Intervista a Roberto De Feo

Intervista a Roberto De Feo

Barese, classe 1981, Roberto De Feo si fa conoscere nel 2009 con il cortometraggio Ice Scream, un omaggio ai B-Movie; nel 2015 dirige un altro corto, Child K, sulle origini dei crimini nazisti, che esce anche negli Stati Uniti. The Nest (Il Nido) è il suo primo lungometraggio, un horror, che riporta il genere nel panorama del cinema italiano. Abbiamo incontrato Roberto De Feo durante il 72 Locarno Film Festival, dove The Nest è stato programmato nell’ambito delle Crazy Midnight di Piazza Grande.

Puoi raccontarci la genesi di The Nest, che è il tuo primo lungometraggio? Che ruolo hanno avuto la Biennale College e la Film Commission Torino?

Roberto De Feo: Dopo cinque cortometraggi aspettavo il film giusto, volevo cimentarmi col genere horror che è il mio pallino, perché sono appassionato di film dell’orrore sin da ragazzino. Ho aspettato che si presentasse la storia giusta, questa idea è nata subito dopo il Biennale College cui avevo partecipato ed ero stato selezionato con una storia completamente diversa. Anche la delusione di non essere stato prodotto con quel progetto, mi ha un po’ portato lontano dal genere più surreale/vita reale che stavo preparando con loro. Ho incominciato a scrivere The Nest e, poco dopo, per fortuna ho incontrato l’interesse di Colorado Film, e siamo riusciti a mettere insieme un team insieme a Vision Distribution che ha funzionato alla grande. Il film è stato girato in quattro settimane. Comunque una produzione importante.

Difficile, immagino, fare un film di genere in Italia ora. Hai avuto difficoltà?

Roberto De Feo: Tantissime, mai con la produzione e la distribuzione, perché si sono fidati tantissimo di me e su questa cosa ero contento e non me l’aspettavo. Ho incontrato difficoltà nel mettere su un impianto narrativo che funzionasse e che non sembrasse uno scimmiottamento dei film americani. Quando mi hanno detto che avrei girato il film in italiano, ero terrorizzato perché sapevo benissimo quanti film erano usciti in Italia, di genere, girati in italiano che non hanno funzionato. Non volevo finire nella massa. Ho cercato di lavorare con gli sceneggiatori per creare un mondo che potesse, a prescindere dalla lingua, essere importante per chiunque lo guardasse. Quindi ci siamo concentrati più che sul rumore improvviso, sul mostro che compare nel frame, su temi universali, tipo la famiglia, il rapporto madre-figlio, la crescita, il primo amore. Fare un film che avesse l’horror come portato conclusivo. Infatti il film per il 99% del tempo non è horror, è un dramma familiare.

Gli effetti speciali appaiono effettivamente solo nell’ultima scena, lo spettatore che li cercasse dovrebbe aspettare.

Roberto De Feo: Esatto. Infatti inizialmente volevo girare un dramma, senza dichiarare che fosse un horror, con il cambio di genere nel finale. Questo non mi è stato permesso, però mi hanno dato carta bianca su tutto. Non è un film horror come uno si aspetta, ma tecnicamente è un horror, perché il finale lo rende tale. Spero che si riconosca l’orrore nel messaggio che si vuole dare, perché il film parla anche di una situazione angosciante che riguarda tutti. E poi è una metafora di quello che succede oggi in Europa con questi muri, divieti. Il nido è anche quello, la propria casa, la propria famiglia, il luogo in cui ti senti al sicuro. La propria comfort zone, che poi devi abbandonare perché prima o poi il mondo lo devi affrontare. Quello è il senso.

A volte c’è la sensazione che sia ambientato nel passato, nella casa usano il telefono a rotella e il giradischi con i vinili. A parte l’iphone, tutto ci fa immergere in un’atmosfera da mondo antico, vetusto. È un effetto cercato?

Roberto De Feo: Anche quello è tutto giustificato dal finale. Non sai perché non ci siano elementi tecnologici, non esistono tv e radio, non esistono vestiti alla moda. Sono vestiti come se si trovassero agli inizi del Novecento. È tutto voluto perché lo spettatore deve essere confuso prima di arrivare alla rivelazione finale, che spiega tutto quanto. Chi conosce le regole del cinema di genere, sa bene le regole di quel mondo che viene spiegato nel finale, capisce il perché di quei tanti dettagli che verranno spiegati.

Usi molti elementi archetipici del genere, molti dei simboli classici. La scala a chiocciola, il bambino, le vetrate colorate alla Suspiria, la dimora che è un castello di Dracula. C’è una stratificazione di temi e di elementi visivi.

Roberto De Feo: Mi avevano chiesto di fare un film horror, quindi dovevo in qualche modo giustificare il fatto che lo stavamo chiamando horror. Io volevo fare altro, ogni tanto in produzione mi dicevano: «Mettici qualcosa di più horror», e quindi la scala a chiocciola, l’inquadratura dal castello. Alla fine è stato divertente.

C’è poi quella scena molto bella dell’operazione-elettroshock alla ragazza, usando La gazza ladra di Rossini, con la musica diegetica di un vinile. Ancora qui torna Arancia meccanica in una sorta di cura Ludovico, ma anche Dario Argento che era riuscito a usare il Va’ pensiero per una scena di alta suspense di Inferno.

