Segreti e bugie

Segreti e bugie

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Apice di una poetica personale, dolente riflessione politico/esistenziale e splendido melodramma intimista, Segreti e bugie di Mike Leigh si conferma una pietra miliare della storia del cinema più recente, capace anche di esplorare implicitamente il lavoro dell’attore. In dvd per Minerva e CG.

Londra. Dopo aver perso la madre adottiva, la trentenne Hortense, oculista di colore, si mette in cerca della propria madre naturale. Scopre che è Cynthia Purley, operaia bianca in una fabbrica di cartone, single e depressa, convivente con un’altra figlia isterica e avvelenata, Roxanne. Cynthia ha anche un fratello, il fotografo Maurice, uomo sensibile e afflitto dalle nevrosi della moglie Monica. Hortense cerca di contattare Cynthia, che sulle prime reagisce con un netto e spaventato rifiuto. Poi però le due donne s’incontrano, e per entrambe si apre la possibilità di un’inaspettata amicizia… [sinossi]

La realtà quotidiana è realtà, ma è anche surrealtà. È fatta di ripetizioni, dialoghi che non vanno da nessuna parte, meccaniche domande e risposte formulate sul bordo del baratro, per non arrendersi alla solitudine ontologica dell’essere umano. Essere fragile, indifeso, anche spaventato e per questo meschino, pronto ad arroccarsi sulle minime certezze acquisite e farsene vanto, per non ammettere che dentro e intorno c’è solo il vuoto. Non resta che la sincerità per tentare di gettare un ponte, per cercare di dare un senso a un’esistenza senza risposte. La sincerità: l’atto più schietto e disperato per avvicinarsi all’altro, l’ultima spiaggia. Segreti e bugie (1996) è ricordato come uno degli esempi più luminosi del realismo alla Mike Leigh. Lo è, come e molto più di altri film precedenti dello stesso autore, ma in linea con buona parte del cinema dell’autore britannico che interroga fortemente l’idea stessa di realismo. Se per realismo intendiamo dedicarsi ai dimenticati, agli strati più rimossi e deboli (eppure i più diffusi) della società, allora ci siamo. Leigh si dedica di nuovo alla working class, disposta al suo interno su una scala tra minori e maggiori gradi di benessere.

Maurice e Monica sono praticamente benestanti; lui fotografo, lei può permettersi di fare la casalinga a tempo pieno e di dedicarsi a una nuova magione acquistata di recente e trasformata in gelida reggia. Su un gradino sociale decisamente più basso si colloca invece la sorella di Maurice, Cynthia, operaia in una fabbrica di cartone, single e convivente con una figlia isterica e avvelenata, Roxanne, che fa la netturbina al municipio. Appartenente a una media borghesia ben istruita e dalle buone maniere è invece Hortense, trentenne di colore destinata a scatenare, tramite la propria schietta richiesta di verità, reazioni a catena all’interno della famiglia Purley.

Dunque, Mike Leigh si dedica nuovamente alla disamina di una Londra quotidiana e lavoratrice, seguendo una lunga tradizione non solo personale ma ampiamente nazionale. Tuttavia, il cinema di Leigh non è mai platealmente militante. Se Ken Loach sposa cause e le combatte anche tramite il proprio cinema, dal canto suo Leigh preferisce l’approccio analitico, apprestandosi a uno scavo psico-antropologico dai riflessi universali. Perché universali (o almeno universalmente occidentali) sono le dinamiche dell’ipocrisia e dell’autodifesa, dell’immagine pubblica e dell’immagine di sé costruita e raccontata a noi stessi. Non sarà un caso se Leigh sceglie di affidare al personaggio di Maurice la professione del fotografo. Nel suo studio passano coppie, persone sole, ampie famiglie o affezionati proprietari di animali domestici pronti a mettersi in posa per un ritratto. Tutti quanti vogliono raccontarsi, costruire un’immagine artefatta di sé, per trovare un attimo di consolazione nell’idealizzazione della foto. Di riflesso, ne sono vittima un po’ tutti i protagonisti, alle prese con una battaglia per/contro la verità. Nessuno, tranne Hortense, ha il coraggio di guardare in faccia il proprio dolore privato, almeno fino allo scioglimento.

Com’è evidente, la scrupolosa disamina di Segreti e bugie fugge dal bruto dato sociale, dalla battaglia civile da dover combattere nelle strade e nelle sale cinematografiche. Il discorso di Leigh si fa politico attraverso i personaggi, attraverso la loro realtà indagata e lungamente pedinata. La collocazione sociale non si pone mai come sovrastruttura preesistente ai personaggi che ne guida pensieri e azioni, bensì avviene l’esatto contrario. Se i personaggi di Leigh agiscono sovrastrutture, lo fanno solo dopo essersi delineati in prima battuta come figure di esseri umani a tutto tondo, complessi e contraddittori, seguiti lungamente nelle evoluzioni dei loro dialoghi e confronti.

