Intervista a Yonfan

Intervista a Yonfan

Dopo un decennio dal film precedente, Prince of Tears, presentato alla Mostra di Venezia 2009, il regista hongkonghese Yonfan torna al Lido, in concorso, con il suo primo film d’animazione, No.7 Cherry Lane, vincendo il Premio per la migliore sceneggiatura. Nella sua carriera ha scritto, diretto e prodotto tutti e 14 i suoi film. Ha realizzato commedie romantiche, trattato temi scomodi come quello dell’omosessualità. Ha lavorato con grandi star come Maggie Cheung, Chow Yun-fat, Daniel Wu, Rie Miyazawa. È anche un importante fotografo e ora sta restaurando il suo lavoro fotografico realizzato tra Cina e Tibet negli anni Settanta e Ottanta.
Abbiamo incontrato Yonfan durante la Mostra di Venezia.

Con No. 7 Cherry Lane per la prima volta, nella tua lunga carriera, hai realizzato un film d’animazione. Come mai?

Yonfan: Non mi piace la parola “animazione”, preferisco parlare di immagini in movimento, questo sono i film, perché le immagini sono in movimento e qui si tratta di dipinti in movimento. In questo film ci sono dipinti che spaziano da quelli classici conosciuti a quelli cinesi, poi ci sono gli impressionisti con Henri Rousseau all’inizio con quella vegetazione voluminosa; e poi c’è anche la Pop Art come quella di Roy Lichtenstein. È tutto messo insieme ed è così che ho creato No.7 Cherry Lane, sono tutte immagini che ho sempre amato e apprezzato. Inoltre, dato che ne stiamo parlando, in questo film ci sono anche tutti i generi musicali: la musica classica, con gli strumenti a corda, la musica jazz e addirittura l’opera cinese; poi ci sono anche i tamburi come quelli usati nella musica latina e c’è anche lo street rap. Tutto è fuso insieme. Solitamente i registi vogliono vincere premi come il Leone d’oro o la Palma d’oro; scelgono un soggetto, lo “cucinano” per bene ed ecco che te ne vai con il tuo premio in tasca. Non credo possa succedere per questo film, ci sono troppe cose messe insieme. Nella cucina cinese c’è un metodo dove metti tutti gli ingredienti insieme in un piatto unico, nel mondo occidentale è conosciuto come chop suey. Il chop suey che si compra al supermercato è diverso da quello che alcuni, in Cina, realizzano quando cucinano i vari ingredienti insieme. In questo caso è chiamato Buddha jumps over the wall, letteralmente “Buddha salta oltre il muro”. Perché è chiamato così? Perché dopo averlo preparato, è così delizioso, la crème de la crème che addirittura il Buddha, che sta dall’altra parte del muro, dopo averne sentito il profumo, lo salta per poterlo assaggiare. Per cui nell’insieme si può avere qualcosa di completamente diverso, potrebbe essere un chop suey o un Buddha jumps over the wall. No. 7 Cherry Lane ha moltissimi sapori differenti ma questa è la mia prova, la mia esperienza proprio perché penso che questo sia un film molto sperimentale. È così proprio perché sono disponibile a fare nuove esperienze anche ora che ho 72 anni e non sono giovane. È tutto sperimentale.

L’animazione ti ha dato più libertà creativa?

Yonfan: Sì, quando l’ho realizzato, ho pensato «Questo film mi dà una grandissima soddisfazione». Quando creo, non devo pensare a nulla, e per la realizzazione di questa pellicola ci sono voluti cinque anni. Ovviamente all’inizio è tutto pianificato, c’è lo storyboard, l’animatic e non puoi andare troppo lontano, per cui puoi cambiare qualcosa ma non puoi cambiare tutto quanto. Durante il processo di fare il film devi concentrarti e meditare sui dettagli per renderlo il più perfetto possibile. È come Wong Kar-wai realizza i suoi film: gli ci vogliono anni per farne uno, butta via tantissime cose e gira le scene più e più volte; è molto costoso e poco rispettoso dell’ambiente. Io però penso che invece l’animazione da questo punto di vista abbia meno spreco. Sicuramente l’animazione dà molta libertà. Inoltre, mette anche molto alla prova. All’inizio si parte sempre dalla scrittura, scrivi il testo, poi lo reciti in cinese, cosa molto importante per veicolare il significato. La scrittura stessa e poi l’animazione sono importanti per tutte le espressioni. Mi sento molto in debito con i miei collaboratori che hanno realizzato tutte queste parti, penso che sia bellissimo. Personalmente non sono un’amante dell’animazione e il progetto per questo film è stato un grande rischio, anche perché gli appassionati di animazione non lo guarderanno. Perché differisce molto dall’animazione tradizionale. Invece per quanto riguarda gli amanti del cinema live action, che vanno a vedere Cold War e questo genere di film, non andranno a vederlo perché non sono abituati a un tale genere. Ecco perché fare questo film è stato rischioso.

Perché è importante per te rievocare quell’epoca storica di Hong Kong? La colonia inglese rappresentava un’enclave capitalista, e pure vi albergavano sentimenti maoisti, diffusi in tutto il mondo occidentale, come si vede nelle manifestazioni dove si brandisce il Libretto rosso. Il film mi sembra pervaso da un grande senso di nostalgia.

