Out of the Blue

Out of the Blue

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Restaurato e presentato a Venezia Classici, Out of the Blue di Dennis Hopper è una parabola anarchica e tragica sulle scorie del sogno americano.

Ballata tragica

Don Barnes è un camionista in carcere perché, ubriaco alla guida del suo tir, ha speronato uno scuolabus. Cebe, sua figlia, è un’adolescente ribelle ed emarginata, ossessionata da Elvis Presley e dai Sex Pistols. La madre Kathy, cameriera, è una tossicodipendente che cerca rifugio tra le braccia di altri uomini, compreso Charlie, il miglior amico del marito. Cebe scappa di casa per raggiungere la scena punk di Vancouver: finisce in libertà vigilata minorile, sotto la sorveglianza del benevolo psichiatra Dr. Brean. Dopo la scarcerazione di Don, la famiglia torna a essere unita, ma verranno a galla altri oscuri segreti. [sinossi]

“Sovvertire la normalità!”, è questo il grido di battaglia della quindicenne Cebe (Linda Manz, ai tempi già vista in I giorni del cielo di Terrence Malick) protagonista e strabiliante mattatrice di Out of the Blue (1980), terza regia di Dennis Hopper a ben nove anni da The Last Movie, il suo film più sovversivo e dinamitardo, osteggiato e “messo a tacere” dall’industria hollywoodiana del tempo. Restaurato e presentato Venezia Classici 2019, Out of the Blue è il racconto di (de)formazione di un’adolescente nella provincia profonda statunitense (il film è stato in realtà girato a Vancouver e dintorni, anche se la città non viene mai nominata), una parabola anarchica e tragica su quel che resta del sogno americano. Cebe, la sua famiglia, i suoi concittadini, c’è un epiteto dal conio tutto statunitense per descriverli: “white trash” (spazzatura bianca) un dispregiativo razzista rivolto a quegli individui di razza caucasica che sono e resteranno sempre ai margini. La loro colpa è forse una sola: aver rinunciato alla mobilità, al viaggio, prerogative dell’homo americanus, per assemblarsi nei sobborghi ai confini di una grande città.

Dropouts e junkies, più che outsiders, i personaggi di Out of the Blue sono degli emarginati capaci solo di girovagare di bar in bar, di bancone in bancone, talvolta stanziali sul divano di casa, sullo sfondo di lacere tappezzerie. La Summer of Love è d’altronde già lontana e con essa anche gli ideali di libertà che, a prescindere dall’epilogo del film, animavano i protagonisti di Easy Rider, l’esordio sul grande schermo di Dennis Hopper che ha cambiato l’industria hollywoodiana aprendo la strada alla New Hollywood. E, sebbene realizzato nel 1980, Out of the Blue serba ancora le tracce di quello straordinario frammento della storia del cinema, ne mantiene intatta la libertà espressiva: nel linguaggio, nella grana di una fotografia (opera di Marc Champion) espressiva, nel semi-documentarismo post- cinéma verité del costante pedinamento della protagonista, nei lunghi piani sequenza dai movimenti quasi acrobatici (strabiliante quello all’inizio nel diner) e nel correlato piacere per un’improvvisazione attoriale che oggi al cinema non si vede più.

Figlia ideale del Robert Eroica Dupea dei Cinque pezzi facili di Bob Rafelson (1970) o dei protagonisti di Città amara di John Huston (1972) e La rabbia giovane di Terrence Malick (1973), l’adolescente Cebe ama Elvis e il Punk, in camera da letto ha una batteria e una chitarra elettrica, fuma, beve alcool, fa tardi a scuola, scorrazza con le amiche per le strade e i locali notturni, è sfrontata, aggressiva, rissosa e la possibilità che sia l’ultima evoluzione del cowboy statunitense viene poi confermata da quell’inquadratura che la vede spavaldamente sbracata sulla base di un lampione, in una postura che sembra proprio apparentarla all’Henry Fonda di Sfida infernale (John Ford, 1946). Ma per lei il sogno della frontiera è una chimera, al massimo può fuggire temporaneamente verso il centro della vicina metropoli, per una breve sortita a un concerto punk, la visita in un bordello, l’incontro con personaggi poco raccomandabili, non molto diversi da quelli che la circondano a casa, nella sua asfittica e inquieta quotidianità.

