Intervista a Sébastien Lifshitz

Intervista a Sébastien Lifshitz

Dopo aver lavorato nel campo dell’arte contemporanea, negli anni Novanta, come assistente di Bernard Blistène, curatore del Centre Georges Pompidou, e delle fotografa Suzanne Lafont, Sébastien Lifshitz entra nel mondo del cinema con un corto nel 1994, Il faut que je l’aime. Da lì in poi realizza film e documentari selezionati e premiati ai grandi festival. Les invisibles, del 2012, un documentario sugli omosessuali nella provincia francese, è stato presentato tra le proiezioni speciali del 65 Festival di Cannes e ha vinto il premio per il miglior documentario ai César 2013. Lifshitz ha partecipato tre volte alla Quinzaine des Réalisateurs, con Les corps ouverts, La traversée e Les vies de Thérèse, tre volte a Panorama della Berlinale con Wild Side, Plein Sud – Andando a sud e Bambi. Abbiamo incontrato Sébastien Lifshitz durante il 72 Locarno Film Festival, dove ha presentato alla Semaine de la critique la sua ultima opera, Adolescentes, in cui ha seguito, per cinque anni, la vita di due ragazze di provincia.

Perché hai deciso di fare un film su una fascia delicata della vita, come quella dell’adolescenza? E perché in questo modo, seguendo due ragazze per cinque anni?

Sébastien Lifshitz: All’inizio il progetto non consisteva nel seguire due ragazze, la mia idea era di fare un film sul passare del tempo. Poi avevo in mente un’altra idea, di focalizzarmi sull’adolescenza di un ragazzo perché per me si tratta di un momento molto interessante di trasformazione e per la crescita personale e individuale di una persona. Penso che sia un periodo molto interessante perché è possibile vedere la metamorfosi della persona, del corpo ma anche della mente e della coscienza. Quando Adolescentes inizia si vede chiaramente che entrambe sono ancora quasi bambine e poi alla fine si nota come stanno maturando perché stanno diventando adulte. In questi due momenti si possono osservare tutti i cambiamenti e le pressioni che hanno dovuto subire. Perché tutti attorno a loro chiedevano: «Chi siete?», «Che cosa vorreste fare?», «Quali capacità avete?», «Cosa ne sapete della vita?», «Cosa ne pensate di questo o di quello?». Nella maggior parte del tempo non ne hanno idea. È come se galleggiassero nel vuoto, e trovo sia interessante essere lì presenti, in quel momento di crescita, dove stanno provando cose, dove si pongono delle domande, ma non hanno le risposte e hanno bisogno di tempo, per vivere le cose e trovare le loro risposte. È un momento in cui non sono ancora complete e tutto è ancora incerto, è molto interessante. Ma inizialmente non stavo cercando due ragazze ma solo un ragazzo.

Perché quindi hai cambiato idea e scelto due ragazze invece di un ragazzo?

Sébastien Lifshitz: Ho cambiato idea durante i provini e anche perché il preside di quella scuola mi ha detto che le ragazze oggi sono molto più interessanti dei ragazzi, soprattutto a quell’età. Questo proprio per quello che hanno passato, ciò che vivono come ragazze di oggi è completamente diverso rispetto a quelle di vent’anni fa e penso che ci sia stato un grande cambiamento. Si può capire da tutto il femminismo, i media e i film che influenzano le donne e le ragazze e quindi quello che sono oggi è differente rispetto a quello che erano venti anni fa. Invece i ragazzi di oggi, secondo il preside, sono gli stessi di vent’anni fa, non c’è molto di diverso. Ero molto intrigato da quest’opinione per cui ho deciso di aprire il casting a entrambi i sessi ed era vero che le ragazze erano molto più interessanti a quell’età. Poi ho incontrato Emma e Anaïs e questo mi è stato confermato, soprattutto per loro. È stato difficile scegliere una di loro, perché sono così diverse, ognuna di loro viene da una classe diversa, una dalla borghesia e l’altra dalla classe operaia; una è molto silenziosa, discreta, quasi un po’ depressa e sola, mentre l’altra parla tutto il tempo, è piena di vita, è divertente; una è magra mentre l’altra è più formosa. Mi sono trovato quindi queste personalità così differenti per cui sarebbe stato difficile fare una scelta. Poi qualcuno mi ha detto che frequentavano la stessa scuola ed erano nella stessa classe, cosa che io non sapevo, e che erano le migliori amiche. Questa per me è stata una grande sorpresa e ho pensato: «Ok, questo è il film». Ho dovuto fare un film come se fosse un doppio ritratto ma che contemporaneamente trattasse di questa amicizia nel tempo.

Il film inizia subito con una scena in classe, dopo una carrellata di immagini delle due protagoniste da bambine. Nessuna introduzione, nessuna voce off o didascalia. Come mai?

Sébastien Lifshitz: Non volevo spiegarlo, non c’è nulla da spiegare.

Le hai seguite per cinque anni, tra i tredici anni e i diciotto. Immagino che avrai avuto una gran quantità di materiale filmato. Che criteri hai usato per fare il montaggio?

