Intervista a Basil da Cunha

Intervista a Basil da Cunha

Autore di vari cortometraggi autoprodotti, prima di entrare alla Thera Production nel 2008, con cui ha relizzato À côté, Basil Da Cunha si trasferisce, nel 2009, nel quartiere Reboleira di Lisbona, dove sono ambientati i suoi corti Nuvem e Os Vivos Tambem Choram, presentati alla Quinzaine des Réalisateurs come anche il suo primo lungometraggio, Até Ver a Luz, del 2013. Successivamente ha girato un altro corto, Nuvem Negra (2014). Abbiamo incontrato Basil da Cunha durante il 72 Locarno Film Festival, dove ha presentato, in concorso, il suo secondo lungometraggio O fim do Mundo.

Puoi raccontarmi del quartiere Reboleira di Lisbona? Perché ambienti lì i tuoi film? In O fim do Mundo vediamo le ruspe che stanno demolendo le abitazioni. Cosa sta succedendo?

Basil da Cunha: Ha a che fare con la gentrificazione. Ci vivo già da dieci anni, vedo come questo fenomeno segnerà la fine di questo mondo. Perché arrivano i turisti e comprano il centro della città, le persone che vivevano in centro si insediano da noi, nelle periferie, e la gente che c’era prima lì viene mandata via, non si sa dove. Per me questo è molto importante. Non avevo pensato di concentrarmi su questo, ma è un’emergenza e ho deciso di farlo perché sta scomparendo tutto quanto. E ho pensato fosse davvero importante catturare “l’ultimo respiro” di queste persone e di questo posto che appartiene a un altro tempo. La storia si incentra su tutto questo, su un tempo che sta finendo, un ciclo, e questa nuova generazione, il punto di vista dei ragazzi che hanno preso il posto della gente della mia generazione nelle strade, mentre di solito filmavo la mia generazione. Poi ho visto questi ragazzi e ho deciso di utilizzare il loro punto di vista.

La gentrificazione è un fenomeno particolarmente pesante a Lisbona.

Basil da Cunha: È terribile, è come se fosse una nuova forma di colonialismo. Le città sono piene di Zara, Starbucks, a Lisbona come in Botswana ad esempio, è tutto lo stesso. Le persone vedono solo un piano ristretto, e pensano che sia un bene per l’incremento del lavoro, ma non è così. Chi guadagna quei soldi? Investitori stranieri. E ovviamente loro non pagano le tasse come l’altra gente di lì, purtroppo molte persone non vedono più in là del loro naso. Un mio amico era andato a New York e mi ha raccontato che voleva bere un caffè. Ha camminato per circa un’ora, e non ha trovato neanche un posto dove si potesse bere del vero caffè, solo Starbucks. Tipo dieci Starbucks. Questo film riguarda una forma di resistenza. Quando Giovani dice che non è con i computer che si fanno i soldi, non crede in questo mondo dove tutto è connesso, tutto è possibile. Loro non appartengono a questo tempo, a questa era, e non sono inclusi in questo disegno. Lui sa che questo momento è peggio di prima, ed è per questo che crede nel crimine, nel vecchio modo di compiere un crimine, perché in quel mondo hai una specie di codice. Mentre Chandi vuole solo andare lontano con i soldi e la ragazza con il cavallo. Era importante avere personaggi inventati che sembrassero reali, e che prendessero vita nella realtà del film. Spira è una costruzione, abbiamo preso l’ispirazione dalle storie e racconti di molte persone. Ha passato otto anni in un carcere minorile e va bene così. Mi serviva un protagonista, un antieroe, senza moralismo, senza ideologie, che ci raccontasse e descrivesse il tempo in cui viviamo ora. Se fai una mera rappresentazione, invece di voler educare, crei dei personaggi come Spira. Spira per me è un bellissimo atto di resistenza perché quando la modernità è arrivata, sono arrivati anche i bulldozer e lui esplora tutto questo tra sé stesso e la ragazza. È un modo di fare resistenza, è il mio eroe.

Alla fine, nella scena del funerale, mostri i volti delle persone del quartiere, con lunghe carrellate. Sono i veri abitanti, non attori?

Basil da Cunha: Sì. Questo è molto importante perché se sono bravi nel film ti dimentichi che sono persone reali. A quel punto volevo mostrare che fossero persone reali, volevo che il pubblico li guardasse e loro guardassero il pubblico. È un omaggio a tutte queste persone perché forse è l’ultima volta, non lo so, l’ultimo momento in cui possiamo riunire tutte queste leggende insieme, perché tutti loro, ogni singola persona è una leggenda. Potrei fare dieci film su ogni singola persona che vedi, conosco le storie, ognuna di esse. Non si tratta di abilità o altro, è semplicemente un omaggio.

Queste persone sono emigrate da Capo Verde?

Basil da Cunha: Solo il più vecchio, il padre, è un immigrato mentre gli altri rappresentano la seconda generazione.

Il film comincia con un battesimo e finisce con un funerale. Quanto è importante la religione in questa loro cultura?

Basil da Cunha: La religione è davvero molto presente, costantemente e per ogni singolo individuo. Anche quando stavamo arrivando, con loro, qui, al festival, era un susseguirsi di «Che Dio ci aiuti» perché andasse tutto bene. Tutti hanno le immagini di Gesù o della Madonna in casa. Un sentimento religioso molto forte, volevo semplicemente inserirlo, perché esiste. È presente, molto cattolico.

