Venezia 2019 – Bilancio

Venezia 2019 – Bilancio

Al di là delle polemiche, per lo più sterili, sulla vittoria del Leone d’Oro da parte di Joker di Todd Phillips, si rinnova una domanda: quale direzione ha deciso di intraprendere la Mostra sotto l’egida di Alberto Barbera? E nel suo guardare in maniera così continuata verso l’orizzonte di Hollywood, Venezia 2019 non corre il rischio di smarrire il senso di un evento centrale come quello veneziano?

Si parte dalla fine, com’è abitudine. Si parte dal Leone d’Oro a Joker di Todd Phillips, dalle dediche politiche di Ariane Ascaride e Luca Marinelli (entrambi premiati con la Coppa Volpi) e Yonfan, che porta un pezzo della Hong Kong barricadera sul palco della sala Grande, dal Gran Premio assegnato a Roman Polanski e al suo J’accuse, che in Italia si intitolerà L’ufficiale e la spia. Si parte dagli assenti, e quindi sempre da Polanski, ma anche da Roy Andersson e Franco Maresco, che per motivi differenti non hanno raggiunto il Lido per la serata finale di gala. Si parte dagli infiniti commenti a caldo, dall’idea di “tutto il potere ai social!”, dai fischi idioti verso Lucrecia Martel sentiti in sala stampa a quelli altrettanto idioti (e meno intensi) che hanno accompagnato il premio a Polanski. Si parte da un Lido di nuovo deserto dopo dodici giorni di transumanza umana, e da una domanda. Quale direzione vuole prendere la Mostra? Perché, nonostante in pochi sembrino essersene accorti, in due settimane a cavallo tra agosto e settembre a cambiare non è stato solo il clima. A memoria non si ricorda una Mostra inaugurata da un ministro e conclusa da un altro; mentre il popolo cinefilo si rinchiudeva nelle sale alla ricerca dell’astrazione del sogno – come si fosse in una fumeria d’oppio di leoniana memoria – si è formato un nuovo governo, che ha restituito il MiBACT (di nuovo con la T di Turismo in appendice) a Dario Franceschini, il firmatario dell’attuale Legge Cinema. Alcuni, sdegnati, hanno gridato alla Restaurazione, ma è giusto sottolineare come l’ex/neo ministro abbia ora tutta la responsabilità di dimostrare l’effettiva funzionalità del decreto che porta il suo nome. Non solo: il suo dicastero dovrà nominare, a partire da gennaio, il successore di Paolo Baratta alla presidenza della Biennale. Una scelta non facile, e dalla quale si potrebbe determinare un effetto domino, visto che nel 2020, al termine della prossima edizione della Mostra, decadrà anche il mandato di Alberto Barbera. Se quest’ultimo può contare su una continuità con i governi a trazione PD – ma in questo caso,e per la prima volta da quando gestisce dei ministeri, il partito del segretario Nicola Zingaretti non è l’elemento più forte dell’esecutivo, surclassato come numero di parlamentari dal Movimento 5 Stelle, che potrebbe voler avere voce in capitolo –, Baratta ha terminato le possibilità di essere rinnovato alla guida della Biennale.

Perché parlare di Mostra del Cinema, nonostante sia più divertente e in parte appagante fermarsi a “giudicare” i film, e a stilare liste dei preferiti e delle delusioni, significa in ogni caso parlare di politica, e di esercizio del potere. Ecco allora ritornare la domanda: quale direzione sta prendendo la Mostra? L’edizione numero 76 del più antico evento legato al cinema di cui si abbia memoria è servito per lo più a confermare le impressioni degli ultimi anni, e a ribadire quanto già si scriveva a ridosso della presentazione, lo scorso luglio, del programma della Mostra.
Se inevitabilmente è scoppiata la bagarre mediatica attorno al nome del trionfatore, con da un lato gli entusiasti e dall’altro i detrattori del film di Phillips a darsele in maniera metaforica di santa ragione, è proprio lì – o, per meglio dire, a partire da lì – che si può trovare il senso più profondo della direzione Barbera. Non solo perché per la seconda volta in tre anni il Leone d’Oro è andato a premiare un film di genere prodotto sotto l’egida di una major hollywoodiana (la Fox nel caso de La forma dell’acqua di Guillermo Del Toro, la Warner per Joker), ma anche e soprattutto perché a parte alcune sparute eccezioni la Mostra parla una lingua uniforme, priva di scossoni o di colpi di testa. Almeno per quel che concerne il concorso principale è impossibile non notare un appiattimento su scelte estetiche fin troppo simili tra loro, al di là – ma questo è in realtà un dettaglio secondario – delle ineludibili differenze qualitative tra un film e l’altro. Certo, si potrà portare l’esempio de La mafia non è più quella di una volta, che infatti in mezzo a quei ventuno titoli assume le forme di un oggetto non identificato, ma in fin dei conti non si tratta che dell’eccezione che conferma la regola: l’anno scorso a svolgere il compito era stato Killing di Shinya Tsukamoto, due anni fa Ex Libris di Frederick Wiseman e nel 2016 The Woman Who Left di Lav Diaz, addirittura premiato con il Leone d’Oro. Forse è nella vittoria del film di Diaz, e nelle polemiche tutte strumentali che seguirono riguardo il sospetto di un distacco tra la Mostra e il “popolo”, in un’epoca in cui le élite culturali non vanno molto di moda, che si può rintracciare la virata decis(iv)a verso territori meno ostici, e immaginari più facili da condividere.

