A proposito di Eyes Wide Shut. Intervista a Matt Wells

A proposito di Eyes Wide Shut. Intervista a Matt Wells

Sono passati vent’anni da quando alla Mostra del Cinema di Venezia venne presentato Eyes Wide Shut, l’ultima opera del grande Stanley Kubrick uscita postuma. Per commemorare quella data il film è stato riproposto a Venezia 76 abbinato a un documentario corto dal titolo Never Just a Dream: Stanley Kubrick and Eyes Wide Shut. Ne è autore Matt Wells, filmmaker inglese specializzato in documentari brevi sul cinema, tre dei quali dedicati a Kubrick. Abbiamo incontrato Matt Wells durante Venezia 76.

Never Just a Dream: Stanley Kubrick and Eyes Wide Shut è il tuo terzo documentario sull’opera di Stanley Kubrick. Avevi già realizzato Stanley Kubrick Considers The Bomb su Il dottor Stranamore e Work & Play su Shining. Qual è il motivo del tuo interesse per Kubrick?

Matt Wells: Penso di essermi interessato a Kubrick perché ci sono pochi registi come lui, pochissimi che realizzano film come faceva lui. Aveva budget enormi ma in qualche modo riusciva sempre a creare delle opere particolari, inusuali. Per questo credo che fosse unico, e Eyes Wide Shut mi ha interessato particolarmente perché è una sorta di divisorio, perché la gente lo può interpretare in due modi completamente diversi. È interessante da osservare: tutti che vanno matti per il film, anche eccitati pur tuttavia essendo in disaccordo. Inoltre è un film recente, ha avuto la sua première internazionale qui a Venezia vent’anni fa. Molti film di Kubrick hanno avuto lo stesso destino: quando escono dividono la critica e poi col passare del tempo la gente inizia ad appassionarsi e li venera come capolavori. E non c’è stato ancora abbastanza tempo per questo con Eyes Wide Shut. O meglio, non so se è già successo o meno, ma, per come la penso io, è molto interessante. Sento come se non capissimo che cosa sia quel film, che cosa significhi; conosciamo il significato di Shining, sappiamo come interpretare Il dottor Stranamore, ma credo che Eyes Wide Shut rimanga ancora una domanda aperta, rimane l’ambiguità di ciò che succede veramente nel film. È affascinante. Ho parlato di questo film con le persone vicine a Kubrick, che già avevo intervistato nei documentari precedenti. Credo che Eyes Wide Shut abbia una storia molto intensa, che rischia di essere interpretata erroneamente. Kubrick ha cercato il modo di realizzare questo film per decenni. C’è una voce secondo la quale, andando un po’ indietro nel tempo, lo psichiatra di Kirk Douglas gli avesse consigliato di leggere Doppio sogno, negli anni Cinquanta, quando Douglas e Kubrick stavano lavorando insieme sul set di Spartacus. Non so se sia vero o meno, ma in tutti i casi, dopo anni passati a pensare a come realizzare questo film, ci è riuscito nel 1999. Ed è morto pochi giorni dopo aver finito il montaggio. Kubrick non era particolarmente organico nel sistema degli studios, era semplicemente lui, con un piccolo gruppo di persone attorno, che lavorava alla realizzazione dei suoi film. Quindi può essere un film molto intenso emotivamente anche da questo punto di vista, ed è stata una di queste persone con la quale ero già in contatto prima, durante la realizzazione degli altri documentari, a parlarmi in maniera così toccante di Eyes Wide Shut, prima che intervistassi la figlia di Kubrick, Katharina. Lei era disposta a parlare abbastanza apertamente di cosa questo film significasse per lei, il che mi ha fatto pensare che fosse questa la storia di cui parlare perché le due biografie su Kubrick erano state pubblicate entrambe prima della sua morte, e non raccontavano questa parte della sua vita. Era una storia interessante da raccontare secondo me, perché è facile guardare al film e dimenticarsi coloro che ci hanno lavorato, semplici persone ordinarie che vivono la loro vita, fanno il loro lavoro.

Kubrick impiegava anni nella lavorazione dei suoi film. Se guardiamo alla sua filmografia, sembra che la distanza temporale tra un film e il successivo aumenti. E tra Full Metal Jacket e Eyes Wide Shut intercorrono ben dodici anni. Lui lo considerava la sua opera definitiva? Come un testamento?

Matt Wells: Forse. Non so, voglio dire se parli con quelli che hanno lavorato con lui, ti diranno che secondo lui questo era il miglior film che avesse mai realizzato, sono piuttosto chiari a riguardo. Quindi probabilmente lui lo definirebbe tale. Ma un film così divisivo come testamento di un regista così leggendario è difficile da accettare.

La leggenda vuole che abbia consegnato il film montato quattro giorni prima di morire. È vero? Sembra davvero una cosa leggendaria, un ultimo atto.

Matt Wells: Si, è vero. L’idea di qualcuno che completa un progetto così enorme e così importante per lui, e poi si verifica qualche complicazione medica seria… è una cosa che può succedere.

Nel tuo documentario parli della postproduzione che è stata fatta dopo la morte di Kubrick, relativa semplicemente alla copertura delle nudità per il mercato americano. Tu sai che c’è una scuola di pensiero che vuole che il montaggio del film non sia quello definitivo che Kubrick avrebbe fatto, ma una copia lavoro spacciata come final cut per motivi commerciali. Cosa ne pensi?