Il quartiere Reboleira ricorda un altro circondario di Lisbona, Fontainhas, che si vede nei film di Pedro Costa. Sono due realtà simili?

Basil da Cunha: No. Il vecchio quartiere Fontainhas era più grande e diverso, non aveva la stessa forma. Non è lo stesso tipo di posto. Conosco molte persone che vengono da Fontainhas, ciò che so riguardo quel luogo è che è differente, non c’è la stessa situazione. Per come lo vedo, vivendoci, Reboleira è diverso, è il mio villaggio. È molto più gioioso. So che qualche volta le persone non lo percepiscono, ma credo che il film esprima la vita, la voglia di vivere. Vita e gioia, ed è divertente, quando ci sono feste, dove ti diverti con le ragazze e ascolti la musica. Ci sono piccole situazioni nel film in cui l’umore è differente. Sono le stesse sensazioni che ho in famiglia e con i miei ragazzi. Giochiamo e scherziamo nello stesso modo. Credo che sia diverso per ogni posto, ogni luogo ha il suo modo di essere, come un tocco magico, e ogni persona lo sa. Abbiamo molte favela, ma le persone sanno che ognuna è differente, sono magiche e ogni persona al loro interno ha una storia incredibile e stupefacenti capacità per fare ciò che fanno nel film. È un luogo pieno di talenti. La magia esiste, non posso mettere tutto nel film perché se lo facessi, non crederesti che sia davvero la realtà di quel luogo, ma ci sono davvero scene così tutti i giorni. Il tizio che arriva a cavallo e chiede la birra al bar, l’ho visto, ho visto diverse cose tutti i giorni ma non posso metterle tutte nel film perché sennò non ci crederebbe nessuno.

C’è davvero allora il cavallo bianco in quel quartiere?

Basil da Cunha: Si, c’è un cavallo.

Come mai le scene serali e notturne sono virate in rosso, o blu. Come avete lavorato col direttore della fotografia e cosa volevate esprimere?

Basil da Cunha: Sono due cose, il colore e lo stile, il genere. E credo che sia stata una scelta giusta, perché molte volte, quando vedo film girati in questi luoghi, c’è un’aria tetra, miserabile, la gente vede “al di sopra” delle persone. Mentre questo film è girato all’interno, e volevamo rendere queste persone degli eroi perché se lo meritano, e per fare questo volevamo utilizzare il cinema. Parlavo di aria miserabile perché molta gente, i ricchi, hanno dei preconcetti o sensi di colpa nell’approcciarsi a questa realtà. Noi volevamo giocare con il cinema e i suoi stili, i film noir, i colori. I colori ad esempio, parlando di un contesto di gente di colore. Molti, quando girano film con persone dalla pelle scura, hanno lo stesso trattamento colorimetrico, il verde in particolare. Ho tolto tutto il verde nel mio film, non c’è neanche un pixel di verde. Prendi Netflix ad esempio, e vedi tutto con del verde. Davvero! Se dai il film a chi si occupa dei colori in post-produzione, di solito vuole inserire il verde ma io ho detto: «No, niente verde». Perché voglio che i colori siano per come li percepiamo, i veri colori di quel luogo. E, per come lo percepisco io, sono il rosso e il blu. E poi l’oscurità, e il chiaroscuro, luce e ombra, come un dipinto. I contrasti. Ma l’idea principale era fare qualcosa che non tutti i registi fanno, restituire il modo in cui percepiamo un determinato posto.

Anche Nagisa Oshima detestava il verde, lo considerava troppo piacevole e rassicurante, uno dei suoi scritti è dedicato proprio a questo.

Basil da Cunha: Non lo sapevo. Disapprovava il verde? Ok, bene! [Ride, N.d.R.]

Com’è stato prodotto O fim do Mundo?

Basil da Cunha: È una produzione svizzera, con Thera Executive. Non vado a prendere soldi in Portogallo, perché una co-produzione richiede molto tempo e noi avevamo i soldi qui, in Svizzera. È più semplice, e ci sono meno compromessi. Se dovessi fare ad esempio una co-produzione con degli amici tedeschi, potrei farlo, ma avrei gente tedesca e francese nel team, ma ciò non è possibile per me. Siamo solo in tre o quattro nel mio staff. In un caso del genere potremmo essere ad esempio otto, ma non mi piace. Non mi sento di collaborare, non perché non voglia avere contatti con le persone, ma perché non ne ho bisogno e meno persone abbiamo, meglio lavoriamo. Abbiamo molte cose da fare, ma il cinema è meno importante della realtà e poi succedono molte cose nel frattempo. Quindi non voglio fare delle co-produzioni perché non voglio che ci siano complicazioni, o compromessi. Voglio essere molto più radicale. Qualcuno si occupa del suono, io faccio le riprese, qualcun altro le luci e qualcuno che tiri giù gli attori dai loro letti [Ride, N.d.R.], e per me va bene così, è semplice. È un modo più veloce di lavorare.

Info
La pagina dedicata a O fim do mundo sul sito del Locarno Film Festival.

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