La Mostra di Barbera, che nel corso degli anni – considerando anche il primo triennio tra il 1999 e il 2001 – aveva focalizzato l’attenzione su Paesi lontani dal monocolore occidentale, come testimoniano le vittorie di Zhang Yimou, Jafar Panahi, Kim Ki-duk, su autori conclamati come Roy Andersson o estetiche meno di prammatica come il documentario (Gianfranco Rosi nel 2013), si è progressivamente spostata verso la Mecca del Cinema, la Los Angeles dei sogni. Se questo è in parte dettato dall’eccellente contributo in fase di selezione di Giulia D’Agnolo Vallan, tra le massime esperte del cinema statunitense, va detto che la rincorsa di Venezia a Hollywood desta qualche perplessità. In questi ultimi anni il vero scopo non sembra più disegnare una mappa credibile dell’arte cinematografica a livello mondiale, ma anticipare l’assegnazione dei Premi Oscar. Ma può bastare fungere da ideale termometro dell’industria a stelle e strisce per un evento che fa parte dei lavori della Biennale? Non dovrebbe essere compito semmai di kermesse meno ambiziose, e più concentrate sull’accesso del pubblico in sala? Il tappeto rosso attraverso il quale si accede alla sala Grande è un passaggio di puro spettacolo, ma mai come quest’anno è sembrato fagocitare l’intera selezione. Per quanto sia senza dubbio rilevante avere Meryl Streep o Brad Pitt o ancora Johnny Depp a firmare autografi e a far scattare foto pronte per le agenzie di stampa, questo aspetto dovrebbe essere controbilanciato da un lavoro sull’autorialità, e sul senso di fare cinema in quest’epoca senza dubbio difficoltosa.

Francamente non può bastare la selezione di qualche titolo in grado di segnalare nuovi autori in Orizzonti (dove c’era per esempio l’ottimo Atlantis di Valentyn Vasyanovych), confusi all’interno di una competizione di cui è ancora arduo, dopo otto anni, comprendere i confini e gli obiettivi. Non si sta in nessun modo giustificando un’eventuale crociata critica contro il cinema popolare, né tanto meno contro il cinema prodotto a Hollywood: il Lido è pur sempre l’isolotto in cui trovarono collocazione – in concorso – Billy Wilder e Walt Disney, George Cukor e Alfred Hitchcock, Robert Aldrich e Roger Corman, Jonathan Demme e Robert Altman, Brian De Palma e William Friedkin. Ma il rischio che l’immaginario, con il passare del tempo, risulti impoverito e omogeneizzato è forte. Un discorso che vale anche per la produzione d’autore europea scelta, così monolitica nel suo approccio estetico. Si torna una volta di più a quelle parole, che sono lì a ribadire il ruolo di Venezia: Mostra, Internazionale, Arte. Non si discute la necessità di aprire una via d’accesso a opere popolari – ma, è giusto sottolinearlo, quelle ci sono quasi sempre state al Lido – ma il timore è che ci si dimentichi, per consolidare i rapporti con il mainstream, di quelle tre parole.
Mostra. Venezia non è un “festival”. Può apparire un vezzo, e forse per molti è così, ma dovrebbe esistere una netta differenza tra un festival (manifestazione legata al campo dello spettacolo) e una mostra. La rincorsa da un lato all’Academy e dall’altra a Cannes segna anche un cambio di posizionamento, con tutto quel che ne consegue.
Internazionale. A Venezia oggi l’occidente la fa da padrone. Su 72 nuovi lungometraggi selezionati per Concorso, Orizzonti, Fuori concorso, Sconfini, e i documentari di Venezia Classici, solo 13 non rappresentavano la produzione europea, nordamericana o australiana (per l’esattezza 5 titoli asiatici, 3 mediorientali, 3 africani e 2 sudamericani). Venezia, che ha incentrato da sempre parte della sua forza sul concetto di scoperta dei nuovi autori, ha smarrito in gran parte questa vocazione.
Arte. Potrà sembrare una banalità, ma l’arte non ha necessariamente a che fare con il commercio. Non è un diritto, ma un dovere di Venezia rischiare, osare l’inosabile, cercare il cinema meno allineato, meno ovvio, più ostico e coraggioso e dargli visibilità. Una dichiarazione come quella di Barbera relativa alla produzione portoghese “da festival”, definita in buona sostanza autoreferenziale – il riferimento per nulla velato era a Vitalina Varela, l’ultimo Pedro Costa vincente a Locarno e snobbato dalla Mostra –, è pericolosa, perché traccia – lei sì – un confine tra cinema popolare e cinema cosiddetto di ricerca.

