Intervista a Jan Komasa

Intervista a Jan Komasa

Leggenda vuole che decise di fare il regista quando il padre, acclamato attore di teatro polacco, fu scelto da Steven Spielberg per recitare in Schindler’s List e lui poteva seguirlo sul set. Jan Komasa ha studiato regia alla prestigiosa Scuola nazionale di cinema, televisione e teatro Leon Schiller di Łódź. Nel 2011 ha realizzato il suo primo lungometraggio, Suicide Room, una storia di bullismo omofobo e reclusione nel mondo di internet, selezionato nella sezione Panorama della Berlinale. Con il suo film successivo, Warsaw 44, un blockbuster di guerra, ottiene un grande successo di pubblico. Corpus Christi, storia di un ragazzo mitomane che si spaccia per prete, è il suo terzo lungometraggio. Abbiamo incontrato Jan Komasa durante Venezia 76, dove Corpus Christi è stato presentato tra le Giornate degli autori.

Corpus Christi è parzialmente basato su una storia vera, quella di un ragazzo che era riuscito a spacciarsi per sei mesi per sacerdote in una parrocchia. La cosa sorprendente però è che non è l’unica, ci sono stati casi analoghi, e anche più duraturi, in Spagna. Come mai hai deciso che sarebbe stato un buon soggetto?

Jan Komasa: Ci sono tante assurdità nella storia. Ad esempio, uno di questi casi non riguardava qualcuno che volesse rubare dei soldi, tradire o fosse spinto economicamente. Questa persona in particolare, voleva davvero diventare un prete e non ha potuto per il suo passato, ma noi abbiamo cambiato la storia. La vicenda originale era più corta, per quattro mesi si è spacciato per un sacerdote in un piccolo paese in Polonia. Noi gli abbiamo dato un aspetto più giovane, la tensione, il contesto alle spalle della detenzione per aver in passato ucciso un uomo. Questo non c’era nella storia originale, l’abbiamo cambiata, ma ovviamente abbiamo detto di esserci ispirati a eventi originali. Tutto nel paese è finzione, ad esempio i suoi rapporti con gli abitanti, e molto altro. Ma parte di questa finzione proviene anche da ciò che è realmente accaduto. Nella nostra storia abbiamo deciso di inserire anche l’incidente, che abbiamo recuperato, io e lo sceneggiatore, da un’altra storia, un’altra vicenda realmente accaduta. In pratica abbiamo mescolato tre differenti storie in una. Ma l’episodio principale dell’uomo che si è spacciato per un sacerdote è un fatto piuttosto conosciuto in Polonia. Era su tutti i giornali; la gente non riusciva davvero a credere che fosse successo. Ma la cosa divertente, o assurda se vogliamo dire, è che quest’uomo era fantastico, voleva davvero essere un sacerdote ed era una persona molto aperta e gentile verso la comunità, e ha effettivamente cambiato diverse cose al suo interno, cosa che il sacerdote precedente non era riuscito a fare, e per questo è stato così incredibile. La comunità lo aveva accettato ma quando è si è scoperto che era un falso sacerdote, improvvisamente si sono sentiti traditi e abbandonati proprio perché si erano davvero affezionati a lui. Ricordiamoci che battezzava bambini, celebrava matrimoni e tutto il resto. Quindi immagina persone che si erano sposate ma in realtà non lo erano perché era un falso sacerdote, quindi semplicemente convivevano senza aver celebrato il matrimonio pur pensando di averlo fatto. Il Vaticano ha poi deciso di “convalidare” questi sacramenti, è stato comunque un grosso problema, hanno svolto le loro indagini private e hanno concluso che si trattava di una truffa ma che lui aveva buone intenzioni, non voleva rubare nulla o approfittarsene, voleva solo fare del bene alla comunità. Tuttavia non è stata una mossa corretta, per il diritto canonico può essere considerato un oltraggio. La vicenda originale è andata così, ma noi ci siamo allontanati da questo perché non volevamo che la comunità, Dio, il sacerdote si sentissero in imbarazzo per questo… abbiamo deciso di continuare per conto nostro.

Interessante nel film il confronto con il vecchio sacerdote, rappresentante di una istituzione ecclesiastica obsoleta, non in grado di capire i tempi che corrono. Daniel è giovane è ci mette molta energia.