Roberto De Feo: Lì volevo proprio esagerare. Quella scena rappresenta il climax della follia del film, prima di arrivare al finale. Il film è molto lento, ha dei tempi lunghi quindi mi serviva a un certo punto la follia, non con la pacatezza che era stata usata fino a quel momento, ma l’esplodere in un momento di follia reale. Poi c’è questo mad doctor da film anni Sessanta/Settanta/Ottanta, un po’ il cliché. Anche l’utilizzo della musica è esagerato, volevo creare un momento in cui qualsiasi fan, quale sono io, dei maestri del cinema horror, Argento, Bava, Fulci, si riconoscesse. Una specie di fan moment all’interno del film. Poi, certo, c’è anche Arancia meccanica, per la musica di Rossini conosciuta non solo per essere splendida ma anche perché è usata nel film di Kubrick.

C’è una battuta del film, quella della ragazza che dice: «Hai una casa da paura in tutti i sensi» che rivela il gioco, il meccanismo, alleggerendo la tensione. Perché l’hai messa?

Roberto De Feo: Ho cercato di non prendermi troppo sul serio girando questo film. E ho comunque voluto dei momenti di distensione. Anche quando ci sono i due ragazzi stesi nel pick-up che raccontano quella barzelletta, che non è una barzelletta fuori tema, parla proprio del senso del film. Può sembrare anomala una barzelletta in un film dell’orrore, ma parla proprio del finale del film, è uno spoiler.

Quella scena della barzelletta serve anche a definire quei personaggi, come villici, come dei rozzi.

Roberto De Feo: Come Quella casa nel bosco o Non aprite quella porta.

Come hai lavorato per il casting? Soprattutto come sei arrivato al ragazzino protagonista?

Roberto De Feo: Justin Korokvin, che interpreta Samuel, ha 12 anni; Ginevra Francesconi ne aveva 16 al momento di girare. Sono stato molto fortunato a trovare entrambi, perché hanno un talento incredibile. E poi Justin è esattamente come il personaggio, lui è caratterialmente Samuel. Ginevra è una bravissima attrice, ha un talento pazzesco. Ha fatto un lavoro che ha alzato il livello del film di dieci punti, perché tutte le volte che entrava in scena illuminava l’inquadratura, il frame col suo talento. Sono innamorato artisticamente di lei e spero abbia una carriera raggiante, perché se lo merita. Sono anche contento di Francesca Cavallini, perché tutti mi dicevano del rischio che mi prendevo con un’attrice di fiction. A me non me ne è mai importato nulla. Io li vedo come attori, lei è una bravissima attrice e lo ha dimostrato con The Nest. Spero che si smetta in Italia di pensare agli attori come di fiction, di serie tv, di teatro. Abbiamo tantissimi talenti che non vengono sfruttati perché c’è questo modo di pensare provinciale su tante cose.

Tutti attori professionisti, quindi? Anche per Justin Korokvin non è un esordio?

Roberto De Feo: Assolutamente. Era pure stato preso da Spielberg per il film che doveva girare in Italia ma che poi non si è più girato. Tra l’altro lui assomiglia tantissimo a Spencer Treat Clark che è il ragazzino che fece il principe Lucio di Il gladiatore, ne è proprio la fotocopia. E io ho fatto un corto con Spencer Treat Clark, Ice Scream. Quando Justin entrò per il casting, lo vidi e dissi: «Ah, sembra di essere tornato indietro di quindici anni». Rimasi colpitissimo da lui esteticamente. Ebbi la fortuna di incontrarlo perché sta imparando a suonare il pianoforte. Per me era fondamentale avere un attore che fosse in grado di suonare il pianoforte. Poi era timido, introverso, proprio lui, perfetto. Cotto e mangiato.

La villa dei laghi, dove è stato girato il film, vicino a dei laghi artificiali nei pressi di Torino, rappresenta una dimora pomposa, austera. Come hai lavorato per creare questa atmosfera claustrofobica?

Roberto De Feo: La scenografia è stato l’elemento su cui abbiamo lavorato di più, perché era fondamentale che nel frame fosse sempre presente la casa, prima ancora degli attori. Abbiamo lavorato con Francesca Bocca, che è una scenografa che già è stata candidata in passato ai David di Donatello. Abbiamo lavorato sul rendere la casa un posto ancor più incredibile di quello che in realtà già fosse. Non era facile, lei è riuscita a fare un lavoro incredibile. Abbiamo trasformato questa casa in una da film dell’orrore, però dando qualcosa di più. Ho deciso di inquadrarla come se sembrasse sempre avvolgere gli attori in scena, come se li abbracciasse, dominasse, possedesse. Abbiamo cercato di rendere la casa non inquietante attraverso banalità quali la bambola malefica o il crocifisso sul muro, quanto attraverso altro, come i colori, il contrasto fotografico, la posizione della camera rispetto a un mobile messo in primo piano piuttosto che un letto sullo sfondo. Insomma abbiamo lavorato tantissimo con la composizione.

Nella prima inquadratura ci sono le lapidi del cimitero nel giardino della casa. Come mai?

Roberto De Feo: Si parte dal classico, perché lì volevo convincere lo spettatore di trovarsi davanti a una classica storia dell’orrore, che però poi dopo l’incipit viene completamente abbandonata.

Usi il meccanismo narrativo dell’antefatto, che si svolge temporalmente prima del resto del film, come anche nel tuo corto Child K. Perché ti piace questo strumento narrativo?

Roberto De Feo: Perché The Nest funziona con una struttura circolare: parte con l’horror, lo abbandona e lo ritrova nel finale.

Il montaggio di The Nest è curato da Luca Gasparini, cui si deve un film innovativo, per l’epoca, come Tutti giù per terra. Come hai lavorato con lui?

Roberto De Feo: Mi sono trovato benissimo a lavorare con Luca, l’adoro. Spero che si sia trovato anche lui bene nel fare The Nest. Bravissimo montatore, bravissima persona.

Info
Il trailer di The Nest.

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