Sébastien Lifshitz: Sì, è stato molto difficile. Ci saranno state circa cinquecento ore di riprese, per cui è stato davvero impegnativo fare un film di due ore. Mi c’è voluto un anno di montaggio ed è stata una grande esperienza per me, perché era la prima volta che dovevo realizzare un montaggio così lungo, a volte le scelte da fare erano difficili perché ovviamente era tutto da restringere. Inoltre si tratta anche di un doppio ritratto per cui ci sono due personaggi, dei quali bisogna raccontare la storia. C’è molto di cui parlare. Come si può notare dalla storia di Anaïs, c’è molto dramma, ci sono problemi e perciò c’era tantissimo materiale. All’inizio abbiamo girato più di 1100 scene, che è davvero tanto, circa dieci volte il film, pertanto è stata dura ma abbiamo dovuto fare delle scelte.

Alla fine, quando le ragazze devono decidere cosa fare all’università, una delle due, Emma, manifesta interesse per una scuola di cinema, come se il cinema, per cui è stata ripresa così a lungo, sia diventato protagonista della sua vita. È stata per te una cosa inaspettata?

Sébastien Lifshitz: Completamente, ma anche sì e no. Sapevo che Emma era interessata alla recitazione, ad esempio la si può vedere cantare sul palco. Per cui sapevo che in qualche modo aveva a che vedere con il desiderio di recitare, è anche quella un’arte e probabilmente il cinema era qualcosa a cui era interessata. È vero che questo mi ha sorpreso, ma penso che Emma non sappia già esattamente cosa vuole, sta ancora cercando sé stessa. Non sono sicuro che il cinema sarà qualcosa presente nella sua vita, non lo sappiamo perché sta ancora costruendo se stessa, è alla ricerca di qualcosa. Ma vedremo in futuro.

Il passaggio all’età adulta, in Francia come in altri paesi, comporta il trasferimento nella grande città. Così alla fine vediamo le ragazze con il trolley, alle prese con una nuova vita a Parigi.

Sébastien Lifshitz: Questo anche perché a Brive-la-Gaillarde, la città dove vivono, non c’è un’università. Per cui tutti gli adolescenti vanno via da lì per andare ad esempio a Tolosa, a Bordeaux, a Clermont-Ferrand o a Parigi, perché non hanno altre possibilità. Quella è davvero una piccola città per adolescenti, è molto interessante.

Perché hai voluto inserire i fatti traumatici degli attentati terroristici in Francia, a Charlie Hebdo e al Bataclan, e poi la vittoria di Macron alle elezioni presidenziali?

Sébastien Lifshitz: Non è che volessi metterli nel film, si tratta di qualcosa di serio per chiunque in Francia, anche per gli adolescenti. Mi ricordo che durante l’attacco terroristico tutti i media seguivano l’evento e chiedevano alle persone, principalmente adulti, cosa ne pensassero; ma non agli adolescenti. Loro non avevano la possibilità per esprimere cosa pensavano dell’accaduto. Per me è stato molto interessante sapere come concepivano tutto questo, come potevano reagire e cosa avrebbero avuto da dire. La mia sorpresa è stata vedere che avevano un’opinione a riguardo, come quando Anaïs parla con i suoi genitori e dice loro di non essere razzisti perché anche se si trattava di musulmani, questi non rappresentavano tutti quanti e che non aveva a che fare con loro, che quelli erano solo terroristi. E poi c’è il ragazzo che dice: «Questa è la guerra, ho paura» e puoi davvero vedere le loro emozioni e i loro dubbi. Per me è stato molto importante e penso che saranno proprio i bambini, gli adolescenti di questa generazione a essere veramente segnati da questi eventi. Non è qualcosa da poco, anzi; è come se questi fossero i ragazzini degli anni 2000, i millennial, mentre gli altri erano quelli dell’11 settembre. Per cui si tratta di qualcosa di rilevante nelle loro vite, qualcosa che quando erano adolescenti è successo e ha cambiato il mondo. Penso che per gli adolescenti francesi questi attacchi terroristici abbiano rappresentato un evento significativo, per cui era necessario metterli nel film.

Come hai stabilito un’empatia con le ragazze? C’è anche una ripresa di una di loro mentre dorme, che fa pensare ormai a un livello di famigliarità con loro.

Sébastien Lifshitz: È stato facile, per la scena del sonno eravamo lì il giorno prima e ho detto: «A che ora ti svegli?» e lei ha risposto: «Alle sette», per cui ho detto che saremmo arrivati quindici minuti prima e di lasciarci la porta aperta, in modo da essere lì quando si fosse svegliata, e di non guardare in camera. E lei mi ha risposto semplicemente: «Ok». Tutto qui, è stato facile. L’unica “forzatura” era che dovevamo sempre dir loro di non guardare in camera o verso la troupe, ma per il resto andata più o meno così, del tipo «Noi saremo lì a quell’ora», pertanto non si sorprendevano, si aspettavano di trovarci lì a riprendere.

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