La fattoria dei nostri sogni
di John Chester
Biodiversità, sogni di autoproduzione indipendente e fughe dalla pazza folla. La fattoria dei nostri sogni di John Chester racconta un vero progetto alternativo di vita fondato sul rispetto di equilibri ecologici. Le scelte stilistiche sono tuttavia le più immediate e prevedibili, in un generale approccio estetico di oleografica maniera.
Interconnected Beauty
Nel 2010 John Chester e la sua compagna Molly decidono di mollare la città per dedicarsi al progetto di una tenuta agroalimentare fondata su perfetti equilibri ecologici. Acquistano così un ampio appezzamento di terreno in California, ormai del tutto inaridito, e si gettano anima e corpo nell’impresa. Seguendo i primi otto anni del loro lavoro, il film dà conto di vittorie e sconfitte, di speranze e delusioni, nell’eterna battaglia tra uomo e natura… [sinossi]
Un progetto di vita. Di mutamento radicale, di riorganizzazione dei propri orizzonti, di ricerca di un nuovo equilibrio. L’operazione filmica di La fattoria dei nostri sogni fa parte integrante e si accompagna a una più globale riscrittura della propria esistenza, che vede trasformarsi il fatto-cinema in minuta registrazione del reale nell’arco di otto effettivi e decisivi anni di vita. Nel 2010 John Chester, regista e operatore, ha infatti deciso con la compagna Molly di lasciare la città e di dedicarsi a un ambizioso progetto di decrescita felice: acquisire un appezzamento di terreno in California, oramai trascurato e aridissimo, e ridargli linfa vitale per trasformarlo nell’unica fonte di sostentamento e nell’unica ragione di un’intera esistenza.
In tempi di vagheggiamenti di ritorno a realtà agrarie e preindustriali, complice forse l’onda infinitamente lunga della recessione economica, di fatto i Chester mettono in atto una fuga dal mondo moderno che costituisce concretamente un sogno più o meno ambito in ampi strati dell’attuale popolazione occidentale. Dal momento della decisione a oggi, John Chester ha parallelamente imbracciato la macchina da presa e ha scelto di documentare passo dopo passo gli anni dedicati alla costruzione e conservazione di quel piccolo grande paradiso terrestre. In tal senso Chester si dedica sulle prime a una rapida radiografia dei fondamenti teorici intorno ai quali la fattoria ha visto la luce (un vero e proprio inno innalzato all’idea della biodiversità), per poi lasciare spazio al resoconto di una costante e immortale lotta tra uomo e natura per fabbricare un vero e proprio ecosistema indipendente e autosufficiente. Sono infatti potenzialmente infinite le insidie che la natura può opporre a un progetto di sua antropomorfizzazione.
Da quesiti morali sugli equilibri degli elementi (è giusto sparare a un coyote per mettere in salvo i propri animali?) a incendi che in tempi brevissimi possono spazzare via i frutti di anni di lavoro, da metodi d’irrigazione non invasivi a lumache moleste per gli agrumi date in pasto alle anatre in un’ottica di naturale equilibrio tra specie diverse, La fattoria dei nostri sogni dà minuziosamente conto di un costante interrogarsi sulla moralità dell’intervento umano. Per i Chester stabilire un rapporto con la natura si muove su un doppio binario, tra sfruttamento ed etica, e ogni decisione non può trascurare nessuno dei due.
Racconto più che mai attuale e pronto a prestarsi a immediati dibattiti, in realtà La fattoria dei nostri sogni narra una nobile vicenda tramite strumenti non particolarmente felici ed entusiasmanti. Dopo una prima metà in cui Chester sembra sposare l’estetica del documentario-commedia in odore di Michael Moore e ancor più di Morgan Spurlock (Super Size Me, 2004; Che fine ha fatto Osama Bin Laden?, 2008) con tanto di commistione tra live action e cartoon, successivamente il film va incontro a un progressivo arrestarsi del flusso narrativo, sempre più incantato in un ripetitivo atteggiamento estatico nei confronti delle meraviglie della natura. Gli strumenti espressivi di tale estasi mistica sono d’altra parte piuttosto banali e scontati, tra ralenti, luminosa fotografia da National Geographic, musica magniloquente e gusto per il dettaglio manierato.
Se pur in ambito di documentario assistiamo ormai da anni alle più spericolate commistioni stilistiche, nel caso di La fattoria dei nostri sogni si può affermare semmai che la commistione va incontro alle retoriche più collaudate del cinema (anzi, diremmo della tv) americano mainstream e strappalacrime. In tal senso è sufficiente registrare che ben otto anni di lavoro danno luogo a un montato finale scolasticamente e rigidamente composto da un invadente commento over in colonna audio, e da una colonna video principalmente dedicata al documentario naturistico. Si tratta di una spartizione estetica rigida e ripetitiva, che prevede rarissimi scarti e che si fonda tutta sull’insistenza. In tale direzione non giova all’insieme il commento in over, a opera dello stesso John Chester, ininterrotto e retorico, in fin dei conti neanche troppo esaustivo sulle reali scelte e sulle basi scientifiche che hanno innervato tale progetto di decrescita. In cotanto compiacimento visivo di dubbio gusto, si ricava la strana e sgradevole sensazione di un documentario (“cinema del reale”) che si tiene a distanze siderali dalla realtà stessa. La fattoria dei nostri sogni non comunica la minima fatica del vivere, avvolge se stesso in una costante e oleografica edulcorazione delle immagini e dei drammi, totalmente innamorato del suo afflato bucolico. Ci fa giusto innamorare di qualche animale, soprattutto di Todd, fedele cane di famiglia per il quale i Chester hanno deciso di mollare la città per regalargli un paesaggio più respirabile. Ma un film nato per registrare e celebrare una grande rivoluzione privata e pubblica in realtà riduce drasticamente la propria portata tramite una serie di scelte estetiche le più immediate e corrive, che tendono ad annullare pure qualsiasi possibilità di empatia spettatoriale. Al massimo, ci possiamo godere un paio di scaramucce tra animali. Ma non è esattamente quel che ci si aspetta da un simile progetto. Peccato.
Info
Il trailer di La fattoria dei nostri sogni.
- Genere: documentario
- Titolo originale: The Biggest Little Farm
- Paese/Anno: USA | 2018
- Regia: John Chester
- Sceneggiatura: John Chester, Mark Monroe
- Fotografia: Benji Lanpher, Chris Martin, John Chester, Kyle Romanek, Mallory Cunningham
- Montaggio: Amy Overbeck
- Interpreti: John Chester, Matthew Pilachiwski, Molly Chester
- Colonna sonora: Jeff Beal
- Produzione: Diamond Docs, FarmLore Films
- Durata: 91'
- Data di uscita: 05/09/2019









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