Così, il cinema di Leigh si pone come uno dei più interrogativi sui limiti tra estrema credibilità e costruzione drammaturgica. Sono ben risaputi i metodi di Leigh che prevedono un lungo lavoro preparatorio con l’attore modellando con precisione anche spunti d’improvvisazione. Ma nei suoi film in quanto prodotti finiti la costruzione drammaturgica è spesso splendida e perfettamente bilanciata. Ciò è ancora più evidente in Segreti e bugie, che a fronte di un generale allentamento del meccanismo drammatico si propone innanzitutto come un maestoso melodramma familiare, capace di restituire come materia del tutto credibile anche una sostanza narrativa a tratti romanzesca – quanti casi al mondo possono esserci di una donna due volte ragazza madre, per giunta con una figlia bianca e una nera? Eppure, la capacità affabulatoria di Mike Leigh consente di assorbire in una generale credibilità anche le scosse narrative più ardite. In cerca di una propria e personale chiave di lettura per il realismo, Leigh ricorre non soltanto all’evidenza della materia narrata (della vita di tutti i giorni non nasconde niente, dalle mestruazioni dolorose alla defecazione al gabinetto), ma adotta anche saltuariamente lo strumento del piano-sequenza a macchina fissa. Citiamo almeno i tre casi più significativi: il primo incontro in un locale tra Cynthia e Hortense, e il barbecue a casa di Maurice e Monica raccontato tramite due lunghissimi piani-sequenza consecutivi. Pur all’interno del medesimo strumento narrativo si possono rilevare due diverse modalità d’uso. Se nel caso del barbecue Leigh sembra voler “assistere” alla realtà, al qui-e-ora di quel che può scaturire da un gioco liberamente preordinato degli attori, la sequenza nel locale tra Cynthia e Hortense si muove a sua volta sulle medesime premesse ma è anche più palesemente dedicata a una strepitosa performance attoriale di Brenda Blethyn.

In tal senso il cinema di Mike Leigh sembra aprire al suo interno un ulteriore interessante livello di studio e lettura: il “qui-e-ora” coinvolge infatti personaggi finzionali, i quali però sono incarnati davanti alla macchina da presa da esseri umani reali. Cosicché il realismo di Leigh si apre anche a un esploso del lavoro con l’attore, colto nell’attimo della costruzione del personaggio e delle sue emozioni. Gli effetti possono essere efficacemente drammatici e comici al contempo: la performance della Blethyn, alle prese con le memorie fallaci di Cynthia sulla paternità di Hortense, scatena sull’ampio termine della long take una ridda di emozioni in chi vede, che trascolorano in modo schizoide tra la commozione e la risata. Sono emozioni nel “qui-e-ora”, tanto quanto quel che sta accadendo all’attore davanti alla macchina da presa.

Così Segreti e bugie, come molto cinema di Mike Leigh, si pone come profondamente interrogativo nei confronti dello spettatore. È cinema stratificato, iper-complesso, capace di continuare a raccontare una storia avvincente e al contempo discutere le regole della messa in scena e della fruizione. A tratti, questo appassionante melodramma familiare non è neanche troppo distante da prove più conclamate nell’ordine del surreale come Belle speranze (1988) e Naked (1993). Il lavoro di Leigh si fa ancora più sottile, tutto concentrato in una crudele analisi del linguaggio umano. I dialoghi quotidiani e spesso inessenziali di Segreti e bugie sono incardinati intorno alla ripetizione, al paradosso inconsapevole, alla non-necessità della parola – uno per tutti, basti pensare a quando Cynthia, spaventata che sua figlia Roxanne possa essere incinta, passa rapidamente da raccomandazioni sugli anticoncezionali fino a volersi occupare del bambino come se fosse già in arrivo. In tal senso assume i tratti di una scardinante rivoluzione l’istanza di verità promossa da Hortense. In mezzo alla menzogna del dialogo meccanico, che non conosce più se stesso ma si riduce a puro rito consolante, Hortense reclama una parola vera, un ritorno alla conoscenza di sé, l’abbandono delle fragilità difensive.

A ben vedere, il nichilismo radicale di Naked non è troppo diverso dall’uomo dolorosamente automatizzato di Segreti e bugie. Se Naked si muove in un panorama metropolitano ma a suo modo quasi post-apocalittico, in Segreti e bugie il vuoto ontologico è ricollocato in un orizzonte più immediatamente riconoscibile, più facilmente “sociale”, che chiama in gioco sentimenti e dinamiche interpersonali di più agevole immedesimazione. Eppure il vuoto che circonda la famiglia Purley, il vuoto da loro stessi agito, è a un passo dall’allegria di naufragi del Johnny di Naked, ne costituisce anzi la premessa. I Purley sono sul limite della fine dell’uomo. Johnny ha già superato la soglia.

