Intervista a João Nicolau

Intervista a João Nicolau

Fautore di un cinema strampalato, surreale, incentrato su personaggi solitari, João Nicolau, portoghese, parte da studi universitari di antropologia, che lo portano a realizzare il documentario Calado Não Dá su un musicista tradizionale di Capo Verde. Entra nel cinema come montatore, lavorando con Miguel Gomes e João César Monteiro. Il suoi primi corti da regista, Rapace e Canção de amor e saúde vengono selezionati a Cannes, mentre il suo primo lungometraggio, A Espada e a Rosa, viene presentato a Orizzonti a Venezia 67, e il secondo, John From, al Torino Film Festival. Abbiamo incontrato João Nicolau durante il 72 Locarno Film Festival, dove è stato in concorso con l’ultima sua opera, Technoboss.

Sembra che il tuo cinema ripensi al tradizionale concetto di sospensione dell’incredulità. Porti lo spettatore dalla realtà verso territori di surrealismo. Come ci sei arrivato? Come hai concepito questo approccio?

João Nicolau: Devo crederci io stesso, devo farlo piuttosto che preoccuparmi di come mi pongo rispetto al realismo o all’artificialità. Direi che i miei film vanno in entrambe le direzioni, è un costante gioco di attrazione e rifiuto. Ci sono sequenze dove la recitazione deve essere realistica in modo che la situazione abbia un carattere surreale, o viceversa. A volte se la situazione è piatta, per rendere il tutto più interessante, allora la rappresentazione deve muoversi in direzione contraria. Inoltre, penso che abbia a che fare anche con la lingua portoghese. Secondo la mia opinione, non si presta molto a lavorare con termini realistici, soprattutto nel cinema. Lo vedo anche nel teatro e nella letteratura. Potrei dire che le nostre tradizioni artistiche sono sempre basate sull’artificialità, proprio a causa della lingua. O almeno queste sono mie speculazioni.

Trovo in effetti una certa musicalità nella lingua portoghese.

João Nicolau: Non è la prima volta che le sento dire, ma essendo io madrelingua è difficile da valutare obiettivamente. È vero che mi piace molto scrivere dialoghi e testi per le canzoni, giocare con le parole e con il ritmo dei discorsi. È molto importante per me ma non posso giudicare la musicalità del linguaggio perché è la mia lingua.

Nei numeri musicali di Technoboss ci sono canzoni cantate dagli attori dal vivo, senza accompagnamento musicale, altre invece con la musica extra-diegetica come in un musical, e poi anche la musica dal vivo, diegetica. Perché usi diversi approcci? Che differenza c’è?

João Nicolau: Si tratta di qualcosa a cui ho lavorato anche nei miei film precedenti. Il mio principio quando faccio un film è il piacere. A me piace molto la musica nei film, sia suonata e cantata dal vivo sia quella realizzata nella stanza del montaggio. Non voglio che questo film sia un semplice musical, diciamo che è più una sorta di nascondino con questo genere. Volevo che le canzoni fossero parte integrante del film e il film non si deve fermare per far sentire una canzone. Al contrario, è una spinta per mandare avanti la narrazione e allo stesso tempo permette una visione approfondita sul protagonista.

In alcuni casi sembra che i personaggi si muovano o cantino come è tipico dei nostri sfoghi, quando siamo sicuri di non essere sentiti da nessuno, come sotto la doccia o in ascensore.

João Nicolau: L’idea alla base del film è partita proprio da lì. Volevo osservare una persona in un momento al di fuori dell’interazione sociale e l’automobile è stata la prima cosa che è venuta in mente a me e alla co-sceneggiatrice Mariana Ricardo. Volevo una situazione come quando si fa un lungo viaggio e ci si dimentica di sé, stessi lasciandosi andare. Desideravo avere l’opportunità di osservare qualcuno in una situazione del genere. Per questo ho scelto l’automobile, trovo sia più interessante per un film della doccia. Beh, dipende dal personaggio [ride, N.d.R.].

Dopo la Lambada di John From, qui usi quella canzone, ancora in spagnolo, che spopolò anni fa, Asereje, del gruppo Las Ketchup. Come scegli queste canzoni?

