Rambo: Last Blood
di Adrien Grunberg
Diretto dal poco noto Adrian Grunberg, Rambo: Last Blood segna il dirompente, ultimo (?) ritorno di un’icona che sfida il tempo, ritrovando sorprendentemente una sua collocazione nel cinema contemporaneo e una sua specifica credibilità.
L’icona che frantuma i confini
L’ex berretto verde John Rambo è tornato a vivere nella fattoria paterna in Arizona, insieme all’amica di famiglia Maria e a sua nipote Gabrielle. Un giorno Maria, orfana di madre, fugge di casa per andare a raggiungere il padre mai conosciuto, che l’aveva abbandonata in tenera età per stabilirsi oltre il confine col Messico. La ragazza, nell’occasione, viene rapita da esponenti dei cartelli messicani, che ne fanno una schiava sessuale. Rambo, così, decide di varcare il confine per mettersi alla sua ricerca. [sinossi]
C’era un comprensibile scetticismo, intorno al progetto di questo Rambo: Last Blood. Uno scetticismo che derivava non solo dall’età ormai più che avanzata del suo interprete – e ormai principale referente creativo e produttivo – Sylvester Stallone: le perplessità che hanno accompagnato la produzione di questo quinto episodio della saga, diretto dal poco noto Adrian Grunberg (al suo attivo il thriller d’azione Viaggio in paradiso) erano legate anche al fatto che il precedente John Rambo sembrava aver chiuso in modo ideale, prima ancora che narrativo, la saga. Alla fine del film del 2008, che vedeva lo stesso Stallone in cabina di regia, Rambo aveva fatto quello che, idealmente e letteralmente, si chiama “tornare a casa”: lo aveva fatto dopo un’ennesima impresa in Birmania, accettando di reimmergersi nella quiete della fattoria di famiglia, sperando con ciò di placare una volta per tutte i suoi demoni interiori. Ma i demoni di chi ha vissuto esperienze come quelle dell’ex berretto verde, sembra dirci questo nuovo film fin dalle battute iniziali, non si placano mai del tutto: li si può solo tenere a bada, attutendone le voci con gli affetti di una sorta di famiglia adottiva (quella dell’amica Maria e di sua nipote Gabrielle), contenendoli in un dedalo di tunnel sotterranei che non attende che di essere usato contro ipotetici nemici.
Quella di Rambo è un’icona complessa e per molti versi contraddittoria; quella di un personaggio nato come letterario (precisamente nel romanzo Primo sangue, scritto nel 1972 da David Morrell) e poi trasformata e letteralmente riplasmata dal suo interprete cinematografico. Un interprete che già dal primo film del 1982 di Ted Kotcheff informò profondamente l’icona della sua, più che ingombrante, lettura cinematografica, modificandone i tratti e in parte la concezione di base. Un’icona che da personificazione di un dramma ancora più che sentito nei primi anni ’80 (quello del reinserimento dei reduci del Vietnam), e non necessariamente oggetto di letture politiche manichee, divenne muscolare emblema della propaganda reaganiana, grossolana ed efficace personificazione di un action movie che univa alla sfavillante confezione il manicheismo rozzo – ma del tutto coerente col periodo – dell’ideologia. Un’icona, quella del solitario soldato di Stallone, che già pareva profondamente fuori tempo nel 2008, all’epoca del suo ritorno sullo schermo con il quarto film della saga, a un ventennio dalla sua ultima apparizione: un ritorno che aveva visto un approccio insolitamente grafico e quasi da exploitation alla messa in scena, quasi che la fisicità brutale e iperrealistica fosse l’unico modo in cui quel modello di action movie potesse dichiarare il suo diritto a esistere nel mutato panorama cinematografico.
Con questo Rambo: Last Blood, Stallone (vero demiurgo dell’operazione) dichiara non solo la difficoltà “sentimentale” – intesa nel senso più ampio del termine – a distaccarsi dal suo personaggio, ma anche l’impossibilità per il personaggio stesso di adeguarsi a un’esistenza civilizzata e urbana estranea – e definitivamente non conciliabile – col suo imprinting culturale. Il Rambo che è tornato a casa, nell’ingannevolmente solare tranquillità della fattoria paterna in Arizona, non è meno inquieto di quello che in Birmania accettò, con riluttanza, di tornare in azione; la consapevolezza degli anni che passano, e dell’oblio che si avvicina inesorabilmente, lo ha anzi ulteriormente destabilizzato. Le pulsioni che lo muovono sono le stesse di sempre, quelle di un individuo testimone e produttore di orrori, che di quegli orrori cerca un’impossibile sublimazione nella sua attività di volontario nella Guardia Nazionale. È tuttavia il modo in cui questi fantasmi trovano infine espressione (e sfogo) sullo schermo, a costituire l’elemento più interessante di questo nuovo film: Rambo: Last Blood si rivela sorprendentemente l’episodio più libero dell’intera saga, un ritorno in cui gli elementi iconografici del personaggio (la fascia, i capelli lunghi, l’ambientazione bellica) vengono cassati come con un colpo di cancellino.