Il padre della ragazza, Don, incarnato dallo stesso Hopper, è in prigione da quando, ubriaco e con la figlia a bordo, ha investito uno scuolabus con il suo Tir, causando numerose vittime infantili. La madre (Sharon Farrell), è una cameriera svampita e tossicodipendente che in assenza del marito si è fidanzata con il suo capo, il mite proprietario di un diner, ma intrattiene anche una relazione piuttosto morbosa con il miglior amico di Don, suo fornitore di eroina. La sortita di Don dalla prigione è destinata a cambiare questi già precari equilibri domestici, e non in meglio.

È un universo privo di speranza quello descritto da Hopper, fatto di lucidi diner, insegne luminose dei bar, droga, prostituzione, sopraffazione, lo scenario ideale per una tragedia annunciata, il cui determinismo è solo in parte mitigato dall’energia spavalda e contagiosa di Cebe, ultima utopista in un piccolo inferno suburbano e domestico. Con entusiastica partecipazione e tangibile affezione, Hopper fa risaltare sullo schermo la sua protagonista, le concede tutto lo spazio e il tempo (i piani sequenza) che ritiene necessari, duetta con lei in scena con rara naturalezza, mentre traduce in immagini (e suoni) una sorta di tetra ballata country-blues, l’estremo inno a un’America che non c’è più.

E in tal senso Out of the Blue è per ampi tratti una sorta di parafrasi audiovisiva di My my, hey hey (Out of the Blue) di Neil Young, brano da cui riprende il titolo e che ascoltiamo più volte nel corso del film, ben amalgamato alle vicende che vi sono narrate. Basti pensare al verso “The King is gone but is not forgotten / This is the story of Johnny Rotten” che riassume le due passioni principali di Cebe: il Re ormai defunto – “The King” – è naturalmente Elvis Presley, massimo esponente del rock and roll, ma è in corso già un’altra storia, quella del Punk e dunque del leader dei Sex Pistols Johnny Rotten.

Tornata tristemente in auge nel 1994, in quanto citata da Kurt Cobain nella sua lettera di addio – It’s better to burn out than to fade away / è meglio bruciare che svanire lentamente è il verso citato dal leader dei Nirvana – , la ballata di Neil Young crea dunque un cortocircuito temporale che solo oggi riusciamo a comprendere pienamente e che la presentazione del restauro di Out of the Blue a Venezia 76 ha contribuito a portare in luce. Al fianco dei produttori dell’operazione John Alan Simon and Elizabeth Carr, c’era infatti a Venezia anche l’attrice Chloë Sevigny (tra i finanziatori del restauro, realizzato in buona parte grazie al crowdfunding) che ha definito quello di Hopper uno dei film fondamentali della sua formazione cinefila. E a rivederlo sullo schermo non c’è dubbio alcuno di quanto buona parte dell’indie statunitense anni ’90, stagione indimenticabile di cui la Sevigny è stata tra i massimi esponenti al fianco del regista Harmony Korine (Gummo, Julien Donkey Boy), provenga proprio da lì. E non è certo un caso, d’altronde, che Linda Manz figuri nel cast di Gummo (1997).

E dunque, in questa prospettiva storica, Out of the Blue si fa epitome di un nichilismo perduto, di un cinema indipendente libero fino al punto di essere autodistruttivo, il suo restauro e, auspicabilmente un suo ritorno nelle sale, rappresenta un’occasione di riscoperta per chi c’era, ma soprattutto di scoperta per i posteri, perché un cinema “altro” è esistito, generazioni successive se ne sono cibate, e può ancora farsi esempio di una forma di “controcultura”, anche oggi che gli antieroi crepuscolari sembrano svaniti e tutto è in piena luce sotto ai riflettori effimeri del web e dei social network.

È un piacere dolente e necessario quello di ritrovarsi improvvisamente (out of the blue) nel buio (into the black), in quel fecondo cortocircuito tra distruzione e autodistruzione che anima nel profondo la cultura statunitense – quante storie americane iniziano, ad esempio, con il rogo della propria casa natale, a partire da La rabbia giovane –, dove la Storia sembra non prevedere dialettica, si consuma cancellando il passato, bruciandolo in una fiammata.

Info
La scheda di Snack bar blues sul sito della Biennale.
Il trailer di Out of the Blue.

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