Mike Leigh non si mette fretta, propone un montaggio finale che sfiora i 140 minuti, dando tempo ai suoi personaggi di farsi conoscere per brevi tratti, insistendo sull’inessenziale banalità delle loro azioni e giornate. Di nuovo, banale e surreale: niente è più prevedibile degli interni delle abitazioni, tutte rigorosamente schiacciate in piccoli salotti che accolgono lunghe sequenze di dialoghi tra personaggi seduti. Leigh schiaccia i personaggi nei loro ambienti, costantemente imprigionati sul divano o negli angusti corridoi tra scale e cucina. In tal senso vi è almeno un’altra sequenza decisamente significativa: Maurice e Monica inquadrati in cucina a bere un tè e a parlare dell’elaborazione dei rispettivi lutti genitoriali. Leigh li presenta a figura intera, dalla testa ai piedi, schiacciando nel frame le loro sagome sulle sedie tra tavolo, soffitto e pavimento. Spesso i personaggi di Leigh non sembrano abitare i loro spazi, ma subirli, condannati a un’inattività fitta di dialoghi talvolta anche intimi e profondi ma solo a tratti significativi.

Lo sguardo vivo e scrupoloso di Leigh si appunta poi su dinamiche socio-antropologiche dai risvolti fortemente politici, analizzando con acume gli spietati meccanismi dell’esclusione sociale (tema del resto che ritornerà centrale anche nell’ottimo Another Year, 2010). I personaggi di Segreti e bugie sono prontissimi a disporsi su una scala di distinti privilegi. Chi è riuscito nella vita, vuol essere apprezzato per tale, cosicché Monica compensa la sua infertilità biologica con un isterico rapporto nei confronti della propria fastosa abitazione, e ponendosi su un piano di superiorità rispetto a Cynthia, cognata proletaria e mal tollerata. Il bisogno di eccellere innesca piccoli e meschini soprusi, che nel cinema di Leigh trovano la propria origine in un ambiguo territorio tra sociale e universale. Leigh dimostra impareggiabile sottigliezza nello studio dell’escludente ipocrisia sociale: basti pensare a certi sguardi obliqui e giudicanti al tavolo della lunga sequenza finale (gli ospiti esterni Paul e Jane) quando Cynthia dichiara l’identità di Hortense.

Dopo una lunga preparazione Segreti e bugie si conclude con un ultimo capitolo fortemente ripetitivo e insistito, tra agnizioni e fiumi di lacrime. A suo tempo alcuni lo trovarono l’unica stecca di un film altrimenti ammirevole. A noi pare invece che sia l’unica uscita possibile per un lungo labirinto di opprimente angoscia esistenziale, che può trovare uno spiraglio di luce solo in un bagno totale e parossistico di verità. Facendosi forte di un dolente commento musicale di Andrew Dickson, Mike Leigh si appoggia anche a una squadra di attori di inestimabile valore. Affiatati, credibili, volti non da star e tutti probabilmente alle prese con il miglior film della loro carriera. Se Brenda Blethyn è fin troppo prevedibile nella sua squisitezza, capace di conferire verità ed empatia a un personaggio a tratti anche meschino e sgradevole, ci piace ricordare il sorprendente Maurice di Timothy Spall, il vero cuore pulsante di un ensemble di personaggi che tra miserie quotidiane e depressione strisciante sembrano aver perso qualsiasi contatto con l’emozione. Perché il dato resta comunque anche fortemente politico, sociale. Mike Leigh vuol conoscere i suoi personaggi nei loro ambienti, collocarli coerentemente in essi e farli agire in un contesto di intensa e dolorosa credibilità. Il vuoto è una minaccia costante, ma è dovuto anche a precise fisionomie antropologiche, dove la condizione sociale si fa più intima, introiettata nei personaggi, mai freddamente scandagliati dall’alto ma palpitanti di verità umana.

Molto amato all’epoca della sua uscita in sala (Palma d’Oro e premio per la migliore attrice al Festival di Cannes, cinque candidature all’Oscar, e una pioggia di altri premi), Segreti e bugie è un grande film, semplicemente. Grande per la regia, grande per gli attori, grande per l’idea di cinema che gli soggiace, per la sapienza e ampiezza drammaturgica, per la capacità di parlare attraverso una complessa scala di livelli espressivi.

Extra: assenti.
Info
La scheda di Segreti e bugie sul sito di CG Entertainment.

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