Jan Komasa: Si, anche perché conosce la vita. Ha infranto i dieci comandamenti; ha perfino ucciso una persona, quindi conosce tutto ciò che riguarda la vita. La conosce addirittura meglio del vecchio sacerdote probabilmente. Ha questa energia, questo fuoco dentro di lui. Come se dopo essere rimasto rinchiuso per sei anni in un carcere minorile, una volta fuori avesse questa linfa vitale improvvisa. Ha sogni, non vuole restare nell’ombra e sentirsi un nessuno. E poi, inaspettatamente, diventa qualcuno. E questo gli dà potere, e inizia a fare molto più di ciò che probabilmente un sacerdote dovrebbe fare. Come se fosse un rivoluzionario o qualcosa di simile. Nella storia originale c’erano ovviamente eventi simili, ha fatto molte cose che il vecchio sacerdote non voleva fare, perché avrebbe significato un’apertura differente, un coraggio differente nell’affrontare i problemi. Noi abbiamo preso questa caratteristica e l’abbiamo accentuata all’interno della trama.

Fondamentale per la riuscita del film è il lavoro dell’attore che interpreta Daniel, Bartosz Bielenia, che mantiene fino in fondo un’ambiguità su quello che pensa, su quali sono i reali motivi che lo spingono ad agire così. Come hai scelto l’attore e come avete lavorato per costruire il personaggio?

Jan Komasa: Bartosz Bielenia, per via delle sue caratteristiche, del suo viso, non riesce ad essere il numero uno, è troppo strano. Le persone sembrano aver paura di lui perché non rispetta i canoni tradizionali di bellezza. Non è “bello” secondo appunto i canoni, quindi di solito interpreta gli psicopatici o le persone strane che stanno in secondo piano. Ma io sapevo che ha davvero talento e lui stava aspettando un’occasione come questa. Era completamente diverso, aveva i capelli lunghi, era magrissimo, sembrava asessuato, non riuscivi a capire se fosse un ragazzo o una ragazza. Lavora principalmente in teatro, è molto conosciuto e rispettato dal pubblico, nelle sue performance c’è qualcosa di alternativo, adora il cinema, legge molto, sa moltissime cose. È davvero molto intelligente. Sapeva molte più cose di quante non ne sapessi io, in molte occasioni. Ha un gran cervello, ma anche delle emozioni, anche se come prima cosa direi che è davvero intelligente. Quindi in pratica è un partner fantastico. Abbiamo passato insieme molto tempo, siamo andati insieme a visitare i centri di detenzione minorile, abbiamo incontrato molte persone provenienti da ambienti poco privilegiati che in passato avevano commesso crimini, quando erano giovani. Abbiamo parlato molto con loro, abbiamo anche passato alcuni giorni con questi ragazzi del carcere minorile. Abbiamo parlato con il direttore che ci ha permesso di fare tutto ciò… e Bartosz era come una spugna, assorbiva tutto, semplicemente li osservava e allo stesso tempo il suo cervello era al lavoro. Anche mio padre è un attore, quindi capivo questi suoi atteggiamenti. Mio padre ha fatto Schindler’s List. Spielberg stava cercando attori polacchi che potessero interpretare degli ebrei, per cui l’ha ingaggiato e abbiamo passato diversi giorni sul set del film insieme. Penso di conoscere e capire abbastanza gli attori e le attrici, non ho paura di loro, so cosa devono affrontare per entrare in una parte, conosco i loro dolori e i loro sogni. Se hai un bravo attore che però è poco conosciuto, è meglio per tutti se gli si dà l’opportunità di brillare. Ed è successo questo con Bartosz. È ancora giovane, ma è già stato in diversi film e numerose opere teatrali dove ha interpretato sempre personaggi secondari. Sapevo del suo desiderio di voler far di più, ero conscio del suo talento. Quindi l’ho invitato a presentarsi ai provini, e sembrava molto strano, assomigliava a un hipster intellettuale, molto magro. E sapevo che questo ragazzo avrebbe dovuto cambiare e adattarsi alla figura di un ragazzo semplice, proveniente da un carcere, con muscoli e tatuaggi. E così ha fatto, ha scolpito il suo corpo, ha iniziato a comportarsi come se non fosse acculturato. Voleva diventare più ingenuo e questo per lui è stato una sorta di grande viaggio. Dalla mia esperienza sapevo che per gli attori più lungo e tortuoso è il viaggio, meglio è per il ruolo che devono interpretare. Bartosz era così diverso da Daniel, molti altri sarebbero stati più adatti per interpretare Daniel sullo schermo, ma Bartosz sapeva quali erano le caratteristiche essenziali di Daniel, sapeva esattamente come estraniarsi dal ruolo, e che doveva creare qualcosa di completamente nuovo. Perciò abbiamo lavorato insieme diversi mesi, probabilmente circa sette mesi prima di iniziare a girare. Ed è stato davvero interessante, lui è un partner eccezionale. Conosco degli uomini di chiesa, due miei amici sono sacerdoti in Polonia e sono degli intellettuali a cui piace l’arte e mi hanno aiutato con questo film. Bartosz stava vicino a loro, perché non solo doveva diventare un giovane proveniente dal carcere, un omicida, ma anche un sacerdote. Quindi doveva interpretare due ruoli. Perciò doveva creare un ruolo per poter interpretare gli altri due. Non come se fossero due personaggi differenti, ma uno dentro l’altro. Quindi, per interpretare il sacerdote, prima devi diventare il semplice ragazzo, che si comporta da ragazzo, il suo corpo si muove in modo differente, ad esempio anche solo il modo di sedersi. Dopodiché diventi il sacerdote, quindi vivi in questo determinato modo, però il resto è ancora lì; devi diventare due persone. Devi immaginare com’è, come ad esempio Daniel potrebbe mentire, ed è totalmente differente rispetto a come mentiresti tu. Quindi è stato fantastico lavorare con Bartosz, perché ha saputo creare questo personaggio sviluppato su più livelli con un approccio davvero versatile. Quindi dopo è stato facile.