Il rischio è che si giunga al paradosso di mostrarsi elitari verso chi, in un momento storico in cui è sempre più difficile reperire fondi per chi non si allinea ai dettami usurati e omogenei dell’industria, ancora osa, uscendo dalla prassi per sperimentare vie nuove, e frequentare percorsi non battuti. Si sa che i festival sono a loro volta un’industria, e si muovono dunque in direzione del Capitale, e di chi può metterlo a disposizione, e non c’è dubbio che Barbera stia cercando di mantenere la centralità di Venezia, come dimostra anche la concessione netta fatta a Netflix in controtendenza rispetto alle scelte di Cannes, o perfino – e qui si potrebbe aprire un fianco di discussione che merita un approfondimento a parte – continuare a schivare la questione relativa allo spazio che le donne hanno nello scenario attuale. Va riconosciuto a Barbera il merito di essere riuscito a riportare al Lido frotte di giovani cinefili, curiosi e appassionati: là dove in tempi recenti si lamentava un disinteresse generale nei confronti della Mostra, quest’anno si è assistito a file enormi, frotte ingenti in piedi inesauste davanti al Palazzo del Cinema, e moltissimi accrediti culturali a ringiovanire – in tutti i sensi – l’evento culturale. Un successo di prim’ordine, che però rinnova la domanda, e la rende ancora più urgente. Non si può dubitare del fatto che tutti questi ragazzi e queste ragazze abbiano raggiunto Venezia per rincorrere questa o quell’altra stella del firmamento attoriale e registico, e vederla da vicino. Una voglia cinefila comprensibile. Ma proprio per questo, per essere riusciti a creare una nuova curiosità attorno alla Mostra, non sarebbe obbligatorio rischiare di più, costringendo nei fatti i giovani a imbattersi in tipologie di cinema che probabilmente neanche sanno che esistono? Quando Gillo Pontecorvo si batté per avere i giovani al Lido, creando l’accredito culturale e aprendo all’avventura Arca Cinemagiovani/Cinemavvenire, l’intento era quello di spingere questi adolescenti e universitari a conoscere mondi cinematografici ai quali non erano abituati, mettendoli fianco a fianco con quei film che in ogni caso avrebbero visto al momento dell’uscita in sala.

Oggi invece quel compito, disatteso dalla Mostra, lo svolgono solo ed esclusivamente le sezioni collaterali, vale a dire la Settimana Internazionale della Critica e le Giornate degli Autori. Lì, nelle proiezioni pomeridiane in sala Perla, è stato possibile trovarsi a tu per tu con opere come La Llorona di Jayro Bustamante, They Say Nothing Stays the Same di Joe Odagiri, Parthenon di Mantas Kvedaravičius, solo per citare tre tra le visioni più sorprendenti e gratificanti di questa edizione della kermesse lagunare. Ma per quanto il lavoro di questi comitati di selezione sia encomiabile non può spettare a loro, e solo a loro, uscire dagli schemi e disabituare lo sguardo degli spettatori alla quotidianità consunta e abitudinaria. Sguardo che sta diventando ottuso anche per una parte della critica presente al Lido, oramai contenta di poter contare solo sul mainstream, sulla potenza dell’industria. Su un cinema facile, e che non costringe all’attenzione. Una “facilità” che è lo specchio riflesso di un’attualità letta in modo sempre più semplice, piano, privo di increspature. E così anche una protesta sul tappeto rosso, una – pur blanda – occupazione dello spazio a cui è abituato il popolo della stampa, diventa un elemento di disturbo e di fastidio.

Info
Venezia 2019 sul sito della Biennale.

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