto piazza pulita dei premi, lasciando al solo Scales di Shahad Ameen il Premio Circolo del Cinema di Verona – sembra rispondere a una logica precisa, quasi incontrovertibile.

Ghossein dirige un film di guerra, ambientato durante il brutale conflitto tra Hezbollah e Israele dell’estate del 2006. E che il Libano sia in guerra lo si può notare dallo scenario post-apocalittico che si pone di fronte agli occhi del protagonista Marwan, nel breve viaggio che intraprende alla ricerca del padre, che rifiuta di lasciare il suo villaggio nonostante la grave minaccia di bombardamenti. Ponti crollati. Case distrutte. Nulla di umano sembra restare lì. Ma è solo l’inizio del film, perché Ghossein fugge, come i suoi protagonisti, dall’aria aperta e dalla luce del sole – dove si rischia di ricevere un proiettile – e si rifugia all’interno di una casa. E lì rimane, insieme ai suoi “carcerati”, autoreclusi dal terrore di trovarsi faccia a faccia con il nemico. Un nemico che può avere un duplice volto, sia quello dei soldati israeliani sia quello dei miliziani di Hezbollah, a loro volta alla conquista della zona.
Con una scelta radicale e coraggiosa Ghossein abbandona il film di guerra per concentrare l’attenzione sull’umano, sulla sua paura naturale ma anche ancestrale, sul conflitto come luogo mentale prima ancora – e oltre che – materiale. Per fare questo mette in atto l’unica soluzione possibile: lasciare che la guerra sia un profumo, un odore, un rumore, un ectoplasma che non abbandona mai chi vi si trova nel mezzo. È quasi un film di fantasmi, All This Victory, ma se sono ectoplasmi questi uomini reclusi in uno spazio stretto (e sempre più stretto) lo è anche quella guerra che lo spettatore recepisce solo dai rumori, dai colpi di mortaio, dal tonfo delle bombe, dalle sventagliate dei mitra. Non è in scena, la guerra, ma resta nel fuoricampo. Perché lo sguardo nel cinema non serve a trattenere nella retina solo ciò che è visibile, ma a far filtrare l’immateriale, a dare corpo a ciò che è solo suggerito.

Sfruttando al meglio anche la povertà di mezzi a disposizione, e rendendo fertile e vitale l’idea – spesso abusata nel cinema prodotto a basso budget – di una narrazione all’interno di uno spazio residuale, asfittico, Ghossein compie un atto di totale fiducia nel mezzo cinematografico. Torna alle radici, al silenzio, al non detto, all’immagine sfuggente, al gioco di ombre, al trapestio che da solo certifica la presenza dell’orrore, del mostro, del nemico, del pericolo. Una soluzione espressiva che serve, come già accennato, anche a mascherare alcune debolezze produttive, ma che allo stesso tempo permette al regista di muoversi con straordinaria libertà – quella che non hanno a disposizione Marwen e gli altri reclusi – verso un film astratto ma pulsante, concreto ma metaforico. Come leggere altrimenti la scelta di creare una dialettica “tra piani” tra loro e gli israeliani? E come interpretare il fatto che gli israeliani abbiano possesso del piano superiore, in una posizione comunque dominante, mentre i civili restano dabbasso, schiacciati da tutto e da tutti?
C’è la guerra che infuria, dopotutto, e i civili rappresentano la base della piramide. Per loro non resta che qualche fugace sprazzo di luce e vita, un pezzo di cielo, il sole, qualche animale, le fronde degli alberi mosse dal vento. Questo è il gesto di speranza che Ghossein concede loro, l’evasione attraverso il cinema da un luogo in cui saranno sempre, e in ogni caso, reclusi. Eppure l’inquadratura finale, con quel plongé su Marwen, non contiene alcuna illusione o fantasticheria. Si resta schiacciati. Dalla vita, dalla guerra, dalla politica, e perfino dalla macchina da presa. Civili. Carne da macello.

Info
All This Victory sul sito della SIC.

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