Daniel è sempre tentato di rivelare la verità. Durante i sermoni a volte inizia dicendo di essere un assassino per poi correggersi virando il discorso sul piano metaforico. La rivelazione vera avverrà togliendosi l’abito talare, rimanendo a torso nudo ed esibendo così i tatuaggi. E in quel momento una donne nel pulpito esclama: «Dio ti benedica». Perché hai creato questa progressione verso la rivelazione finale?

Jan Komasa: Il fatto è che è assurda la situazione, la domanda che volevo porre era «Devi essere davvero un vero sacerdote per diventare una brava persona?». Ti serve semplicemente un leader spirituale, che non deve essere per forza un sacerdote; magari Daniel può essere più in grado di ricoprire questo ruolo di leader rispetto a un sacerdote. Forse, ma c’è di mezzo la chiesa. Ora abbiamo papa Francesco che è diverso rispetto ai suoi predecessori, Ratzinger, e anche Giovanni Paolo II. Ci sono chiese differenti, con valori diversi. Quindi com’è possibile che la chiesa cristiana possa contenere tante visioni diverse? Come se si contraddicessero tra di loro? Quindi credo che la chiesa, come istituzione, sia una fantastica contraddizione di se stessa. Filosoficamente è impossibile giungere a patti con tante differenti opinioni, valori e approcci, in una singola chiesa. Poi abbiamo Daniel che concretamente fa qualcosa di buono per la comunità, e poi c’è questa antagonista principale che è la sagrestana, la madre di Marta, che aiuta ma che allo stesso tempo coltiva il trauma, proprio perché ha perso il figlio nell’incidente. È lei che tiene le redini, che si prende cura del trauma del villaggio. C’era il trauma e all’improvviso arriva Daniel, che è come un guaritore che li vuole aiutare a superare questo trauma, tramite la terapia e la sua saggezza. Utilizza una specie di terapia primitiva verso gli abitanti, che guariscono, ma c’è un pericolo perché lei non vuole che guariscano, se il trauma scomparisse lei non sarebbe più necessaria. Quindi è per questo che improvvisamente diventa l’antagonista principale di Daniel. Alla fine, quando vede Daniel mezzo nudo, forse non sa cosa significa, né perché è nudo né cosa sta succedendo, ma l’ha percepito, sono sicuro che l’abbia percepito. E l’attrice, che è una grande attrice, Aleksandra Koniecza, si è sentita di dire «Dio ti benedica», ma non c’era nel copione, ha improvvisato, era così presa dal ruolo che ha detto così. È stato incredibile, mi è piaciuto. Questo era il ruolo che lei ha interpretato, come se fosse una fanatica, magari un fanatico che va contro i canoni ufficiali ma in fondo ci crede sempre. Quindi Daniel poteva mostrarle che non era un vero sacerdote e lei non gli avrebbe mai creduto. Io cercavo una persona che avesse un approccio morboso alla vita, ai suoi valori, al conservazionismo, alla religione e lei rappresenta questo tipo di società. In una società di questo tipo, tu puoi mostrare la verità ma loro non la vedranno mai.

Importante nel film anche l’alleanza della chiesa con il potere politico, che la usa come propaganda. Qui la politica è rappresentata dal sindaco, anche lui giovane, e Daniel arriva anche qui a mettere in discussione la subordinazione della parrocchia al primo cittadino. Come hai creato la figura del sindaco?