João Nicolau: Mi piacciono le melodie più popolari. Mi interessa di più la musica che essere onesto nella mia vita quotidiana, mi interessa più del cinema. Ascolto diversi tipi di musica e scelgo le canzoni anche perché fanno parte delle mie giornate, la Lambada, Asereje. Negli anni Novanta ero molto giovane e penso che Asejere sia stata una scelta ovvia perché c’è una sequenza girata proprio a Siviglia. La si sente quando sono in Spagna, anche perché era interessante interrompere la scena originale, è un momento particolare per cui mi incuriosiva vedere Luì Rovisco ballare quel ritmo. Penso che sia una canzone ben scritta, la propensione melodica è fantastica.

Ogni tanto nel film usi degli scenari palesemente finti, come scenografie teatrali bidimensionali, come quei fondali dipinti in stile trompe-l’œil quando il protagonista viaggia in macchina, mentre per la maggior parte del film gli sfondi sono reali. Come mai?

João Nicolau: Volevo avere accesso a tutti gli aspetti del personaggio e ho pensato di metterlo in un background artificiale, molto austero e semplice al punto che sembrasse vuoto. C’è una scena col vuoto ed è la sequenza nera a Siviglia. Ho pensato che in questo modo potessi aggiungere un altro livello di osservazione del personaggio, anche per questo entra in gioco la scena dello studio. Inoltre, non è la ragione principale, ma lui canta in macchina e pensavo che da punto di vista logistico fosse più facile ottenere il suono per strada. Ovviamente si tratta di un gioco, ci sono scene della strada stessa, scene nel finto studio in macchina. Credo davvero che il cinema possa unire questi due mondi e mi sono divertito a mescolarli.

In genere i tuoi personaggi sono giovani. Per la prima volta hai un protagonista di mezza età, sempre alle prese con una certa solitudine esistenziale, Come hai costruito la figura di Luís Rovisco?

João Nicolau: So chi è nel film, ma non so molto di più rispetto a quello che c’è lì. Non so nemmeno se me lo sono inventato. Ma poi Miguel Lobo Antunes, l’attore protagonista, ha davvero arricchito il personaggio. Penso possa essere una persona normale, con un lavoro e una casa normali e una situazione familiare come tante altre. La cosa particolare, che forse lo rende un po’ pericoloso, è che lui è in pace con sé stesso. Non è una cosa che capita spesso oggigiorno, ma è quello che gli permette di superare le difficoltà che si trova davanti come quelle lavorative e la morte del gatto, i problemi familiari e la sua relazione con Lucinda. È a suo agio con sé stesso e non si prende troppo sul serio. Forse è questa la caratteristica principale che lo rende unico.

L’attore che lo interpreta, Miguel Lobo Antunes, non viene dal mondo della recitazione, ma è un noto operatore culturale, direttore di importanti istituzioni. Come lo hai scelto?

João Nicolau: È il suo primo ruolo, a 70 anni. La sceneggiatura ha subito diverse revisioni e ogni volta il personaggio diventava sempre più presente nel film. Ora lui è il film. Avevo inizialmente l’idea di lavorare con un attore professionista; in passato ho lavorato sia con professionisti che non, anche se per diverse ragioni i miei personaggi principali sono sempre interpretati da non professionisti. In questo caso, avrei voluto un professionista perché credevo che questo ruolo fosse troppo arduo, dovendo cantare. Ho fatto un casting, ho visto almeno venti o trenta attori e cantanti; alla fine avevo tre o quattro opzioni ma non ero ancora troppo convinto. Poi a una festa ho visto Miguel. Non lo conoscevo bene, sapevo solo chi fosse perché è il padre di un collega, João Lobo, che ha lavorato con me, un musicista con cui ho collaborato per il mio film John From. Ci siamo giusto stretti un paio di volte la mano, nulla di che. Comunque, era a questa festa dove l’ho visto interagire con le persone e anche ballare. Era una serata tranquilla. Ci ho pensato per due o tre giorni e alla fine mi sono deciso, sono andato da lui e gli ho proposto il ruolo. Era piuttosto divertito, è stato abbastanza inaspettato per lui anche se conosceva i miei film e questo ha aiutato. Era eccitato all’idea ma era lì per divertirsi, non aveva nulla da perdere. Una cosa del tipo «Questa può essere una bella esperienza, vediamo come va e come fare tutto quanto». Questo perché lui guarda molti film, è un cultural programmer per cui sa molte cose, ma non dall’interno, dal punto di vista di come fare e come crearle. È stato bello, è venuto al casting e si è divertito molto, ha superato la prima fase e alla fine dovevamo scegliere tra lui e un altro paio di uomini. Abbiamo scelto lui e da quel momento c’è stato tantissimo lavoro da fare. Mi sono divertito con tutte le prove e anche a lui è piaciuto il nostro lavoro. Inoltre, ha dovuto prestarsi all’allenamento canoro per la voce e ricevere istruzioni per imparare tutte le canzoni prima delle riprese. Il lavoro è stato molto duro, come anche le riprese, tutti eravamo molto concentrati per cui alla fine eravamo stanchi, ma siamo stati in grado di divertirci per tutto il tempo.