Il Rambo anziano, ancor più solitario e istintuale nel suo agire, è un giustiziere la cui azione si slega definitivamente dalla necessità di un setting definito: la stessa fattoria è una sorta di non luogo, unica collocazione possibile contrapposta all’inferno urbano della città messicana oltre confine (nel quale, non a caso, il personaggio viene ferito e sanguina, anche copiosamente). Solo in quel regno solitario, replica in piccolo di un teatro bellico in cui non ci sono più compagni, ma piuttosto inquieti spettri, il personaggio può ritrovare una sua dimensione e una sua spinta all’azione. Un’azione che qui è di nuovo distruttiva, quanto e più che nel film precedente: la brutalità grafica della seconda parte del film si traduce in un balletto di morte iperrealista, che recupera addirittura alcune soluzioni estetiche dell’horror più esplicito degli anni ’70. Liberatosi da qualsiasi legaccio ideologico (sono pretestuosi, a parere di chi scrive, gli accostamenti della storia e della sua ambientazione col progetto trumpiano di estensione del muro USA/Messico), scaricata la zavorra di un’iconografia muscolare che, se nel 2008 veniva mantenuta come debole rimando alla “gloria” che fu, qui viene dichiarata ufficialmente superflua, il personaggio può ritrovare una sua ragion d’essere, legata all’istintiva e basica protezione di un affetto che resta il suo unico legame con la sanità mentale.
Non è certo un film perfetto, Rambo: Last Blood, che dal punto di vista estetico incappa in uno stacco forse troppo netto, a livello di toni e atmosfere, tra la parte ambientata nella città messicana, regno dei cartelli e dominio di un’umanità reietta e capace di vendere amici per pochi spiccioli, e quella in cui il protagonista torna in azione in una fattoria trasformata in teatro di guerra. La sceneggiatura, concentrata sul personaggio e sulla sua (nuova) evoluzione, tralascia di approfondire la figura della giornalista interpretata da Paz Vega, il cui peso all’interno della storia è praticamente nullo. Tuttavia, viste quelle che erano le premesse del progetto, Stallone e Adrian Grunberg (che registicamente dimostra mano ferma, e una certa abilità – unita a un buon gusto iperrealista – nelle sequenze d’azione) compiono quello che si avvicina a un miracolo: quello, cioè, di restituire una ragion d’essere e una specifica credibilità – ovviamente in quello che è l’universo del personaggio, e alle sue specifiche regole – a una figura con ormai quasi un quarantennio di vita. Il titolo stesso ipotizza, nella più immediata delle sue possibili letture, una conclusione per la saga che parrebbe il suo sbocco più logico; i titoli di coda sembrerebbero confermare questo assunto, senza tuttavia darlo davvero per certo. Ma l’evidente attaccamento di Stallone per il personaggio impedisce di dire, a riguardo, una parola definitiva. Che gli (anti)eroi non siano tutti giovani e belli, d’altronde, qui è stato abbondantemente dimostrato.
Info
Il trailer di Rambo: Last Blood.
- Genere: action, avventura, thriller
- Titolo originale: Rambo: Last Blood
- Paese/Anno: USA | 2019
- Regia: Adrien Grunberg
- Sceneggiatura: Matthew Cirulnick, Sylvester Stallone
- Fotografia: Brendan Galvin
- Montaggio: Carsten Kurpanek, Todd E. Miller
- Interpreti: Aaron Cohen, Adriana Barraza, Atanas Srebrev, Óscar Jaenada, Carlos Licea, Díana Bermudez, Dimitri Thivaios, Finessa Pineda, Genie Kim, Jessica Madsen, Joaquín Cosio, Louis Mandylor, Manuel Uriza, Marco de la O, Nicholas Wittman, Owen Davis, Paz Vega, Rick Zingale, Ricky del Castillo, Sergio Peris-Mencheta, Shah Sheila, Sylvester Stallone, Yvette Monreal
- Colonna sonora: Brian Tyler
- Produzione: Balboa Productions, Millennium Media, Templeton Media
- Distribuzione: Notorious Pictures
- Durata: 89'
- Data di uscita: 26/09/2019





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