Yonfan: Era il 1967, l’anno in cui ci sono state le manifestazioni e Hong Kong è stata sconvolta da tutto questo. Avevo 20 anni a quel tempo, e ho sempre desiderato fare un film su quell’anno in particolare. Io provenivo da Taiwan che a quel tempo era sotto la legge marziale, e quando sono arrivato a Hong Kong, la prima cosa che ho sentito è stata la libertà. Ho preso il traghetto e respirato l’aria di mare e ho finalmente respirato la libertà. Camminando per le strade si sentiva il profumo dei biscotti che vendevano, quella era la libertà. Poi, all’improvviso, nel 1967 c’è stato il coprifuoco e gli attacchi terroristici, non potevi uscire da casa e non c’era più la libertà. Quello è stato il periodo più memorabile per me, ecco perché ho sempre voluto fare un film sul 1967. Ho usato quell’anno solo come sfondo. Quando l’ho realizzato non avrei mai pensato a una situazione a Hong Kong come quella che c’è ora. Nel 1967 ero uno studente, stavo ricevendo un’educazione britannica ma in quel tempo non sapevo cosa fossero i diritti umani, e non conoscevamo la democrazia. Oggi invece c’è una forza sconosciuta che è arrivata a Hong Kong nel nome dei diritti umani e della democrazia. Le persone vanno in strada a manifestare, c’è violenza, non c’è più legge e tutto è sconvolto, ma tutto questo nel nome dei diritti umani e della democrazia. Quando ho preso l’aereo per venire qui quattro giorni fa, ho letto questo giornale americano, il New York Times e ho visto una pagina intera che parlava delle proteste di Hong Kong. Metà pagina era occupata da una foto delle manifestazioni e il titolo dell’articolo era “Lotta per la libertà”. Ero scioccato e ferito. Lotta per la libertà, è un bel titolo, drammatico e romantico allo stesso tempo. Ma per questo titolo, noi abitanti di Hong Kong abbiamo perso tutta la libertà, dal camminare per le strade a prendere i trasporti pubblici, anche quella di parlare con gli amici; abbiamo perso tutto questo perché le persone in Occidente vogliono vedere la lotta per la libertà. È come se il vaso di Pandora fosse stato aperto, tutto il male è uscito fuori e le persone a Hong Kong non vedono più le cose nello stesso modo. Quello in cui spero è che queste forze, oserei dire “forze oscure”, scompaiano perché quello che rimane sul fondo del vaso di Pandora è la speranza. Mi è stato detto di non parlare di questi argomenti perché poi al mio ritorno a Hong Kong sarò criticato e i miei fan non andranno a vedere i miei film, ma non mi importa. Oggigiorno lo prendono sul personale. Se non gli piaci, ti bruciano il locale. Probabilmente quando tornerò nessun cinema vorrà proiettare il mio film. Vorrei dire qualcosa sul presente di Hong Kong e io voglio far arrivare quello che penso a tutti voi. Molti abitanti di Hong Kong credono che questa sia la fine di Hong Kong stessa.

Con No. 7 Cherry Lane parli ancora di desiderio, di sessualità e di sensualità.

Yonfan: Questo film non riguarda solo gli impulsi sessuali e cose del genere, tratta anche la riconciliazione tra diverse generazioni. Si parla di ieri, di oggi e del domani. La madre rappresenta ieri, con gli ideali e ancora alla ricerca di liberazione dal suo desiderio di qualcosa. La figlia è il domani mentre il ragazzo è oggi. Poi verso la fine c’è la riconciliazione.

Importanti le innumerevoli citazioni cinematografiche, come quella de Il laureato in un film che ancora tratta di un triangolo di un uomo con una donna e sua figlia. Ma tutto è pervaso da un sapore proustiano.

Yonfan: Oggi nessuno più conosce Proust. Non è da box office. [ride, N.d.R.]

Come hai concepito, nei ruoli del film, quel personaggio ambiguo, del nerd silente, che all’inizio spia i due personaggi nello spogliatoio?

Yonfan: In realtà questo topo di biblioteca è il personaggio più importante del film. La sua è una bella parte. Inizialmente raccoglie quella palla che in realtà non è una palla perché stanno solo imitando il lancio come in Blow-Up, poi la scena cambia e stanno facendo la doccia. Se Steven fosse stato gentile con lui, lo avrebbe seguito e allora sarebbe stata un’altra storia, ma Steven lo rimprovera e poi la storia va avanti solo con Ziming. Si tratta di quel personaggio che è sempre presente ma che non c’è mai, è nella tua immaginazione e allo stesso tempo non c’è. Quando stavamo realizzando l’animatic, uno dei miei produttori mi ha detto «Mister Yonfan, a proposito del topo da biblioteca, non crede che dovremmo tagliare il dialogo che lo riguarda verso la fine del film?» perché proprio alla fine del film c’è il messaggio più importante che deve essere trasmesso. Io l’ho guardato e gli ho risposto: «Teniamolo, i soldi sono i miei». [ride, N.d.R.]

Info
No. 7 Cherry Lane di Yonfan sul sito della Biennale.

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