Il lavoro di Luís è legato alla tecnologia, occupandosi di sistemi di sicurezza, quei sistemi basati sulle password, sui codici da decrittare, che possono impazzire se si sbaglia qualcosa. La sua figura racconta molto del rapporto nostro con la tecnologia.

João Nicolau: Per me la tecnologia è un’estensione dello spirito umano, la vedo così. Tutte le attività, la sicurezza e cose simili sono arrivate solo dopo; prima c’era la macchina e poi abbiamo dovuto inventarci una professione che fosse commerciale e vendibile legata a questa macchina. Poi abbiamo realizzato cose come barriere, allarmi e sensori che principalmente causano situazioni perfette per i film, molto interessanti e che suggeriscono interazioni fisiche. Questo è quello che mi interessa maggiormente, il lato più fisico Il film gioca molto con questo, con la fisicità delle macchine e le interazioni. Un esempio è l’assenza del telefono. Non si tratta di una riflessione profonda sulla tecnologia, non è questo il punto del film. È un approccio più ludico. Ovviamente c’è una sottile riflessione critica, ma non è l’aspetto principale.

Technoboss è stato girato in pellicola, come altri tuoi film. Come mai resisti al digitale?

João Nicolau: È stato girato su pellicola, in super 16mm. Perché no? Ieri mi hanno fatto una domanda a riguardo e mi sono ritrovato a chiedermi: «Perché le persone girano in digitale, e perché gli altri non gli chiedono mai perché?». Non saprei, la pellicola è un mezzo dei film. Sono amante della qualità e del tipo di immagine che la pellicola permette di ottenere. Sin dal mio primo cortometraggio ho sempre cercato di lavorare con la pellicola anche se questo dipende dal budget. Ho girato anche in digitale, qualche corto, non c’è una logica dietro a questo, è semplicemente che mi interessa di più in questo modo ed è come un’arte. Ad esempio, in pittura non è che con l’invenzione della pittura acrilica la gente ha smesso di utilizzare quella a olio. O forse è la stessa cosa, dipende. Tutti i miei lungometraggi sono su pellicola. Il mio primo è stato a 35mm, avevo iniziato così anche per Technoboss, ma abbiamo dovuto fare delle scelte e sono passato al 16mm. È stato più economico rispetto al 35mm, ma per il resto non c’è una grossa differenza.

Per il montaggio di Technoboss e di John From, hai avuto la collaborazione di Alessandro Comodin. A tua volta monti i suoi film. Fate cose completamente diverse, qual è il vostro punto d’incontro?

João Nicolau: Io stesso lavoro anche nel montaggio e Alessandro mi ha invitato a lavorare sul suo primo lungometraggio, L’estate di Giacomo. Dopo aver fatto questo insieme, l’ho chiamato io a lavorare con me a John From e poi lui a sua volta mi ha chiamato per I tempi felici verranno presto. Da lì abbiamo continuato a collaborare in sala di montaggio. Il nostro approccio è molto differente, ma c’è qualcosa di più importante che condividiamo. È sempre una bella esperienza lavorare con lui al montaggio e spero che continueremo a collaborare.

In tutte le tue biografie, nei cataloghi di festival, nei pressbook, appare la frase: «Non ha mai capito nulla del Medio Oriente». Come mai?

João Nicolau: Perché è vero, devo ammetterlo.

Info:
La scheda di Tecnoboss sul sito di Locarno Film Festival.

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