Jan Komasa: Il sindaco rappresenta diverse cose. Stavo cercando di gestire una specie di triangolo, dove Daniel rappresentava un nuovo approccio e la rivoluzione dei valori, un po’ come nella serie The Young Pope, di Paolo Sorrentino, con Jude Law. Anche lui rappresenta un nuovo approccio, ma allo stesso tempo anche quello vecchio, come se tornasse ai valori principali di cosa vuol dire stare insieme e accettare tutti nella comunità. Questo è ciò che fa Daniel. E paradossalmente, ci sono persone che non vogliono diventare ciò che dovrebbero nella comunità. Vogliono rimanere chiusi, esclusivi, non vogliono nessuno proveniente dall’esterno. Se etichettano qualcuno come pecora nera, arrivano anche a respingerli. Quindi la signora, la sagrestana, è la rappresentazione dei valori principali, voglio dire quei valori impliciti e conservatori. Questo è quello che lei pensa di fare. E giudica, ciò che è buono, ciò che è cattivo, ed è lei a fare le scelte. Un comportamento non molto da cristiana. Il Nuovo Testamento, se lo prendiamo alla lettera, è molto aperto verso qualsiasi tipo di peccatore, cosa che lei non è. Se hai fatto qualcosa di male, percepito come negativo dalla comunità, lei cerca di distruggerlo. E poi c’è il sindaco, che non è guidato così tanto dai valori, vuole semplicemente lo status quo e si pone semplicemente come se pensasse: «Ok, qualsiasi cosa dici, va bene». Volevo fosse qualcosa di tranquillo, odio le scene rivoluzionarie. A lei non danno fastidio i rivoluzionari, ma non puoi infrangere i suoi valori e il suo modo di pensare. E lui odia i rivoluzionari perché lo spingono verso delle decisioni e lui odia prendere decisioni, per lui lo status quo, l’equilibrio è qualcosa per cui vale la pena combattere. C’è anche il vecchio sacerdote, per un breve periodo, che è la rappresentazione della posizione inutile, debole, di qualcuno che sa che dovrebbe fare qualcosa ma non può farlo. Non riesce a fare nulla eppure sa tutto riguardo la comunità, ma non vuole conoscere la verità. Quindi è come loro. Lui non vuole sentire nulla, lei non vuole vedere nulla, e il sindaco non vuole parlare di nulla, come le tre scimmie (non vedo, non sento e non parlo). Per me sono la rappresentazione di una comunità ostile, una comunità fascista della quale ho seriamente paura. Come se fossi oppresso dalla società. E se ci penso, guardando il Nuovo Testamento, in un certo senso anche la vicenda di Gesù è la storia di un rivoluzionario che ha a che fare con dei violenti: il Sinedrio, il consiglio delle persone anziane, ebrei che collaborano con i Romani, con Ponzio Pilato. Ponzio Pilato, come il sindaco, voleva semplicemente stare zitto, lo rispetta ma le persone hanno parlato, lo volevano morto. Sì, è tutto vagamente biblico.

C’è in effetti qualcosa di cristologico in Daniel. Paradossale per esempio che sia la sua nudità, la perdita dell’abito che fa il monaco, a smascherarlo. Ma i fedeli venerano proprio Cristo in croce, rappresentato come nudo in croce.

Jan Komasa: Ci sono molti simboli, ma non volevo che il film fosse troppo simbolico, perché credo che il cinema non debba superare una determinata linea che puoi trovare da solo, credo. Ero più interessato alla psicologia del personaggio principale e di quelli attorno a lui. Volevo che fosse semplice, perché sentivo che la storia non aveva bisogno di troppi riflettori. È semplice e si focalizza sul personaggio principale, e sul suo sviluppo. Daniel è più come Don Chisciotte, come se dovesse essere scoperto, no? Non è un folle, sa che a un certo punto alcune persone scopriranno che è solo un falso sacerdote. E che non finirà bene. Poi ci sono anche persone che lo inseguono, che lo vogliono prendere per potersi vendicare di qualcosa che lui ha fatto in passato. Quindi è anche consapevole che probabilmente sarebbe in grossi guai in ogni caso. Quindi per lui questa è un’opportunità che vuole utilizzare per sentire qualcosa, per sentirsi vivo, sentirsi umano. Ed è questo che amo del personaggio, che vuole semplicemente sentirsi umano, è questo di cui parla il film, come se ci fosse sempre speranza per chiunque. Non importa chi sei, anche per un breve momento puoi sperare di diventare qualcuno. Ma allo stesso tempo mi ritengo un po’ pessimista verso la comunità e credo che la comunità ti spinga a ritrovare il tuo posto, alla fine. Puoi provare ma alla fine ci comportiamo come un gregge, e abbiamo bisogno di un pastore, abbiamo questo senso animale dentro di noi. Quindi credo che alla fine il gregge ti riporti al tuo posto. È per questo che adoro i film di Andrej Zvjagincev, come Loveless e Leviathan, perché mostrano la stessa cosa: il fascismo di una piccola comunità imposto su di te, sul singolo. Ed è per questo che sono stato davvero felice di poter lavorare con i compositori dei film di Zvjagicev, Evgueni e Sacha Galperine, per creare la musica per Corpus Christi. Capisco che a un certo punto si può avere paura del mondo raffigurato in Corpus Christi, ma credo ci sia speranza.

Info
La scheda di Corpus Christi sul sito delle Giornate degli Autori.

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