Matt Wells: Non credo che gli argomenti a riguardo siano abbastanza persuasivi, inoltre personalmente non li trovo molto interessanti… alla fine della giornata in qualche modo devi completare il tuo film. Lui era conosciuto per mettere mano ai suoi lavori fino all’ultimo minuto, c’era sempre qualche aggiustamento da fare. Poi a un certo punto è troppo tardi per metterci di nuovo mano. Quando infine vengono stampate le copie per una vasta distribuzione, queste sono troppe. Non ho ragione di pensare, considerando anche tutte le persone con cui ho parlato per realizzare questo documentario, che Eyes Wide Shut come lo conosciamo non sia il montaggio finale da lui realizzato. C’è del materiale di archivio, circolato dopo la sua morte, che mostra una lista di cose da fare, c’è un sacco di lavoro indicato, ma sono principalmente cose tecniche su decisioni e creazioni già fatte. Capisco comunque i motivi di chi si pone domande a riguardo.

La tesi venne sostenuta all’epoca dallo studioso italiano Paolo Cherchi Usai. Tra gli assertori c’è anche Garrett Brown, l’inventore della steadicam. Tu l’hai intervistato in Work & Play. Ne avete parlato?

Matt Wells: Lo so, non abbiamo però parlato di Eyes Wide Shut, ma solamente di Shining.

Gli assertori di questa tesi sostengono che comunque, si era già verificato che Kubrick mettesse mano al montaggio anche dopo la première o l’uscita dei suoi film. Era successo già con Il dottor Stranamore e 2001: Odissea nello spazio. Quindi nulla vieta che avrebbe potuto fare altrettanto. Cosa ne pensi?

Matt Wells: Ne ho parlato anche con Katharina. Lei conferma che lui tendeva a voler sempre metter mano ai suoi film, lavorarci fino all’ultimo minuto. Ma era ormai vecchio quando ha lavorato a Eyes Wide Shut, e secondo lei era terminato in un modo in cui i suoi lavori precedenti non sarebbero finiti. Di solito sarebbe tornato a lavorarci per fare qualche aggiustamento, ma in questo caso era già molto vecchio e stanco. Secondo lei questo è stato un caso a parte.

Stanley Kubrick Considers The Bomb è un altro tuo documentario su Kubrick, su Il dottor Stranamore. Che lavoro hai fatto in quel caso?

Matt Wells: Dovevo suscitare interesse con un film che provocò differenti sensazioni nel pubblico nel periodo in cui uscì, rispetto anche a ciò che si potrebbe provare ora. Quando stavo crescendo, l’idea di una guerra nucleare imminente era qualcosa alla quale eravamo più o meno abituati ma della quale non ci si preoccupava più di tanto. Quando il film uscì agli inizi degli anni Sessanta, la gente aveva appena superato la crisi di Berlino, o la questione dei missili a Cuba e il mondo era vicino così a una guerra nucleare. Poi è arrivato questo film. Se guardi le recensioni dell’epoca, la gente era infuriata con lui per aver realizzato una commedia su un tema così delicato. Ma ora non lo sentiamo così, quindi è interessante provare a creare questi documentari corti per ricreare un contesto, per provare a esplorare e capire come dovesse essere il pubblico dell’epoca.

Lavori spesso con il formato del cortometraggio. Come mai? Non vorresti avere più spazio per dare più informazioni?

Matt Wells: Innanzitutto mi piacciono i cortometraggi. E poi vengono proiettati durante delle ridistribuzioni nei cinema perciò, se fossero troppo lunghi. sono sicuro che la gente vorrebbe semplicemente vedere il film e non annoiarsi per una mezz’ora in più, non lo guarderebbero, quindi direi anche per motivi pratici.

Oltre a Kubrick hai fatto un film sul grande attore Ian McKellen dal titolo Play the Devil: Making Richard III. Ce ne puoi parlare?

Matt Wells: È stato affascinante, è un interlocutore così eloquente e coinvolgente. È stato per l’adattamento del Riccardo III, dov’era produttore e attore protagonista, con la regia di Richard Loncraine. Nel mondo del cinema negli Stati Uniti non si conosce Shakespeare, quindi Ian McKellen li ha guidati verso le sue opere. Ian McKellen conosceva Shakespeare ma non il cinema, perciò Richard Loncraine in pratica li guidava in tutto questo percorso. È una storia interessante di due tipi diversi di creatività che lavorano insieme. Lavorare con qualcuno come sir Ian McKellen è un piacere, perché il modo in cui parla è coinvolgente e senza sforzo e così ben diretto che semplicemente posizioni la camera, lo lasci parlare verso l’obiettivo e ciò che ottieni è perfetto anche nell’ottica del montaggio. È stato straordinario lavorare con qualcuno come lui.

E poi hai fatto un film sui Monty Python dal titolo Monty Python and the Holy Grail: Revisited. Di che si tratta?

Matt Wells: Si esatto, molto tempo fa. Era un’intervista fatta in occasione di un anniversario, non mi ricordo quale in questo momento, di Monty Python and the Holy Grail. E includeva tutti i Python ancora vivi, non ho incontrato Terry Gilliam, ma tutti gli altri si. È stato affascinante, voglio dire sono cresciuto con i loro lavori, sono un grande fan. È stato fantastico.

Info La pagina IMDB dedicata a Matt Wells

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